PISTOIA – Avere unx figlix è la gioia più grande.
Falso.
Diventare madri è il desiderio profondo di ogni donna.
Falso.
L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è sempre una scelta dolorosa.
Falso.

Una gravidanza interrotta volontariamente per gravi patologie fetali è un fatto privato di cui non parlare.
Falso.
Un aborto in una gravidanza desiderata capita ed è normale sia commemorato con simboli del lutto di confessione cattolica.
Falso.
Sono stereotipi diversi, ma hanno una cosa in comune: decidere al posto delle donne e delle persone in gravidanza che cosa debba significare un aborto, una perdita, una gravidanza, la maternità.
La recente polemica sull’accordo rinnovato tra l’Azienda USL Toscana Centro Ospedale San Jacopo e il cimitero della Misericordia di Pistoia rende necessario fare chiarezza.
In base al regolamento di Polizia Mortuaria nazionale la sepoltura dei prodotti abortivi tra le 20 e le 28 settimane è obbligatoria e disposta automaticamente dalla struttura sanitaria. Secondo quanto è stato reso noto, l’accordo riguarda la sepoltura non obbligatoria dei prodotti del concepimento entro le 20 settimane, le cui famiglie abbiano rinunciato a provvedervi. La normativa, però, prevede che in questi casi i prodotti vengano gestiti come materiale organico da avviare alla termodistruzione.
Ci chiediamo dunque perché stipulare un accordo che pare andare contro alla normativa vigente e assegna fortissimi poteri discrezionali a un ente privato e religioso.
Si tratta, inoltre, di un limite temporale che potrebbe comprendere esperienze e scelte profondamente diverse: IVG, aborti spontanei, ma anche interruzioni volontarie di gravidanza per motivi terapeutici, comprese quelle conseguenti alla diagnosi di gravi anomalie fetali.
Non possiamo parlare di questi vissuti come se fossero tutti la stessa cosa. E non possiamo parlare di maternità e aborto come se esistesse una sola esperienza possibile.
Una gravidanza può essere desiderata o non desiderata. Un aborto può essere vissuto con sollievo, dolore, ambivalenza, rabbia, indifferenza o lutto. Una perdita può essere devastante per una persona e non esserlo per un’altra. E ciascuna di queste esperienze meritano rispetto.
Proprio per questo chiediamo al Comune di Pistoia e all’Azienda USL Toscana Centro di rendere pubblicamente e chiaramente accessibili le informazioni sulle modalità con cui vengono gestiti e, quando previsto, sepolti i prodotti del concepimento: chi decide, sulla base di quali procedure, con quale modalità di consenso e quali possibilità vengono offerte alle persone coinvolte.
E c’è una domanda politica ancora più importante.
Perché un ospedale pubblico sceglie di affidarsi, attraverso un accordo, a un cimitero gestito da un ente di confessione cattolica per dare una destinazione ai prodotti del concepimento?
A chi serve questa scelta?
E soprattutto: dove sono in questa narrazione le persone che attraversano queste esperienze?
Se una persona desidera una sepoltura, un rito o una forma di commemorazione, deve poterla scegliere liberamente. Ma un’istituzione pubblica non dovrebbe trasformare una specifica visione religiosa della maternità e della vita in una pratica presunta universale.
Leggiamo, inoltre, che il Vescovo avrebbe lanciato un appello ad “adottare” questi “bambini mai nati”, dando addirittura loro un nome. Si tratta di una violenza gravissima e inaudita sulle donne che hanno scelto volontariamente di interrompere una gravidanza, e anche verso quelle famiglie che invece l’hanno persa o interrotta per svariati motivi.
Non ci serve una statua voluta da altri per stabilire che cosa abbiamo perso, né un rito imposto per stabilire come dovremmo sentirci. E assolutamente non ci serve che qualcuno “adotti” i nostri feti, desiderati o meno.
Ci serve libertà di scelta. Ci serve informazione. Ci serve ascolto. Ci serve formazione adeguata sulla comunicazione delle diagnosi e la gestione del lutto nel personale medico e ostetrico. Ci serve sostegno psicologico per chi lo desidera. Ci serve una gestione dedicata del dolore nelle procedure. Ci serve abbattere i tabù, il giudizio e le strumentalizzazioni che accadono ancora oggi sul corpo delle donne, nella società e nelle istituzioni. Ci serve la possibilità di elaborare un lutto senza che sia né negato né imposto.
E ci serve soprattutto smettere di parlare di aborto esclusivamente come interruzione volontaria di gravidanza.
Gli aborti spontanei e terapeutici fanno parte della realtà riproduttiva delle donne e delle persone che affrontano una gravidanza. Ci sono esperienze diverse dall’IVG che non possono essere lasciate fuori dal dibattito pubblico. Ci accorgiamo però quando gli aborti vengono utilizzati dalla politica per costruire narrazioni univoche sulla maternità, sul dolore e sulla vita prenatale.
La maternità desiderata e l’aborto indesiderato esistono. Così come esistono gravidanze non desiderate, aborti vissuti con sollievo, gravidanze desiderate che si interrompono e persone che scelgono di commemorare una perdita.
Riconoscere questa complessità è transfemminismo. Vero.
Non siamo dispostə a lasciare ai partiti, né alle istituzioni religiose, il monopolio strumentale del racconto sull’aborto, sulla maternità e sul lutto riproduttivo limitandolo a fatto personale e non politico.
Chiediamo:
TRASPARENZA sul funzionamento dell’accordo per come ha regolamentato fino ad oggi il conferimento dei prodotti del concepimento;
SOSTEGNO, CURA e LIBERTA DI SCELTA priva di giudizio per le donne e persone in gravidanza coinvolte ad ogni livello della presa in carico della persona paziente;
CESSAZIONE IMMEDIATA di qualsiasi accordo tra ospedale, ente pubblico aconfessionale, e l’associazione religiosa senza imporre letture etico-morali preconfezionate.
Sindaco e Azienda ospedaliera provvedano a tutelare il diritto alla salute di tuttə!
Con amore e rabbia
Non Una Di Meno Pistoia









