mercoledì, Ottobre 14, 2026

Il vuoto burocratico che sta distruggendo la scuola e un’intera generazione

di Francesco Lauria

Siamo quasi alla vigilia dell’anniversario di due anni di pandemia.

Una tragedia planetaria che ha colpito in maniera durissima il nostro paese, portando allo stremo il sistema sanitario e causando lutti senza fine.

Proprio per questo abbiamo accettato e accettiamo limitazioni significative alla libertà personale, proprio per questo abbiamo vaccinato noi stessi e i nostri bambini, anche piccoli.

La scuola italiana è stata, tra quelle mondiali, una di quelle che ha pagato il prezzo più alto.

Scarsa propensione digitale, non chiarezza del quadro normativo, fin dall’inizio decisioni nei diversi livelli regionali umorali, propagandistiche, contraddittorie.

Quanto pagato da bambini e adolescenti in termini di socialità, apprendimento, affettività, emozioni lo scopriremo meglio tra qualche anno.

Perché scrivo questo?

Perché come cittadino e come genitore sogno indignato, stanco, arrabbiato.

Tutto è aperto, a partire dai luoghi affollatissimi del consumo, anche la scuola, formalmente, è aperta.

Ma regole complicate, applicate in maniera ancor più restrittiva dalle Ausl e dalla scuole stesse, la stanno spingendo in un lockdown totale, ma mascherato, con scarse tutele non solo per i bambini, per i genitori, ma anche per l’attività didattica, per la missione dell’insegnamento.

Un contatto di nove giorni precedente, nonostante tutti tamponi negativi, può portare retroattivamente alla Dad e alla quarantena dei bambini, magari anche di quelli appena guariti dal Covid che hanno vissuto  mesi di isolamento.

Il quadro assurdo dei tamponi T0 e T5 si trasforma in una roulette russa, capace di prolungare quarantene e assenza della didattica in presenza quasi all’infinito.

Le scuole non organizzano più la didattica, sono diventate succursali delle Ausl, travolte dalla paura di sbagliare e da regole bizantine che nulla hanno a che fare con la cautela, la prudenza, le protezione sanitaria.

Tutto è aperto, la scuola è chiusa. O, farraginosamente, a distanza, nonostante l’impegno di molti insegnanti.

Una politica e una società più attente, si sarebbero accorte prima di quello che stiamo facendo passare ai nostri bambini.

Dell’assurdità totale, completa, delle regole che stanno segnando una generazione.

Una politica e una società più attente di fronte all’inverno demografico, ad un paese incapace di pensare il futuro, sarebbero intervenute prima di fronte alla evidente inadeguatezza di regole che non possono in alcun modo coesistere con l’attuale diffusione della variante Omicron.

Una politica e una società più attente ne avrebbero parlato, discusso, si sarebbero confrontate con le esperienze migliori (non peggiori!) degli altri paesi europei e mondiali.

Tutto questo avendo, sia chiaro, ben in mente la gravità della pandemia e la necessità di una comunità che coopera e si protegge reciprocamente.

Ma davvero, però, non solo burocraticamente.

Una comunità che, soprattutto, protegge i più piccoli e i più fragili, dopo due anni di esplosione e di allargamento delle disuguaglianze sociali ed educative.

E, invece no, direbbe Vasco Rossi.

Gli unici che si lamentano (un po’) sono i genitori, anche per le oggettive difficoltà che riscontrano sui loro luoghi di lavoro.

Ma il senso di vuoto è più grande.  

A forza di Pec e fredde comunicazioni, stiamo perdendo la bussola del futuro e, direbbe Don Milani, stiamo “bestemmiando il tempo” del nostro sciagurato presente e stiamo perdendola la scuola. 

Strumento di sapere, ma anche di relazione, luogo del cuore e dell’anima, prima che dei libri.

E’ ora di cambiare. In fretta.

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