PRATO – Il Mundial spagnolo che nell’ormai lontano 1982 vide trionfare la Nazionale di calcio italiana raccontato attraverso gli aneddoti, i retroscena, gli aspetti più intimi e meno noti, le voci dei protagonisti.
Una serata davvero imperdibile a Il Garibaldi di Prato per un evento speciale andato subito sold out che ha visto protagonista Federico Buffa, giornalista, cronista sportivo e scrittore, affermato narratore di storie di sport, in particolare sui campionati mondiali e sul calcio sudamericano. Accompagnato dalle note del pianoforte di Alessandro Nidi e da immagini d’epoca proiettate a parete, Buffa ha condotto gli spettatori un un affascinante e insolito viaggio attraverso le varie “pieghe” del Mondiale di calcio disputatosi nell’estate del 1982 in una Spagna da pochi anni liberatasi dal franchismo e ormai avviata sulla strada della democrazia.
Un Mundial, come è stato ribattezzato, capace di regalarci tante “storie” di uomini e di sport, ora drammatiche o grottesche, ora divertenti o particolari: Buffa cita gli episodi, divenuti “di culto”, dell’intervento a bordo campo dell’emiro del Kuwait per convincere (o corrompere?) l’arbitro ad annullare un goal subito dalla propria nazionale, o il palese caso di “combine” tra Germania e Austria nell’ultima partita del girone di qualificazione, con ottanta minuti di “melina” favoriti da un regolamento poco trasparente.
E poi la fredda Vigo dove è di base la nostra nazionale, l’infuocato Sarrià di Barcellona, il Bernabeu di Madrid in festa per la finale, il Mondiale opaco di Maradona, le lacrime di Platini per la beffa in semifinale contro la Germania, il Basile degli “invincibili”, la rivelazione Polonia “spinta” fuori dal campo dalla “rivoluzione” di Lech Walesa e di papa Wojtyla: sono innumerevoli gli spunti che quel campionato del mondo ci ha offerto, e che ancora oggi vengono ricordati come parte della “grande storia” dei Mondiali.

Per noi italiani, ovviamente, quell’estate ha rappresentato il ritorno sul tetto del mondo dopo più di quarant’anni, dopo i due Mondiali consecutivi del 1934 e del 1938 durante il periodo fascista, con gli Azzurri allenati da Vittorio Pozzo e guidati in campo dai “mitologici” eroi d’anteguerra come Meazza, Orsi, Colaussi o Piola.
Ma quella del 1982, al di là del fatto puramente sportivo, fu una vittoria in grado di unire una nazione che stava faticosamente uscendo dagli anni di piombo e appariva lacerata da divisioni e conflitti; fu un trionfo capace di far rivivere con orgoglio un sentimento e un senso di appartenenza che sembrava perso, e di far nuovamente sbandierare al vento il tricolore, tornato a essere simbolo di unità dopo gli anni bui della dittatura fascista. Qualcuno ha detto che con il trionfo al Mundial si “cementò” la coscienza nazionale dell’Italia repubblicana: forse è un’affermazione esagerata, ma è innegabile che la portata di quello che avvenne quell’estate in Spagna travalicò presto l’aspetto sportivo, e i ragazzi protagonisti di quell’impresa sono ancora oggi ricordati con grande ammirazione e con una vena di nostalgia.
Di certo per chi lo ha vissuto di persona o lo ha visto in diretta alla televisione, il Mundial costituisce un ricordo indelebile: traspare inoltre un senso di profonda gratitudine – come ebbe a dire, subito dopo la vittoria, lo stesso presidente Pertini – verso una squadra costituita da giocatori che avevano fatto la “gavetta”, che avevano lavorato come operai o in aiuto alle proprie famiglie mentre muovevano i primi passi nel mondo del calcio, che avevano ricevuto come insegnamenti fondamentali i valori della semplicità e dell’onestà. Ragazzi per molti aspetti diversi dai giovani calciatori di oggi – ma la colpa non è loro, è il mondo che è cambiato negli ultimi quarant’anni! – e forse proprio per questo, per essere percepiti come “vicini” alla gente comune, amati più delle successive (e altrettanto vincenti) generazioni di atleti della nazionale azzurra.
Ma chi sono gli “eroi” del Mundial? Buffa traccia un profilo dei protagonisti della spedizione azzurra in Spagna, soffermandosi in particolare sui veri “artefici” della vittoria: in primis l’allenatore, Enzo Bearzot, un friulano dal carattere schivo, poco incline al compromesso e non molto amato dalla stampa, animato da una determinazione senza pari che sfiora la testardaggine, come quando deicide di convocare Paolo Rossi, rientrato da pochi mesi dopo una lunga squalifica, al posto del capocannoniere Pruzzo o di altri giocatori più quotati. Per questi suoi atteggiamenti si attirerà critiche e polemiche, verrà “massacrato” dalla nostra stampa sportiva, sempre molto umorale, dopo i primi tre pareggi nel girone e accusato di “sbagliare” la formazione: ma i fatti gli daranno ragione, e al rientro a Roma da trionfatore in tanti si accalcheranno a salire sul suo “carro”.
Poi i “due capitani” dell’Italia: quello “effettivo”, il taciturno ed esperto Dino Zoff, friulano come Bearzot, che a quarant’anni suonati si rende protagonista di parate decisive nei match contro Argentina e Brasile; e quello “morale”, il terzino Gaetano Scirea, campione dentro e fuori del campo, ricordato da tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di giocare con lui come un esempio di signorilità e professionalità.
E poi ancora le tante “storie” legate al cammino della nazionale azzurra al Mundial: la “resurrezione”, umana e sportiva, di Paolo Rossi nella partita decisiva contro il Brasile, in cui segna una tripletta da antologia e si mette alle spalle un periodo buio e difficile; la tenacia di Bruno Conti, ex promessa del baseball approdato al calcio quasi per caso, dopo che la famiglia rifiutò una borsa di studio in California; l’esultanza di Marco Tardelli dopo la rete del raddoppio in finale contro la Germania, con la sequenza di quell’urlo divenuta iconica e subito entrata nell’immaginario collettivo; fino all’immagine conclusiva del ritorno a casa in aereo, con la celebre “partita a scopone” con il presidente Pertini a fianco della Coppa del Mondo.
Un caleidoscopio di volti, storie, aneddoti, situazioni che Buffa racconta in una narrazione che talvolta lascia spazio all’ironia e ai commenti spiritosi, ma capace di tenere incollato il pubblico facendogli scoprire o rivivere il fascino e la meraviglia di una delle imprese sportive più belle del nostro Paese.









