mercoledì, Settembre 9, 2026

Jungla, l’essenza della vita della Terra

di Marco Cei

Dalla Enciclopedia Treccani: jungla “(o giungla o il meno corretto iungla) s. f. [dall’ingl. jungle, che è dall’indost. jangal, sanscr. jaṅgala «deserto», con mutamento di sign.]. – 1. Nome che indica, propriamente, le varie forme di foreste della regione indomalese, caratterizzate dalla presenza di una vegetazione ricca e talora intricata, con alta percentuale di piante caducifoglie (in relazione con il regime monsonico delle piogge che determina l’alternarsi di una stagione piovosa con un periodo di aridità di almeno due mesi l’anno), e dove specie arboree dominanti sono il teck, il sandalo, i ficus, e inoltre acacie, mimose insieme con liane e piante epifite; la fauna è rappresentata da un gran numero di specie animali, alcune delle quali pericolose per l’uomo. Il termine, diffusosi originariamente con i romanzi di Walter Scott nei primi decennî dell’Ottocento, e più largamente con i romanzi d’avventura successivi, le cui vicende si svolgono in tali ambienti inospitali, è poi passato a indicare foreste tropicali ed equatoriali anche di altre parti del mondo. 2. fig. a. Luogo o ambiente in cui dominano la violenza e la lotta spietata per il predominio degli uni sugli altri; in partic., legge della g., concezione di vita in cui i rapporti sociali sono fondati non sulla legalità e la ragione ma sulla forza, sull’egoismo, sulla volontà di sopraffazione……”

Il termine “giungla”, tuttavia, è più un termine descrittivo che scientifico e non si riferisce in realtà a uno specifico ecosistema. Viene spesso sovrapposta come significato alla “foresta pluviale” che invece ha caratteristiche scientifiche più definite. Una foresta pluviale, come una giungla, è piena di fitta vegetazione, ma a differenza di questa, ha uno strato superiore di alberi molto alti (fino a 50-60 metri), che blocca la maggior parte della luce del sole, ma molta altra vegetazione sottostante.

Questa “canopèa” (o canopia) compatta da cui svettano le singole cime arboree fa da ombrello e limita la luce che raggiunge il suolo, influenzando la crescita delle piante sul suolo della foresta. Quindi, mentre le giungle hanno la maggior parte delle forme di vita a livello 0, nelle foreste pluviali questo avviene in tutti i suoi strati, moltiplicando le forme di vita possibili e la biodiversità complessiva. Le foreste pluviali sono gli ecosistemi che sopravvivono in equilibrio più a lungo sulla Terra, con alcune aree che durano nella loro forma attuale da 70 milioni di anni. Le foreste pluviali tropicali e/o temperate si trovano in tutti i continenti tranne l’Antartide. Le foreste pluviali tropicali si trovano tra i due Tropici (Cancro e Capricorno) e l’Equatore, e sono molto calde e molto umide; le temperature tra i 25° e i 30° tutto l’anno, con un’umidità media dall’80% al 90% e 400-1.200 mm di pioggia all’anno. La foresta pluviale è un ecosistema molto vario, ma fragile e precario, infatti ha difficoltà a fare crescere altri tipi di vegetazione al di fuori di quelli già esistenti, a causa delle generale bassa fertilità del suolo: negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, quando la Ford – industria automobilistica statunitense – acquistò aree forestali in Amazzonia, fece abbattere la vegetazione spontanea e vi provò piantagioni di alberi di caucciù (l’Hevea brasiliensis) per ricavare gomma da pneumatici, ma queste non crebbero e l’esperimento fallì. Una seconda volta, negli anni ’70, si cercò di coltivare piantagioni di legno pregiato: fu ancora un fallimento. Anche sulla base di queste esperienze c’è da chiedersi che senso abbia ciò che si sta facendo oggi: distruggere vaste estensioni di foresta amazzonica con il proposito di ricavare terreni coltivabili.

La jungla in senso lato è quindi un ambiente essenziale alla vita della Terra stessa, ma poco ospitale per l’uomo (la sua radice sanscrita jaṅgala rimanda infatti al deserto, in questo caso abitativo). Illuminante in tal senso è un piccolo film, ma di culto, con Robin Williams – Jumanji – che sviluppa in un malefico gioco proprio l’alienazione dell’uomo dalla natura selvaggia.

Oggi che però tutto è “green”, parlare della natura come nemica è come una bestemmia e il lupo non può più crepare nemmeno negli auguri. A parte le battute, si può dire che anche la jungla ha perso molte delle sue accezioni negative (a tal proposito vedi la seconda nella Treccani sopra riportata), e una comunità può identificarla come obiettivo desiderabile, anche urbano, quando solamente dieci o venti anni fa progetti per un’URBAN JUNGLE avrebbero provocato repulsione e scandalo. Così, sull’onda del consenso, due moderni Guru, nonché Stefani, come Boeri e Mancuso, hanno confezionato per la città di Prato un orizzonte vegetale lussureggiante, almeno nelle intenzioni: il Prato Urban Jungle, entrato a pieno titolo nella pianificazione della città. Questo programma mira a promuovere una progettazione urbana creativa per ri-naturalizzare i quartieri di Prato in modo sostenibile e socialmente inclusivo. A tal fine in quattro aree specifiche della città verranno sviluppate le giungle urbane come soluzione innovativa per affrontare i problemi e il degrado della città. Le “giungle urbane”  saranno aree immerse nella struttura urbana portate a un’alta densità di verde, che sfruttano la capacità naturale delle piante di abbattere gli inquinanti, ripristinando allo stesso tempo parte del suolo e di spazi inutilizzati per la fruizione della comunità, trasformando le aree marginali e decadenti in attivi hub verdi.

Il PNAT (Project Nature), team multidisciplinare guidato dal prof. Stefano Mancuso dell’Università di Firenze, crea progetti ispirati alle piante per rendere il contesto urbano più verde e respirabile e così descrive uno dei 4 progetti approntati per Prato: “nel Macrolotto Zero sarà realizzato un Mercato cittadino, le cui facciate saranno ricoperte di piante e la cui aria sarà depurata dalla più grande Fabbrica dell’Aria mai realizzata. Si potranno consumare prodotti locali e godere dei benefici di uno spazio rigenerato dalle piante. Grazie alle piante, porteremo nell’ex area industriale qualità dell’aria, socialità e valore.” Il progetto per il Mercato cittadino nel Macrolotto Zero si articola in diversi interventi di plant-based solutions. Le superfici esterne dell’ex capannone industriale saranno ricoperte di piante gestite con tecnologie a bassa manutenzione, e gli spazi aperti verranno rinaturalizzati. Questi interventi genereranno benefici in termini di regolazione del microclima ambientale, mitigazione della temperatura, qualità dell’aria, isolamento termico e acustico e regimentazione delle acque piovane. La riconversione dell’ex capannone industriale in cui è stato creato il mercato sarà un modello di riutilizzo del patrimonio industriale dismesso di Prato. Le piante saranno il fulcro tecnologico e vitale dello spazio, il primo esempio pratese di design biofilico altamente innovativo. Gli spazi interni ospiteranno un mercato di prodotti agricoli locali e una grande Fabbrica dell’Aria, un sistema ideato e sviluppato da PNAT per rimuovere completamente gli inquinanti dell’aria attraverso le piante. In questo modo l’intero edificio godrà di un ambiente salubre e confortevole: tra ficus, kentia, monstere e strelizie rigogliose, si potranno acquistare ortaggi coltivati a km 0, consumare cibi locali e trascorrere del tempo in una vera e propria Giungla Urbana, godendo dei benefici psico-fisici di una piena immersione nella natura”.

Questo trend di rinaturalizzazione di spazi ‘minerali’ eccessivamente artificiali è ormai diffuso nella programmazione e gestione delle nostre città, come ormai stanno dimostrando molte esperienze americane ed europee, in primis quelle francesi (vedi l’articolo sull’Arazzo Millefiori di Pistoia in mostra a Parigi). Come afferma il suo vicesindaco Grégoire, (“per ogni metro quadrato costruito, dobbiamo trovare un metro quadrato di de-artificializzazione”) questo principio di compensazione deve diventare la normale prassi urbanistica.

Jungla, foresta, bosco, parco, giardino, albero che dir si voglia, basta che tutti abbiano “dovere di cittadinanza” nelle nuove città.

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