di Giacomo Martini
VENEZIA – C’era molta attesa per il nuovo film di Kathryn Bigelow e la risposta del pubblico è stata all’altezza dell’opera della grande regista.

Una storia che potrebbe diventare realtà, vista la situazione che stiamo vivendo. La traiettoria suborbitale di un missile nucleare viene intercettata dai centri di controllo statunitensi.
Dopo aver escluso la possibilità di un falso allarme come tanti che l’hanno preceduto, l’Ente generale per la gestione delle emergenze conferma che si tratta di un lancio ostile, e che il missile impatterà sugli Stati Uniti entro una ventina di minuti. Inizia così una corsa contro il tempo per neutralizzare il missile, che coinvolgerà lo Studio Ovale come la sala stampa, il Segretario della Difesa come il Presidente, e tutto il personale strategico e militare del governo americano.
Da dove proviene il missile? Russia, Cina, Corea del Nord, Iran, Pakistan? La Casa Bianca si trova a fare ipotesi al buio per sventare un attacco atomico: a riprova che l’era delle armi nucleari non è finita con la Guerra Fredda.
Il film è diviso in tre parti che rimettono in scena la stessa progressione temporale da tre angolazioni diverse, anche se la comunicazione fra i protagonisti delle tre parti avviene a distanza, e dunque l’audio di ognuno dei tre segmenti si può ascoltare anche negli altri.
In una casa piena di dinamite non ci sono eroi ma professionisti iperspecializzati, che tuttavia non riescono a far fronte ad una minaccia da loro stessi alimentata nel tempo, edificando con le loro mani una “casa piena di dinamite” pronta ad esplodere. Di ognuno dei personaggi in scena Bigelow mostra i legami personali, che sono stati però messi in secondo ordine di priorità da ciascuno rispetto alla militarizzazione della nazione (e non solo quella americana).
Un’opera che oscilla tra il cinismo della tragedia che potrebbe maturare e l’umanità che emerge dai diversi personaggi.









