SAN BARONTO – Un luogo di villeggiatura e di piacevole sosta, nel cuore del Montalbano, amato dagli appassionati del campeggio, del ciclismo e della buona tavola.
Ma la località di San Baronto, sorta attorno all’omonimo passo (348 metri) che collega la piana pistoiese e quella empolese, ha alle spalle una storia antichissima, essendo stato per secoli un luogo di transito e un punto di passaggio obbligato attraverso le colline del Montalbano.
Principale testimonianza del passato della località è la pieve intitolata ai santi Baronto e Desiderio, che sorge poco distante dalla strada provinciale, su un poggio tra boschi, vigneti e oliveti dal quale lo sguardo si allarga alla Valdinievole e all’area del Padule.
Secondo la tradizione agiografica, le origini della chiesa sono da ricondurre all’azione di Baronto, eremita di origine franca (forse già monaco benedettino dell’abbazia di Reghereto?), che nel corso del VII secolo, in piena epoca longobarda, si sarebbe stabilito su queste colline e avrebbe costruito un piccolo romitorio in corrispondenza del valico del Montalbano.

Qui avrebbe condotto vita eremitica e a lui si sarebbero presto uniti, spinti dalla sua fama di santità e dal richiamo delle sue pratiche ascetiche, altri cinque compagni, tra i quali si sarebbe presto distinto, per penitenze e fervore, il monaco Desiderio, in seguito canonizzato e fatto santo insieme a Baronto.
Quest’ultimo, dopo la morte, fu sepolto nell’oratorio che aveva costruito presso la sua cella: la sua tomba divenne fin da subito un luogo di pellegrinaggio e le sue reliquie fatte oggetto di venerazione, non solo grazie alla diffusione del culto di Baronto e Desiderio nei territori vicini, ma anche per la posizione del romitorio, posto nei pressi dell’antica strada che da Pistoia valicava il Montalbano per ricongiungersi alla via Francigena vicino a Empoli.
Un itinerario molto transitato fin dall’Alto Medioevo e battuto da mercanti, viaggiatori e pellegrini, che ebbe per certo un ruolo non secondario nella trasformazione del vecchio eremo in un monastero benedettino, con l’edificazione della nuova chiesa in stile romanico e la costruzione di nuovi ambienti per ospitare la comunità monastica.
La fondazione fu completata nel 1018, anno in cui il vescovo pistoiese Restaldo avrebbe traslato nella nuova cripta le spoglie di san Baronto e degli altri eremiti, portando allo sviluppo di un centro di culto religioso ma anche di vita economica e sociale, come testimoniato dalle fonti del secolo successivo, con la presenza di terre poste alle dipendenze del monastero e con la nascita di una piccola comunità rurale attorno al cenobio. L’ente ecclesiastico, forse appartenente all’ordine cluniacense, si dotò presto di un ospizio per il ricovero di viandanti e pellegrini, e nei secoli del Basso Medioevo la sua importanza strategica appare sempre più evidente, vista anche la crescente importanza della strada del San Baronto.

Nell’età moderna il monastero fu trasferito in commenda e poi aggregato alla Badia di Firenze, mentre la chiesa fu trasformata in prioria nel corso del Settecento. L’edificio di impianto romanico ha subito gravi danni durante l’ultima guerra mondiale, ed è stato quasi interamente distrutto dalle truppe tedesche in ritirata il 16 agosto 1944: nonostante le devastazioni belliche, nel dopoguerra la chiesa è stata ricostruita secondo le forme originarie ed è stata riaperta al culto nel 1951, conservando l’aspetto romanico nella facciata e nella parte absidale.
Ma la vera meraviglia si cela all’interno, nella cripta di origine altomedievale, una delle più antiche e meglio conservate del territorio. Composta da cinque navatelle e chiusa da tre absidi, la cripta merita assolutamente una visita per preziosi capitelli preromanici delle sue colonnine, che nelle loro decorazioni parlano un linguaggio figurativo antecedente al romanico toscano, e assimilabile a bassorilievi e sculture dell’età longobarda e carolingia presenti nell’area veneta e friulana.
Sebbene piuttosto stilizzati, sui capitelli si intravedono motivi floreali, girali d’acanto e palme, nell’iconografia cristiana simboli di eternità e resurrezione; su un capitello è incisa una curiosa figura umana, dai tratti semplici, colta nell’atto di pregare, collegabile alle figure degli “oranti” presenti in altre pievi romaniche del territorio (una su tutte, quella di San Cassiano di Controne nei pressi di Bagni di Lucca).

Brani di affreschi risalenti al XIII e XIV secolo fanno da sfondo alla “pietra viva” dei capitelli di San Baronto, che ci rimandano ad epoche remote, a un passato animato da pellegrini, eremiti, chierici, scalpellini.
Un piccolo tesoro d’arte altomedievale da scoprire, magari all’interno di un’escursione a piedi o in bici tra i boschi, gli oliveti, i vigneti, i borghi e le pievi del Montalbano.









