PRATO – Un’esposizione sul rapporto tra arte e malattia, sulla libertà dell’atto creativo, sull’essere “rivoluzione” anche nella nostra vita quotidiana.
Da pochi giorni ha inaugurato al Centro Pecci di Prato la mostra “La rivoluzione siamo noi”, un progetto a cura di Serena Becagli, curatrice e caregiver, che si presenta in una nuova veste di autrice, documentando il potere trasformativo dell’arte e dei suoi linguaggi. L’esposizione prende spunto dal progetto “Mamma Mia Museum”, nato nel 2020 e per la prima volta ospitato all’interno degli spazi di un museo di arte contemporanea, ed è articolata in un percorso costituito da 25 fotografie, di cui 4 inedite, video-frammenti e alcuni scatti di “backstage”.

Come ha spiegato la stessa Becagli nell’intervista esclusiva per Report Cultura con il nostro inviato Giovanni Fedi, “il mio passaggio da curatrice ad autrice è avvenuto in seguito a ragioni familiari: dal 2020 mia madre Antonella è affetta da demenza e questo mi ha portato prima a diventare caregiver e poi a portare a casa gli strumenti dell’arte, ho iniziato a interpretare le cose che faceva mia mamma come se fossero dei processi creativi o delle azioni poetiche. Quando mia madre si è ammalata ho dovuto portarla con me per necessità alle mostre e ai musei presso i quali lavoro come curatrice, e ho presto notato come gli spazi d’arte avessero su di lei un effetto positivo: interagiva con gli artisti, provava un senso di grande libertà, sembrava quasi che prendesse ispirazione da ciò che vedeva e sentiva e riflettesse ciò nel suo agire quotidiano”.
Nella vita di tutti i giorni gli spostamenti di oggetti o gli accostamenti incongruenti degli stessi operati da Antonella a causa della sua malattia sono stati però interpretati da Serena non come i tratti tipici della demenza, ma come delle vere e proprie opere d’arte, dando loro un titolo e una breve didascalia. Un approccio radicalmente nuovo e diverso, che cerca di superare attraverso l’arte la presenza ineluttabile di una malattia difficile da accettare per chi ne è affetto e per le persone che gli stanno vicino, portando allo stesso tempo l’osservatore a riflettere sul significato più profondo di “opera d’arte” in quanto prodotto di un atto creativo dal carattere spontaneo e inconsapevole.

L’esposizione presenta quindi una serie di fotografie che ritraggono composizioni di oggetti secondo accostamenti dal carattere inconsueto, curioso o irrazionale, come una sequenza di “nature morte contemporanee” che attraversano e descrivono il vissuto quotidiano di una persona, scavando nella sua intimità. E ad essere messo in risalto e colpire il visitatore non è l’effetto della malattia, ma la straordinaria libertà di un atto creativo che l’artista ci consegna, invitandoci, sulla scia dei titoli scelti da Serena, a sviluppare interessanti e stimolanti connessioni.
Sono infatti presenti alcune “citazioni” da opere di artisti contemporanei che Antonella ha imitato o dalla quali ha preso spunto a suo modo, come nell’immagine copertina della mostra: una banana avvolta nella carta stagnola che un giorno Serena ha trovato dentro il forno di casa e che ha immediatamente collegato alla celebre banana di Alessandro Cattelan. Richiami che aprono “finestre” e sguardi sull’arte contemporanea, con “omaggi” alla videoarte di Gino De Dominicis o alle performance di Massimo Bartolini, ma anche riferimenti al mondo cinematografico.

Lo stesso titolo scelto per la mostra, “La rivoluzione siamo noi”, è un’opera dell’artista tedesco Joseph Beuys davanti alla quale Serena ha fotografato la madre durante una delle loro visite al Centro Pecci: “mi sembrava molto bello omaggiare questo spazio museale con una foto scattata qui, davanti a un’opera della sua collezione – ha aggiunto Serena – e poi mi sembrava un titolo forte, capace di mandare un messaggio impattante. La rivoluzione siamo noi che ci prendiamo cura di chi è in difficoltà, di chi è malato, di chi ha bisogno del nostro aiuto; siamo anche noi quando entriamo in contatto con un’opera d’arte, che ci vuole comunicare qualcosa e spingere a cambiare, a trasformare la società e il mondo in cui viviamo. In questo senso l’opera di Beuys, come tutta la sua esperienza artistica, esprimono bene l’idea di un’arte sociale in grado di affrontare i temi più urgenti di carattere sociale e ambientale, in stretto rapporto con i concetti di cura e di guarigione”.
Altra particolarità dell’allestimento è la sua posizione in un’area del Centro Pecci a libero accesso, senza necessità di biglietto e lungo il percorso che conduce verso altre mostre in corso – tra le quali segnaliamo “Rotte: arte di rottura dalla donazione Carlo Palli” e “Villa Delizia” di Lorenza Longhi – o altri spazi culturali e ricreativi.
Una scelta voluta per rendere questa esposizione prima di tutto un luogo di riflessione, di confronto e di incontro, anche per poter parlare di un tema, quello della demenza, sempre molto delicato, ma che può e deve essere affrontato per condividere consigli e buone pratiche e per mettere in comune le esperienze vissute. Senza dimenticare quanto l’arte possa aiutare sia nell’alleviare situazioni di malattia degenerativa, sia nel sensibilizzare il pubblico su realtà di cui si parla ancora poco.
La mostra “La rivoluzione siamo noi”, con in programma anche alcune attività collaterali, resterà visibile fino a domenica 1 novembre.









