PRATO – Ultima delle tragedie di Alfieri pubblicata in vita (nel 1786), messa in scena l’ultima volta nel 1987 da Luca Ronconi a Torino, debutta in PRIMA NAZIONALE da martedì 10 a domenica 15 febbraio al Teatro Metastasio MIRRA con la regia di Giovanni Ortoleva, regista fiorentino classe 1991, recentemente insignito del Premio ANCT per la Regia (feriali 20.45, sabato 19.30, domenica 16.30).
Coprodotto dal Teatro Metastasio di Prato/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, lo spettacolo vede agire in scena Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia per raccontare la sconcertante storia della principessa Mirra, figlia dei regnanti di Cipro, condannata da Venere a scontare la pena atroce di innamorarsi del proprio padre, il Re Ciniro, e custode in segreto di questa sua passione terribile fino al giorno prefissato per le sue nozze con il principe dell’Epiro Pereo, cioè fino al momento in cui scoppia la tragedia.

La regia di Ortoleva si misura con questo testo affrontando la ricchezza della lingua alfieriana senza alterarlo: in questa tragedia, difatti, Alfieri compie uno scarto netto rispetto a tutta la sua produzione, non mettendo al centro della storia un personaggio titanico e la sua lotta eroica contro la società che lo circonda, ma il conflitto interiore di una ragazza adolescente.
Lo scontro si sposta dentro il soggetto, nella psiche, ed arriva allo spettatore attraverso il linguaggio, luogo dove avviene la vera battaglia che agita Mirra. E dove avvengono le ulteriori rivoluzioni di Alfieri: le espressioni magniloquenti che erano state protagoniste della sua produzione tragica qua sembrano girare a vuoto, trasformarsi in pura convenzione.
Insomma “una tragedia borghese.” La maggiore minaccia contenuta nel testo, che ha al suo centro il tema dell’incesto, è la parola stessa: l’incesto è un segreto che non può essere pronunciato, ma che preme in ogni istante per emergere, per arrivare nel mondo. La lotta di Mirra è una lotta con il linguaggio stesso che utilizza, che piega, deforma, per dire la verità dicendo altro.
“È difficile trovare nella drammaturgia italiana una trama più perturbante di questa – afferma il regista Ortoleva –. L’incesto, l’unico vero tabù rimasto alla società contemporanea, urla sotto la fitta maglia degli endecasillabi alfieriani; è un demone che non può essere chiamato per nome. Il corpo dell’adolescente Mirra è la porta attraverso la quale la tragedia entra in una casa borghese: il segreto che contiene è una bomba posta al centro della famiglia tradizionale. (…)
Credo che sia il momento di affrontare un testo del genere, per ricordarci che il nostro “patrimonio nazionale” ha sempre messo dei punti interrogativi nelle istituzioni che oggi vorrebbero essere recintate con il filo spinato. I “nostri grandi poeti” hanno costruito sublimi giardini del linguaggio, è vero, ma hanno anche fatto detonare le nostre convenzioni con esplosioni non meno sublimi. La Tradizione non può più essere una terra pacifica. (…)
Mirra, di tutto questo, è un esempio perfetto. Quella della ragazza condannata dagli dei a innamorarsi del padre non è “solo” una storia tragica, ma una punta di coltello con cui aprire il meccanismo familiare, mostrando gli ingranaggi di questa sacra istituzione in tutta la loro umana mediocrità.
Il linguaggio alto e lirico dei genitori, Cecri e Ciniro, si dimostra più volte pura cerimonia, convenzione borghese con cui gli adulti raggirano e manovrano i giovani, quasi come in un Romeo e Giulietta nostrano; e proprio come Giulietta, Mirra è una giovane campionessa del linguaggio, con cui instaura una battaglia che si estende per tutta la durata del testo, piegandolo, deformandolo, dicendo la verità per dire costantemente altro.
Alfieri, in un certo senso, è il nostro Shakespeare, per il tentativo che lo accomuna al bardo di Stratford di creare un teatro alto ma non puramente letterario, poesia che diventa fatto scenico.
Un tentativo che nella gran parte dell’opera di Alfieri, va detto, si è rivelato fallimentare, ma che trova in Mirra una grandezza e compiutezza sorprendenti. L’adolescente si muove in questa famiglia pre-borghese in un equilibrio tra furore, follia e gioco recitativo che costituisce un unicum nella letteratura teatrale forse non solo italiana, ma internazionale. Una Amleto, privata dei giochi del principe di Danimarca ma tenuta in un dialogo costante e spaventoso con gli Dei. Una grande figura femminile che merita di nuovo, a mio parere, la scena”.
Intorno allo spettacolo, martedì 15 febbraio alle ore 19 nel foyer del Met è previsto un incontro del ciclo Sorsi di Teatro a cura di Luisa Bosi.
Biglietti da 12 a 28 euro.










