PISTOIA – Uno scrigno di storia e d’arte dove le sculture di Marino dialogano con un ciclo di affreschi del secondo Trecento, tra i più significativi e ben conservati dell’intera Toscana.
In occasione di una delle visite guidate organizzate dalla Direzione regionale Musei nazionali Toscana è stato possibile conoscere la storia dell’ex chiesa di Sant’Antonio Abate o del Tau, affacciata su corso Fedi tra piazza Garibaldi e l’edificio del Museo Marini, e ammirare da vicino le bellezze “nascoste” del suo interno, senza ombra di dubbio uno dei luoghi più affascinanti e sorprendenti della nostra città.

L’ex chiesa, sconsacrata e oggi compresa nella rete dei Musei statali di Pistoia, faceva parte in origine di un complesso religioso più ampio, legato al culto di Sant’Antonio Abate – uno dei grandi “santi eremiti” vissuto nei deserti della Tebaide in Egitto tra III e IV secolo – e alla presenza dell’ordine ospedaliero e monastico dei canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, riconosciuto con bolla papale nel 1297 da Bonifacio VIII e legato alla diffusione tardomedievale del culto di Sant’Antonio Abate.
I religiosi appartenenti a questo ordine monastico e militare erano noti anche come “cavalieri del fuoco sacro” – per le cure che dedicavano ai malati di ergotismo, comunemente chiamato “fuoco di Sant’Antonio” – e “cavalieri del Tau” perchè sulle loro vesti era cucita una croce a forma della lettera greca T – tau, appunto – che ricordava la forma del bastone al quale, secondo l’iconografia più diffusa, il santo era solito appoggiarsi.
La prima metà del Trecento segna la grande diffusione di questo nuovo ordine oltre i confini francesi, e la sua presenza in Toscana è particolarmente significativa: in questo periodo i cavalieri del Tau pongono la propria sede principale presso la “magione” di Altopascio, località posta in posizione strategica lungo la via Romea e punto di passaggio dei pellegrini diretti o di ritorno dalla capitale della cristianità. Grazie all’appoggio papale i canonici antoniani poterono godere di benefici e concessioni, andando a fondare nuovi conventi e in molti casi dando un rinnovato impulso e ulteriore vivacità alla vita ecclesiastica in ambito urbano.
Nel caso di Pistoia, dove alla metà del Trecento erano già presenti altri ordini mendicanti e ospedalieri, fu l’azione del frate Giovanni Guidotti, autore di una brillante ascesa all’interno dei canonici antoniani, a determinare nel 1360 la fondazione del convento con chiostro – situato negli spazi oggi occupati dal Museo Marini – con annessa cappella intitolata a Sant’Antonio Abate. Poco distanti dalla chiesa e dal convento dei frati domenicani, i cavalieri del Tau andarono a occupare uno spazio cittadino lasciato libero dopo la demolizione della seconda cerchia muraria, rivestendo un ruolo di particolare rilievo nell’organizzazione religiosa della città.
La chiesa di Sant’Antonio Abate, a unica navata suddivisa in tre campate con volte a crociera, con presbiterio sopraelevato e cripta sottostante, intorno al 1372 venne interamente affrescata con un elaborato ciclo di pitture, opera del fiorentino Niccolò di Tommaso che si avvalse della collaborazione del pistoiese Antonio Vite.
Dopo un periodo di prosperità che culminò con il pontificato di Leone X a inizio Cinquecento, l’ordine antoniano si avviò verso una progressiva e inarrestabile decadenza, culminata alla fine del Settecento con la sua soppressione.
Il convento e la chiesa del Tau vennero sconsacrati e venduti a privati per essere destinati a uso abitativo, fatto che portò alla modifica degli ambienti interni e all’inevitabile danneggiamento del ciclo di affreschi.
L’ex chiesa divenne un’abitazione, al suo interno vennero innalzati soppalchi e alcune pitture furono cancellate dai muri perimetrali per fare posto a scale e travi: una grave ferita che perdurò fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando, a seguito dell’acquisizione statale dei locali dell’ex convento e della chiesa, fu avviato un fondamentale lavoro di restauro che permise il recupero degli affreschi e il ritorno degli ambienti interni al loro aspetto originario.

Un bellezza a lungo nascosta e sconosciuta ai pistoiesi è stata così riscoperta, ritrovata e finalmente aperta al pubblico, con una sola modifica: l’esposizione dentro l’ex chiesa di cinque opere monumentali scolpite da Marino Marini negli anni Cinquanta e Sessanta – “Miracolo”, “Cavaliere”, “Il grande grido”, “La composizione di elementi”, “Una forma in un’idea” – poste in dialogo ideale con gli affreschi di Niccolò e Antonio, in una sorta di “ponte artistico” fra tardo Medioevo e contemporaneità.
Appena varcato l’ingresso, lo sguardo del visitatore rimane rapito dalla vivacità e dalla ricchezza degli affreschi, che, pur presentando varie lacune e ridotti a brani in più punti, rivelano subito la complessità del programma iconografico realizzato su tre diversi registri lungo le pareti, nelle volte e nell’area absidale.
Un minuzioso ciclo di pitture dall’evidente scopo educativo e didascalico, probabilmente dettato dallo stesso Guidotti, e realizzato in uno stile vivacemente descrittivo e narrativo – non di rado in un riquadro sono narrate più scene in ordine cronologico, dando all’intera composizione un’accentuata dinamicità – che appare assai legato ai modelli della scuola fiorentina, al tempo dominata dai quattro fratelli artisti Andrea, Jacopo, Nardo e Matteo di Cione e dalla loro cerchia.
Le Storie dell’Antico Testamento occupano le volte e il registro superiore delle pareti: proprio quelli delle campate, a causa della loro posizione, risultano gli affreschi meglio conservati e guardando all’insù è facile riconoscere episodi famosi narrati nella Genesi come la creazione di Adamo ed Eva, la tentazione del serpente, la cacciata dal paradiso terrestre, l’uccisione di Abele e la punizione di Caino. Sul registro superiore, collocato appena al di sotto delle volte, compaiono altri episodi biblici come il diluvio universale e l’arca di Noè, la torre di Babele, il sacrificio di Isacco, la marcia del popolo ebraico nel deserto del Sinai, che stupiscono per la straordinaria vivacità delle figure qui realizzate.

Il registro mediano presenta la successione delle Storie di Maria e Gesù, dalla Natività di Maria all’adorazione dei Magi, dalla presentazione di Gesù al Tempio alla strage degli innocenti: sono affreschi molto interessanti per la varietà cromatica, per la dinamicità delle scene e per l’attenzione ai particolari architettonici delle strutture dipinte che fungono da “inquadrature” per le scene stesse.
Nel registro inferiore, più vicine allo sguardo dell’osservatore, si trovano le Storie della vita di Sant’Antonio Abate, santo titolare dell’ex chiesa e dei canonici antoniani: non stupisce l’estrema rilevanza data alla raffigurazione degli episodi e degli eventi miracolosi più significativi della sua vita, tratti da fonti agiografiche, come il suo voto di povertà e la scelta di vita eremitica con la donazione dei propri beni ai poveri, la fuga nel deserto egiziano, il miracolo della carovana di cammelli carichi di cibo giunti dal santo e dai suoi compagni affamati.

Sotto i registri, sono ancora in parte visibili teorie di santi che sembrano quasi provenire dall’area absidale, occupata dal grande affresco a parete – in parte mancante – raffigurante il Giudizio Universale, tema iconografico ricorrente nella pittura medievale e rappresentato secondo un modello canonico, ma non privo tuttavia di alcuni spunti interessanti e originali.
Nell’affollatissima scena si possono riconoscere, sulla destra, le numerose figure di santi che ascendono al paradiso, ciascuno riconoscibile per un oggetto o un attributo che lo contraddistingue a livello iconografico: tutti guardano verso il centro dove una schiera di angeli suona le trombe, tutti tranne uno, San Giacomo patrono di Pistoia, unico a volgere gli occhi verso la navata per incrociare lo sguardo dei fedeli e rassicurarli sulla protezione e la benevolenza che dall’alto egli assicura alla città.
Questa compresenza dei santi Antonio e Giacomo, il primo titolare dell’ex convento, il secondo patrono della città, è visibile anche in alcuni apparati decorativi degli affreschi, dove spesso compaiono in alternanza i due simboli della croce commissa (o a T, simbolo di Sant’Antonio Abate) e della conchiglia (richiamo al pellegrinaggio verso il santuario di Santiago di Compostella, principale luogo di culto di San Giacomo).
Siamo, insomma, di fronte a un luogo capace di racchiudere storie sacre e identità cittadina, elementi simbolici e dettagli realistici, grazie a uno straordinario ciclo di affreschi ancora legati ai modelli medievali ma che già presentano elementi di novità e di originalità nella vivacità cromatica, nel dinamismo delle figure e nella ricerca di una profondità attraverso ingegnose soluzioni prospettiche.
L’ex chiesa è attualmente gestita dalla Direzione regionale Musei nazionali Toscana, che organizza visite guidate, aperture straordinarie e attività per bambini e famiglie; per visite individuali o a piccoli gruppi o per informazioni in dettaglio è possibile telefonare ai numeri 0573 24212 e 0573 32204 dalle ore 8.30 alle 13.30.









