mercoledì, Settembre 9, 2026

Lo sguardo “eccentrico” di Ray Banhoff tra scrittura e fotografia

PISTOIA – Il quarto appuntamento organizzato dal Gruppo Fotoamatori Pistoiesi ha visto protagonista Ray Banhoff, al secolo Gianluca Gliori, intervistato da Paolo Fichera.

Molte le domande rivolte a questo personaggio, eclettico, non convenzionale e decisamente coraggioso nell’affrontare le scelte fatte fino ad oggi. A partire dallo pseudonimo usato, “a Milano non sapevano dire Gianluca Ieri ed è così che sono diventato Ray Banhoff, fotografo e scrittore”.

Qualche domanda in più gliela abbiamo rivolta anche noi.

Quanti sono stati importanti per te il “clima” e l’aria di Milano?

Tanto, perché ci girava tanta roba dentro, ho scoperto molte persone, fotografi e cose a cui non sarei arrivato e che gravitavano nella città. Non mi sentivo un pesce fuor d’acqua, quando abitavo alla Pieve non avevo questi confronti, non potevo avere questo tipo d’incontri. Milano è un ricettacolo di persone con interessi in comune.

Milano quindi è stata propedeutica a tutto ciò che poi hai deciso di fare.

Sì, sono andato lì e non altrove, non sono andato all’estero, poiché volevo continuare a scrivere e per questo dovevo rimanere in Italia, non potevo andare in America. Non avevo il “mito” di Milano prima di andarci, però era una città importante nell’editoria, nella fotografia, nel giornalismo e piena di persone che lavorano a livelli alti.

Per me ventottenne, poter parlare con Toni Thorimbert, Oliviero Toscani e altri non era cosa da poco, mi sono trovato a confrontarmi con delle persone che il lavoro di fotografi a livello professionale lo facevano seriamente, erano persone che c’avevano costruito una carriera ed erano solo lì. 

Ray Banhoff in dialogo con Paolo Fichera durante l’incontro GFP Talks al Giardino Puccini gatteschi (fotografie di Michael Van Den Heuvel)

La tua passione per la scrittura deriva da studi scolastici o sei un giornalista?

Non ho mai preso nemmeno l’abilitazione da pubblicista, scrivo sul Tirreno e ho cominciato a ventitré anni, ma non mi è mai interessato prendere il tesserino. Il giornalista è quello che trova le notizie, io non l’ho mai fatto, facevo un tema a scuola ed era l’unica cosa che mi riusciva fare, “mi garba scrivere” e per arrivare ad avere una voce mia nella scrittura ho impiegato tanti anni.

Qual è il tuo genere di scrittura?

A febbraio uscirà un mio romanzo, poi ho scritto tanti pezzi per testate on line soprattutto, reportage in prima persona nel costume, società, racconto.

Ho una newsletter, scrivo su Rolling Stone, Mow magazine, Playboy.

Contatti che hai trovato da solo?

Sì a Milano, il mondo dell’editoria è molto piccolo, tutti si conoscono fra di loro, conoscevo e giravo con giornalisti, mi presentavo e se proponevo cose che avessero un senso mi davano ascolto, portavo delle idee, del tipo “voglio fare un pezzo su…”; “ok vai”, mi dicevano a Rolling Stone. Così come con l’Espresso, e una volta iniziato, il direttore magari mi poteva chiedere un pezzo di costume.

Queste collaborazioni continuano ancora?

Sì, con l’Espresso da gennaio ho una rubrica fissa settimanale, almeno per quest’anno.

Dal punto di vista economico come va?

Faccio l’insegnante, insegno alle medie di Pescia, quando mi son trovato disoccupato a Milano sono tornato qui, ho preso un’altra laurea in Lettere perché avevo solo la triennale, e ho trovato lavoro nella scuola: questo è il settimo anno, ho fatto cinque anni alle elementari e due alle medie.

Dal punto di vista fotografico, viste le serie sui canini, le “fie” e i personaggi coloriti, la tua può essere definita “fotografia dal basso”.

Sì, su Instagram mi definisco fotografo di eccentrici e inclassificabili, quindi sì. E mi diverte molto, le stesse foto che ho fatto io, se fatte da un altro potevano avere un tono molto più cupo, documentaristico o drammatico.

A me sembra invece di fotografarli in maniera gagliarda, non li vedo mai come perdenti o decrepiti, a me questa gente mi esalta, li vedo con un mio occhio ironico, ma la fotografia è così, può darsi che qualcuno guardi le stesse foto e le trovi tristi. L’arte è così. I miei soggetti, i “Vaschi” ad esempio (i sosia di Vasco Rossi), quando si vedono sono molto contenti, gasati, chiamano la moglie “Oh è venuto uno a farmi una foto”. Alcuni soggetti, molto “vissuti”, possono essere letti in una chiave di tristezza, ma se chiamavi Scianna ad esempio, luce bassa, pellicola, bianco e nero, lo sarebbero stati certamente.

Come ti vedi fra cinque anni? Percepisco una grande potenzialità nella tua attività di fotografo.

Lo farò finché sento che mi dà qualcosa, che mi serve. Ho cambiato vita ogni cinque anni circa, adesso ho 41 anni, quindi non sono abituato a fare progetti che vadano in là con il tempo, forse con l’insegnamento è la prima volta che penso che questo lavoro potrei farlo ancora a lungo.

Ora le foto le faccio anche se sento che sono in fase calante, questo cerchio sta un po’ chiudendosi, ho meno voglia di farlo e sento di aver detto quello che avevo voglia di dire, all’incirca, quindi boh, fra cinque anni non credo che smetterà.

Vorrei fare auto pubblicazioni dei miei lavori e campare di quello, avere un buon giro di auto pubblicazioni, senza più editori, non me ne frega più niente di loro, non mi interessa essere sullo scaffale della Feltrinelli, l’editoria funziona se sei a livelli altissimi, televisione, ed altri strumenti di lancio. Preferisco fare un lavoro mio, magari ne vendo 100 copie ma è un lavoro totalmente mio.

Nuove idee dal punto di vista fotografico? 

Me ne accorgo sempre dopo, non parto prima, vorrei cambiare la luce, formati più grandi, mi piacerebbe una mostra interamente dedicata ai miei lavori.

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