lunedì, Agosto 17, 2026

Lo sviluppo industriale della Toscana non può prescindere dallo stato di salute del suo sistema d’istruzione

di Fabio Tonioni*

Fabio Tonioni

Una riflessione sulle prospettive di sviluppo industriale della Toscana, volta a scongiurare possibili rischi di declino, non può prescindere da un’analisi sullo stato di salute del suo sistema d’istruzione, con particolare riguardo alla propensione di questo a connettersi con il mondo della produzione industriale, artigianale e dei servizi.

Non è certo un enunciato originale, poiché su tale conclusione convengono tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nello sviluppo economico del paese, che considerano la formazione un ambito strategico; se non altro perché essa riguarda in primo luogo i giovani, senza il cui impulso diventa impresa temeraria immaginare qualunque innovazione, non solo per il sistema industriale. Casomai il problema emerge nel passaggio dalle enunciazioni delle priorità ai fatti e agli investimenti, non sempre in linea con l’importanza attribuita al tema.

In effetti i nostri ragazzi e le nostre ragazze, risorsa umana sempre più scarsa nell’epoca segnata dall’inverno demografico, non sembrano godere – neppure in Toscana – di quella considerazione politico-amministrativa che meriterebbero.

Un interesse fattivo verso i giovani da parte della Regione Toscana dovrebbe infatti essersi da tempo tradotto (per restare all’ambito della formazione collegata al mondo dell’industria) in interventi più estesi e coordinati di quelli attuali, per evitare il disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende rispetto a quelle realmente possedute dai giovani in cerca di occupazione. Su questo aspetto tornerò tra breve. Per i giovani laureati e diplomati che invece dimostrano di possedere talento, capacità e intraprendenza, occorrerebbe mettere in campo azioni efficaci per scongiurarne l’emigrazione in paesi lontani dal territorio che li ha formati, evitando un danno incalcolabile per lo sviluppo toscano.

In particolare sul primo punto, il mismatch tra le competenze attese dalle imprese e quelle effettive di coloro che escono dalla scuola, vorrei provare a intervenire partendo dalla mia esperienza di insegnante di scuola superiore.

A tale problematica, da tempo segnalata nella nostra regione dalle imprese e da tutte le associazioni di categoria, avrebbero dovuto porre rimedio alcune riforme scolastiche nazionali intervenute negli ultimi anni, come l’istituzione della Formazione Scuola-Lavoro e degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), o la sperimentazione del sistema 4 + 2 (quattro anni di istruzione superiore più due anni negli ITS) e, più recentemente, la revisione dei curricoli degli istituti tecnici e dei professionali, con l’introduzione già dal prossimo anno scolastico di margini di flessibilità a disposizione delle scuole, per predisporre particolari percorsi formativi declinati sulle caratteristiche produttive del territorio.

Non è questo il luogo per discutere dei limiti di tali riforme. Mi permetto solo di osservare che qualunque intervento sull’istruzione finalizzato al rafforzamento delle competenze professionali non dovrebbe avvenire a scapito di quelle generali (ed es. linguistiche), sempre più necessarie in un mondo in rapida trasformazione, che richiede flessibilità e capacità di riconversione: proprio questo invece avviene sia nel sistema del 4 + 2 (con il taglio di un anno di istruzione superiore) sia nell’attuale rimodulazione dei programmi degli istituti tecnici e professionali.

Ciò premesso, la domanda alla quale cercherò di rispondere è quanto si sia riusciti nella nostra regione a sfruttare le indubbie occasioni aperte da queste riforme per avvicinare, da un lato, la formazione alle esigenze delle imprese e, dall’altro, i giovani alle opportunità offerte dal mercato del lavoro. Dico subito che, a mio avviso, non si è fatto tutto quanto sarebbe stato necessario.

Per sostenere questa tesi mi sembrano sufficienti quei dati che posso ricavare dal mio particolare e privilegiato punto d’osservazione, la scuola, appunto, che ovviamente partecipa da protagonista alla Formazione Scuola-Lavoro. Ebbene, dovendo trarre un bilancio di questa attività, mi sento di dire che i risultati raggiunti dagli istituti toscani, almeno fino ad oggi, appaiono deludenti. In questo senso, un dato illuminante è quanto raccontano agli esami di maturità gli stessi ragazzi coinvolti nei tirocini (ricordo che la presentazione dei percorsi di Formazione Scuola-Lavoro fa ormai parte integrante dello svolgimento dell’esame stesso); ebbene, in qualunque scuola mi sia capitato negli ultimi anni di svolgere la funzione di commissario d’esame ho spesso assistito all’illustrazione di esperienze di basso o bassissimo profilo, con studenti in parte delusi e consapevoli della scarsa crescita professionale acquisita. Insomma, questa prima occasione di contatto tra i giovani e le imprese risulta in molti casi sprecata. Eppure si tratta di un numero di ore di formazione notevole, svolte in parte nelle aziende stesse (una volta addirittura 400 ore per gli istituti tecnici, diventate adesso “solo” 150).

La ragione di questo parziale fallimento risiede in buona parte nelle difficoltà organizzative. Infatti, nelle scuole della Toscana, così come nel resto d’Italia, simili esperienze vengono predisposte da dei tutor scolastici, in pratica insegnanti che si candidano a tale ruolo, non sempre preparati sia a selezionare le aziende più adatte sia a seguire i ragazzi durante tutto il processo. Tuttavia persino i docenti più capaci e con maggiore esperienza fanno fatica a “piazzare” gli studenti, a trovare imprese disponibili ad accoglierli, accontentandosi talvolta di collocarli in piccole e piccolissime aziende, che i tutor stessi reputano poco adeguate a garantire un percorso professionalizzante decente. Si tratta in taluni casi di realtà dove i ragazzi si trovano a svolgere mansioni dequalificanti e dove vengono considerati alla stregua di semplice forza lavoro aggiuntiva a costo zero.

In queste situazioni poco edificanti, coloro che si dichiarano maggiormente soddisfatti risultano quegli studenti che i docenti considerano “meno dotati”, perché poco motivati dal percorso scolastico e in possesso di minori competenze specialistiche e di base, i quali trovano invece in queste esperienze l’alternativa che cercavano all’istruzione scolastica tradizionale: sono apprezzati dai titolari dell’impresa proprio per la loro motivazione al lavoro o per doti di carattere relazionale e sociale (non sempre valutate a scuola) e perciò non di rado vengono ricontattati e assunti dopo il diploma.

Non dico che un simile risultato non sia importante, tanto per i ragazzi quanto per queste piccole realtà aziendali, solo che non sono certo questi i “successi” in grado di spingere il sistema produttivo verso quel salto di qualità che sarebbe necessario.

E’ del tutto evidente, dunque, che occorre accompagnare le scuole, meglio di quanto non si faccia oggi, nella predisposizione e gestione di questi percorsi: una responsabilità che attiene anche alla politica e a tutti quei corpi intermedi che giocano un ruolo nell’economia della nostra regione. Le associazioni di categoria, come la Confindustria, o le camere di commercio hanno in questi anni svolto la funzione positiva di sensibilizzare, coinvolgere e mettere in rete il maggior numero di imprese possibile, ma alla prova dei fatti questo sforzo non ha prodotto i frutti auspicati e non è ancora sufficiente a garantire un livello uniforme e adeguato di prestazione.

Ritengo dunque essenziale su questi aspetti, niente affatto secondari per lo sviluppo economico della Toscana, un coinvolgimento più diretto delle istituzioni politiche regionali ai più alti livelli, a partire dagli assessorati direttamente chiamati in causa, affinché si realizzi una più stringente azione di orientamento di queste attività formative.

Ci tengo a precisare che non si tratta di togliere alle scuole autonomia di programmazione, ma semmai di offrire loro un più valido ventaglio di possibilità e un indirizzo istituzionale che possa orientarle sulle scelte più utili alla crescita del tessuto produttivo della Regione, evitando opzioni estemporanee o dettate dal caso.

Penso poi che almeno le imprese maggiori, quelle più all’avanguardia e strategiche per il futuro della Toscana, comprese le startup ad alto tasso d’innovazione,  dovrebbero svolgere un ruolo centrale in questo processo: se la strada di obbligare queste aziende a offrire maggiori opportunità di formazione non è percorribile, perché lo vieta la legge, la Regione potrebbe tuttavia prevedere delle forme di incentivo, tali da spingere chi opera in settori considerati strategici per le sorti industriali della regione a organizzare un elevato numero di percorsi d’istruzione, innalzandone anche la qualità, in modo che lo stage in azienda possa davvero garantire ai ragazzi e alle imprese che li assumeranno quel valore aggiunto necessario per dare un contributo al decollo economico della Toscana.

Allo stesso tempo, occorrerà in futuro agire per impiegare in maniera efficace quelle ore di istruzione che – alla luce della riforma dei programmi introdotta quest’anno negli istituti tecnici e nei professionali – sono demandate all’autonomia delle singole scuole. Per il prossimo anno scolastico – su indicazione dello stesso ministro Valditara – tutte le scuole hanno utilizzato l’autonomia assegnata loro facendo scelte “conservative”, mirate a salvare le cattedre dei docenti, in pratica reintroducendo la quasi totalità delle ore di quelle materie sacrificate al criterio della flessibilità. In futuro però, se la riforma appena varata sopravviverà, si rischia di assistere a una frantumazione e proliferazione di offerte formative, utili forse alle scuole per promuovere la loro immagine e attrarre studenti e famiglie, poco adatte invece – temo – per intercettare davvero le esigenze del mondo del lavoro e offrire ai ragazzi e alle ragazze una formazione adeguata.

In questo assai probabile scenario, intravedo di nuovo la necessità di un livello di programmazione e d’indirizzo politico regionale: altrimenti è plausibile che sarà il mercato selvaggio delle offerte formative – governato da agenzie che perseguono propri fini e interessi – a dettare l’agenda e a condizionare i programmi delle scuole.

Un breve cenno vorrei dedicarlo anche agli ITS. Negli ultimi anni in Toscana è stata ampliata l’offerta di questi corsi post-diploma ed alto risulta essere il tasso di occupazione di coloro che li frequentano. Grava però sugli ITS lo stigma di un’istruzione di serie B, di frequente scartata da alunni e famiglie a vantaggio del più appetibile percorso universitario. L’impressione, inoltre, è che gli ITS fatichino a intercettare persino l’interesse di quei giovani che non hanno intenzione di intraprendere un percorso universitario e che, se respinti dal mercato del lavoro al quale cercano di affacciarsi, diventano NEET (vale a dire persone che né studiano né lavorano).

Infine, al termine di questo contributo sulla formazione professionale, vorrei aggiungere che il ruolo svolto dalla scuola in materia, sebbene essenziale, da solo non può bastare se non si curano nel contempo i CFP (Centri di formazione professionale) e se non si affronta in maniera seria anche il tema dell’aggiornamento permanente del personale già occupato, aspetto che riguarda in primo luogo la responsabilità delle imprese e da cui dipende in maniera stretta la loro capacità di rinnovarsi, rimanere competitive o addirittura cambiare pelle e trasformarsi, se necessario: elementi tutti quanti essenziali per garantire la competitività dell’intero sistema economico regionale. (SoloRiformisti)

*Laureato nel 1995 in Letteratura italiana presso la facoltà di Lettere di Firenze. Dopo alcune collaborazioni con quotidiani locali e realtà editrici, affronta il concorso per l’insegnamento e dal 2000 diventa docente di Italiano e Storia, professione che tuttora svolge. All’interesse verso la politica e la realtà sociale, che coltiva sin dagli anni giovanili, ha unito da tempo l’impegno sindacale nel settore della scuola.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI