mercoledì, Settembre 9, 2026

L’opinione pubblica europea e la lunga ombra di Trump

di Mauro Grassi*

Mauro Grassi

FIRENZE – È uscito in questi giorni, a cura dell’European Council of Foreign Relations, il Rapporto “Transatlantic Twilight: European Public Opinion and the Long Shadow of Trump”. Il Rapporto si articola intorno a tre temi di particolare attualità specie dopo l’elezione di Trump alla Presidenza degli Usa: il declino delle relazioni transatlantiche tradizionali, le sfide e divisioni interne dell’Europa e le opportunità per un rinnovamento strategico dell’UE nel contesto geopolitico attuale.

Il Rapporto ci dice che la tradizionale alleanza tra Stati Uniti ed Europa, basata su valori condivisi e interessi comuni, sta svanendo, accelerata dall’approccio unilaterale e antagonista dell’amministrazione Trump. La rielezione di Trump ha intensificato il disincanto europeo verso gli USA, con sempre più cittadini che vedono gli Stati Uniti come un “partner necessario” piuttosto che un “alleato”. In Italia la percentuale è del 53% contro 18%. La distanza tra Usa e Europa è evidente su temi chiave come la sicurezza, le relazioni con la Cina e il sostegno all’Ucraina. Questo ha portato alla fine del “romanticismo atlantico”, sostituito da un pragmatismo basato su calcoli di convenienza.

L’Europa si frammenta al proprio interno di fronte alle grandi questioni geopolitiche. In primo luogo, sul tema Russia e Ucraina.  Gli europei sono divisi sul sostegno all’Ucraina e su come negoziare la pace. Paesi come Polonia e Regno Unito sostengono Kyiv, mentre nazioni come Ungheria e Bulgaria preferiscono un approccio più accomodante verso la Russia.

Quindi sulle Relazioni con la Cina.  Anche qui si notano fratture, con il Sud Europa più incline a rapporti economici positivi e il Nord più diffidente con gli Stati Uniti che cercano di sfruttare queste divisioni per rafforzare la propria influenza.

Ed infine, e particolarmente importante in termini di definizione di un ruolo globale dell’Europa, è la percezione dell’UE da parte dei cittadini. Il progetto europeo è visto in modo meno positivo rispetto al passato. Paesi come Bulgaria e Ungheria esprimono scetticismo, mentre in altre nazioni emergono visioni più ottimiste, legate alla necessità di rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione. In Italia i pessimisti verso il ruolo dell’Europa superano gli ottimisti: 45% contro 39%. Queste divisioni interne indeboliscono la coesione europea, rendendo difficile costruire una posizione comune nei confronti degli USA e di altre potenze globali.

Nonostante il clima di incertezza, emergono, secondo il Rapporto, spazi di manovra per l’Europa. Non tutto è perduto. Occorre rafforzare le seguenti linee strategiche.

In primo luogo, creando significative Coalizioni europee far emergere, al di fuori di difficili unanimismi, alcune posizioni forti in seno all’Europa. Un esempio viene da Paesi come Francia, Germania e Polonia che stanno lavorando su nuove forme di cooperazione diplomatica e difensiva, esplorando formati come il “triangolo di Weimar” e coalizioni pro-Ucraina. Un’altra possibilità deriva dal rafforzamento di una Leadership forte e di una Autonomia strategica nel farraginoso, e troppo spesso burocratico, sistema istituzionale europeo. Figure chiave come Ursula von der Leyen e Antonio Costa stanno sottolineando la necessità di un approccio pragmatico che tuteli gli interessi europei, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti. Questa autonomia non verrà “regalata” a livello globale. Occorre introdurre maggiore responsabilità e iniziativa nel definire la propria politica estera e di sicurezza da parte degli organismi a questo dedicati. Anche per arrivare ad una Relazione pragmatica con gli USA. Se è finito il romanticismo atlantico il futuro rapporto transatlantico sarà probabilmente meno basato su valori condivisi e più su interessi concreti. L’Europa deve essere pronta a negoziare duramente e a difendere i propri interessi su temi come Ucraina, Cina e Sicurezza ed Economia. Il “crepuscolo transatlantico” rappresenta, secondo il Rapporto, non solo una fase di crisi, ma anche un’opportunità per ridefinire il ruolo dell’Europa nel mondo. Attraverso pragmatismo e creatività, l’Europa può trasformare questa transizione in un’alba di nuove possibilità, costruendo una leadership globale autonoma, resiliente e più bilanciata nei rapporti con gli Stati Uniti e le altre potenze.

Che dire? Il Rapporto è ben fatto e, in termini di analisi, fa emergere in maniera netta e chiara la criticità del momento geopolitico attuale. Nel Mondo sta riemergendo, ancora di più di quanto non fosse stato fino ad oggi, il principio “umano molto umano” che la forza conta di più del diritto internazionale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono avute guerre, ci sono state sopraffazioni di tipo imperialista, ci sono state spartizioni di aree di influenza ma in qualche modo si è tentato di mediare la forza attraverso il ruolo morale e giuridico di Organismi internazionali e di Accordi fra paesi. Nell’attuale fase questa “mediazione” appare molto indebolita e anche i cittadini delle aree più sviluppate sembrano meno interessati a questo tema. Dove prevale la forza occorre “trattare” e non fare “appello ai princìpi”. Il sovranismo ha vinto, prima culturalmente e poi sempre di più come espressione politica delle comunità. Il fatto è che il sovranismo degli Usa, della Cina, della Russia e dell’India, solo per citare le polarità più rilevanti nel mondo, coincide con dei continenti, di fatto o, come per la Russia, pensati come tali, mentre in Europa tende a non identificarsi, se non in maniera minoritaria, con il continente Europeo. Ed infatti prevalgono i riferimenti nazionali e i cittadini, pur in maniera differenziata nei singoli stati europei, nutrono un grande scetticismo sul ruolo geopolitico dell’Europa.

Gli appelli all’Autonomia strategica, ad un nuovo ruolo in tema di difesa, sicurezza ed economia rischiano di restare “grida manzoniane”. Basta vedere il differente approccio verso la nuova filosofia trumpiana dei singoli paesi che è accolta con una certa benevolenza specialmente laddove prevalgono governi a maggioranza di destra. Non si cerca di far valere l’Europa di fronte agli Usa ma di trovare il sentiero giusto per avere una qualche benevolenza dal nuovo “Imperatore Globale”.

Credo che le forze realmente europeiste dovrebbero tentare una nuova strada nel processo di costruzione dell’Europa abbandonando definitivamente la vecchia strada. La vecchia strada è quella della costruzione faticosa di una realtà politica forte partendo dalla costruzione di un mercato unico e magari, laddove si è fatto, di una moneta unica. È una strada che ha dato il massimo. Di più non può dare. E allora occorre incamminarsi nella nuova con l’obiettivo di costruire un forte soggetto politico iniziando appunto dalla politica. Si fa l’Europa con chi ci sta, con chi vuole superare il nazionalismo ottocentesco e con chi non cerca di fermare tutto con il principio dell’unanimità nelle decisioni. Sarà un processo lungo e difficile. E intanto? Che vadano avanti in maniera forte e diffusa le Coalizioni europee e i relativi Accordi fra paesi che vanno oltre le regole burocratiche dell’Unione. Accordi che prefigurano, su singoli settori o tematiche, il futuro di un’Europa forte e coesa e che lasciano da parte quei paesi attenti soltanto a sfruttare i vantaggi e i sussidi dell’Europa-Bankomat.

Davvero di una Europa imbelle e forte nelle cose meno importanti e debole in quelle essenziali non ne sentiamo proprio più il bisogno. Con l’avvento di Trump il “giochino” dei burocrati di Bruxelles è finito. Voltiamo pagina.

*www.soloriformisti.it

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