di Stefano Di Cecio
Lucca – Nelle giornate del Lucca Film Festival dell’edizione 2026, abbiamo avuto modo di incontrare numerosi ospiti della manifestazione, personaggi del mondo del cinema. Fra questi anche alcuni membri delle giurie, in particolare, per la sezione lungometraggi Franca Squarciapino e per la sezione cortometraggi Alex Infascelli, cui abbiamo rivolto alcune domande.

Franca Squarciapino è una costumista e ha lavorato in diverse produzioni nazionali e internazionali prevalentemente nel teatro, ma anche per la televisione e il cinema. In questo settore ha ottenuto nel corso degli anni numerosi riconoscimenti come il Premio Goya in Spagna, il César in Francia, il Bafta (British Academy of Film and Television Arts), tre Nastri d’Argento in Italia e l’unico premio Oscar ottenuto dal film Cyrano di Bergerac con Gérard Depardieu nel 1991 ovvero quello ai migliori costumi.
Come si vive il passaggio da essere giudicata a giudicare?
Non è bello, a parte il fatto che hai tanti film davanti a te, è difficile. Sono di un’altra generazione, quindi i film dei giovani devo cercare di capirli, di entrare nella loro cultura; insomma, è un compito difficile.
Come ha vissuto l’esperienza dell’Oscar?
Non volevo vincere; soltanto il pensiero di affrontare la platea di tutto il cinema americano mi faceva paura e invece poi ci sono dovuta andare e l’attrice che mi accompagnava tremava insieme a me. Perché è un grande spettacolo: era un po’ strano vedere che tutta la platea, dagli attori più anziani a quelli giovani, mi sorrideva.
Qual era la caratteristica del costume che l’ha fatta arrivare all’Oscar?
Probabilmente perché si trattava di abiti in stile Seicento alleggeriti; gli attori non erano costretti dai costumi, erano abbastanza liberi; poi, Cyrano è sempre amato.

Alex Infascelli è un regista, attore e sceneggiatore cinematografico e televisivo, molto presente anche alla direzione di videoclip musicali in Italia e all’estero. Al cinema esordisce nel 1994, fra i suoi lavori di regia spicca il thriller Almost Blue, scritto insieme a Carlo Lucarelli, che gli varrà il David di Donatello e il Nastro d’Argento, entrambi come Miglior Regista Esordiente. Ricordiamo poi Il siero della vanità, H2odio, S is for Stanley, un documentario sulla storia di Emilio D’Alessandro, l’autista di Stanley Kubrick, e Piccoli crimini coniugali con Margherita Buy e Sergio Castellitto. Nel cinema lavora anche come attore e in televisione come sceneggiatore e regista. Adora Wikipedia e la considera la più grande droga dopo la cocaina.
Quanto è importante l’uso degli archivi per realizzare film documentaristici?
Per i miei documentari che ho fatto fino ad ora, che sono tre, S is for Stanley, Mi chiamo Francesco Totti e Kill Me if You Can su Raffaele Minichiello, il dirottatore che dirottò l’aereo nel ’ 69 da Los Angeles a Roma, in realtà, essendo un montatore, ho costruito la narrazione del film basandomi esclusivamente sugli archivi: questi possono essere privati, possono essere stock footage come Pond5, Getty Images, Kino Library, ma ultimamente ho trovato una miniera di materiale proprio su YouTube che continua ad essere comunque il canale più potente in assoluto. Su YouTube ho trovato materiale user-generated, cioè realizzato da persone e di conseguenza non reperibile da nessun’altra parte; quindi la risposta è sì: l’archivio per me è la vita, una vera e propria trasfusione di sangue che io faccio al progetto, senza di cui sarebbe un’anemia totale.

Cosa ne pensi del riuso delle immagini dei video?
Io vengo dalla scuola del videoclip, che era di per sé un frullatore che mischiava fotografia, grafica e musica e aveva poco a che fare con il cinema. Se tu pensi a Photoshop, cos’è di fatto la grafica? Sono layer, no? Sono strati di cose sovrapposte che poi tu puoi togliere o rimettere a seconda di quello che ti serve. Secondo me la narrazione cinematografica, comunque, in generale, qualsiasi tipo di narrazione, deve diventare stratificata, e lo sta diventando sempre di più. Dobbiamo accettare la verticalità di questo approccio, che la farà sopravvivere, mentre quello orizzontale abbiamo visto che non soddisfa più le menti delle persone, anche perché noi stessi siamo cambiati per quello che guardiamo, ascoltiamo e ci piace che ci venga raccontato. Quindi le arti devono adeguarsi a questo racconto se vogliono continuare a parlare alle persone. Sicuramente poi ci sarà una parte del mondo artistico che penserà a parlare solo a se stessa, senza toglierle assolutamente valore; sarà sicuramente meno comunicativa.
All’incontro erano presenti altri giurati: l’attore e regista Michele Riondino, Veronica Lucchesi (La rappresentante di lista) e il regista e sceneggiatore belga Jaco Van Dormael, autore del film del 2015 Dio esiste e vive a Bruxelles.










