PRATO – Una storia vera e allo stesso tempo incredibile raccontata attraverso le voci dei protagonisti, in un viaggio tra realtà e finzione, colpa e pentimento, un’amicizia destinata alla rovina.
Al Teatro Magnolfi debutta in prima assoluta Malamente di e con Mauro Pescio, con musiche composte ed eseguite dal vivo da Stefano Malatesta, costumi e oggetti di scena a cura di Norma Pescio, luci di Massimo Galardini, aiuto regia di Giorgia Faoro, per una produzione targata Teatro Metastasio di Prato.
Attore, autore teatrale e radiofonico, storyteller e podcaster, nel corso della sua carriera Mauro Pescio ha collaborato con diverse realtà ed emittenti come Radio24, Radio2, Radio3, Audible, Chora Media e RaiPlay Sound, alternando il lavoro a teatro e sul piccolo schermo alla produzione di audio-serie e alla conduzione di podcast di grande successo come Io ero il Milanese, che ha conquistato il pubblico superando 3 milioni di ascolti.
In questo podcast di dieci puntate la voce narrante di Pescio, unita alle testimonianze dirette, ripercorre la storia vera di Lorenzo, cresciuto in una famiglia complessa e segnata fin dall’infanzia dall’esperienza del carcere del padre, che porta il giovane a intraprendere una strada fatta di scelte sbagliate, rapine e anni trascorsi in prigione, per poi compiere un percorso di rinascita e riscatto culminato nel suo pieno reinserimento in società.

Anche in Malamente lo scenario è sempre quello di Milano e della sua periferia, il racconto di Pescio immerge fin da subito il pubblico dentro una storia vera – sono stati cambiati solo i nomi dei protagonisti – ma dai contorni grotteschi e dagli esiti inaspettati, che per circa un ventennio segna le vite dei due amici, complici e infine rivali al centro di questo intreccio in apparenza semplice, ma sempre più complesso a mano a mano che le conseguenze delle loro azioni iniziano a prendere una piega ben diversa da quella immaginata.
Nella Milano operosa di metà anni Settanta due giovani benestanti e di buona famiglia, Pietro e Paolo, sono legati da uno stretto rapporto di amicizia, nato sui banchi dell’istituto commerciale che entrambi hanno frequentato insieme prima di prendere strade diverse dopo il diploma.
Ma una sera Paolo arriva sotto di casa di Pietro e propone all’amico un piano a cui sta pensando da giorni: organizzare un finto sequestro di persona attraverso il rapimento di Giada, fidanzata di Paolo e loro complice in questo “crimine”, per poi chiedere come riscatto un’ingente somma di denaro al padre della ragazza, che si è scoperto possedere grandi fortune. Giada è già d’accordo, sarà soltanto una messinscena per spaventare la famiglia della ragazza e ottenere i soldi, non ci saranno armi da fuoco e nessuno si farà male: cosa potrebbe mai andare storto?
D’altra parte siamo nel pieno degli anni di piombo e della stagione delle bande armate di sequestratori, quasi ogni giorno i giornali riferiscono di persone rapite a scopo di estorsione e anche Paolo rimane suggestionato da una pratica così “facile” e veloce per fare soldi. Ma i due, anzi i tre, hanno veramente bisogno di denaro? Oppure è solo un gioco, una sfida di abilità e coraggio, un modo per uscire dal grigiore quotidiano e per sentirsi vivi?
Nonostante le titubanze e le resistenze iniziali, Pietro accetta e il sequestro viene messo in atto: tutto procede secondo i piani, Giada viene prelevata e portata in un posto sicuro che nessuno conosce, la polizia brancola nel buio, la famiglia accetta di pagare il riscatto, i contanti arrivano e la ragazza è liberata, il bottino viene spartito. Certo, i giornali, ignari della finzione, denunciano a caratteri cubitali l’ennesimo sequestro da parte di una rete di criminali che ormai sta imperversando a Milano seminando il terrore: Pietro e Paolo ci ridono su, in fin dei conti può essere definito un delinquente chi ha commesso un reato per finta?
La storia potrebbe finire qui, con tutti soddisfatti e più ricchi di parecchi milioni: e invece proprio questo successo, questa “bravata” andata a buon fine in cui l’hanno fatta franca segna l’inizio della rovina per i due amici, che dopo alcuni anni di separazione si ritrovano di nuovo, ma stavolta sono mutate le circostanze, gli obiettivi e le loro personalità. Quella di Pietro e Paolo è una storia piena di saluti e ricongiungimenti, con questi ultimi che avvengono nei momenti talvolta più impensabili e meno opportuni: due amici spesso separati ma in fin dei conti inseparabili, che non possono l’uno fare a meno dell’altro, con il rischio, però, di trascinarsi entrambi nel baratro.
Visto che il primo tentativo è perfettamente riuscito, perchè non provare adesso con un vero sequestro di persona? La proposta di Pietro è semplice, e anche qui il bisogno dei soldi non c’entra: si comincia capire che il rapporto tra i due si sta incrinando e sta prendendo una brutta piega, un’amicizia sincera e disinteressata sta cedendo il posto a una relazione pericolosa e tossica a cui Paolo, per il momento, non ha la forza di volontà di rinunciare.
Ecco allora che i due si imbarcano in una seconda impresa: rapiscono un giovane rampollo e ottengono, senza colpo ferire, più di due miliardi di lire di riscatto. È la svolta decisiva, ma non solo a livello economico: adesso sono diventati due veri complici di un vero crimine, con Pietro che si trasferisce all’estero e Paolo che non ha il coraggio di spendere un solo centesimo della sua quota di denaro e vive ogni notte nei rimorsi di coscienza per essere, adesso a pieno titolo, un delinquente.
Rimorso e colpa, sincerità e falsità, propositi omicidi e desideri di redenzione sono i poli opposti attorno ai quali la storia ruota verso il finale: passati ormai vent’anni dal falso sequestro di Giada, è Pietro, forse divorato dai sensi di colpa, forse proteso in un ultimo e disperato tentativo di protagonismo e autoassoluzione, a vuotare il sacco e raccontare tutta la storia, dal crimine fasullo a quello vero. Anche Paolo viene trascinato dall’ormai ex amico nell’inferno di una condanna a molti anni di carcere in primo e in secondo grado, ma alla vigilia dell’ultimo e definitivo grado di giudizio, comprendendo il carattere egolatrico e manipolatore di Pietro, riesce a “svolgere” la storia a proprio favore e a cavarsela con una pena ben inferiore.
Si chiude così una vicenda di cronaca che impressiona non solo per il suo carattere grottesco, ma anche per gli interessanti risvolti psicologici che fanno lentamente ma inesorabilmente precipitare i due amici verso il fondo e la rovina del loro rapporto, come se stessero scivolando su un piano sempre più inclinato senza potersi fermare.
Quello messo in scena da Pescio in Malamente non è semplice storytelling, ma un piccolo capolavoro teatrale in cui il narratore interpreta di volta in volta tutti i personaggi della storia – in particolare i due protagonisti – attraverso il loro personale punto di vista: grazie a questa focalizzazione interna lo spettatore tende a identificarsi ora con Pietro, ora con Paolo, venendo a diretta conoscenza dei loro sentimenti, riflessioni, paure, di una psicologia che con il passare degli anni e il procedere della storia si fa sempre più contorta, complessa e irrazionale. Fino a diventare, per l’appunto, una “mala mente”, capace di concepire veri delitti.









