MILANO – In concomitanza con le Olimpiadi invernali ormai imminenti, Milano si propone di offrire ai visitatori provenienti da tutto il mondo non solo indimenticabili momenti di sport, ma anche l’occasione di riscoprire una delle correnti più affascinanti della pittura europea dell’Ottocento.
Dal 3 febbraio al 14 giugno gli spazi espositivi di Palazzo Reale, affacciato sulla centralissima e affollata piazza Duomo, ospitano una grande retrospettiva sui Macchiaioli, con oltre cento opere esposte provenienti non solo dalle più importanti collezioni museali italiane – come l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera, le Gallerie degli Uffizi e Palazzo Pitti, il Museo del Risorgimento e la Galleria di Arte Moderna di Milano, la Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museo Civico “Giovanni Fattori” di Livorno – ma anche da collezioni private, dando così la possibilità di ammirare dipinti raramente visibili o accessibili al pubblico.

La corrente dei dei Macchiaioli (non è corretto definirli un “movimento artistico”, perchè privi di un “manifesto” programmatico) rappresenta una delle stagioni più fertili e rivoluzionarie dell’Ottocento italiano, ponendosi come il primo autentico tentativo di scardinare i rigidi precetti del formalismo accademico in favore di una resa realistica e immediata della visione. Nata intorno alla metà del secolo tra le mura del Caffè Michelangiolo a Firenze, questa compagine di artisti — tra cui i nomi più noti sono quelli di Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini, ben rappresentati nella mostra — si fece portavoce di una nuova estetica fondata sul primato del “vero”.
Il cuore pulsante della loro poetica risiede nella tecnica della “macchia”: i Macchiaioli teorizzarono che la forma non fosse definita dal disegno o dal contorno, bensì dai contrasti cromatici e dai volumi di luce e ombra che si intersecano nella retina dell’osservatore. Per questi pittori, dipingere significava riprodurre l’impressione ottica della realtà attraverso accostamenti di colori puri, stesi in campiture ampie e solide, capaci di restituire la consistenza plastica dei soggetti senza perdersi nel minuzioso dettaglio descrittivo tipico del Neoclassicismo o del Romanticismo storico.
La loro esperienza si distinse anche per una profonda mutazione dei soggetti rappresentati. Abbandonate le scene epiche e le allegorie mitologiche, l’attenzione si spostò sulla quotidianità rurale, sulle campagne negli immediati dintorni di Firenze o Livorno, sui paesaggi della Maremma, sulla vita domestica della piccola borghesia e sul realismo crudo della vita militare, vissuta in prima persona da molti di loro durante le campagne risorgimentali. La luce, spesso zenitale o radente, non era più un artificio scenico, ma l’elemento strutturale che definiva lo spazio e il tempo del quadro.
Dal punto di vista storico e artistico, l’importanza dei Macchiaioli è notevole: essi non furono meri imitatori delle sollecitazioni provenienti dall’Impressionismo e dal Naturalismo francese, ma attraverso una rielaborazione originale e innovativa dei modelli toscani e stranieri furono i veri “precursori” della modernità europea, attraverso una pittura libera dalle regole accademiche e capace di cogliere lo “spirito” del mondo contemporaneo.
Pur mantenendo una solidità compositiva, la loro audacia cromatica e la scelta di dipingere en plein air anticiparono istanze che avrebbero cambiato per sempre il volto dell’arte occidentale. Essi riuscirono a “svecchiare” la pittura italiana, sottraendola al provincialismo e inserendola in un dialogo serrato con le Avanguardie del tempo, rivendicando l’autonomia del linguaggio pittorico rispetto alla narrazione letteraria.
Una pagina fondamentale di storia dell’arte del nostro Paese, che l’esposizione milanese intende recuperare, valorizzare e sottoporre ad attenta riflessione anche grazie agli studi compiuti da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, curatori della mostra e tre dei più autorevoli esperti italiani dei Macchiaioli.

Il percorso espositivo di Palazzo Reale ricostruisce la breve ma intensa esperienza della corrente e dei suoi interpreti in un arco cronologico che va dal 1848, anno della “primavera dei popoli” in Europa, al 1872, data della morte di Giuseppe Mazzini: un evento cruciale per i Macchiaioli, convinti sostenitori delle idee politiche mazziniane, che da questo momento in poi esauriscono la loro carica più dirompente e “rivoluzionaria”.
Questa intensa vicenda artistica, politica e umana aveva segnato una delle svolte più radicali nella lunga storia dell’arte italiana grazie ad artisti come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati e Raffaello Sernesi: attraverso le loro opere più significative emergono lungo il percorso espositivo le singole personalità di questi giovani pittori.
Da segnalare la presenza in mostra di un capolavoro assoluto come La toilette del mattino di Telemaco Signorini, dipinto per lungo tempo rimasto nascosto per il soggetto “scandaloso” rappresentato – il risveglio in una casa di tolleranza – così come la serie dei bellissimi dipinti di Fattori a soggetto militare, simboli di tensione narrativa, impegno civile e ideali risorgimentali di cui i Macchiaioli si fanno interpreti nell’arte.









