mercoledì, Settembre 9, 2026

Movimento e colore: l’arte di Keith Haring in mostra a Palazzo Blu

PISA – L’arte contemporanea torna protagonista a Palazzo Blu nella nuova retrospettiva dedicata al Keith Haring, uno degli esponenti di spicco della street art e del movimento dei “graffiti” nella New York degli anni Settanta e Ottanta.

L’artista statunitense, nato nel 1958 in Pennsylvania, è ricordato come uno dei principali animatori della urban art newyorchese, capace, insieme all’amico Basquiat, di dare dignità artistica al graffitismo e alla street art portando i propri lavori dagli ambienti metropolitani fino alle più importanti gallerie d’arte. Personaggio assolutamente non convenzionale, ammiratore della pop art, di Andy Warhol e Jackson Pollock, fu uno dei primi artisti di un certo rilievo a dichiarare apertamente la propria omosessualità; ammalatosi di AIDS, morì nel 1990 a soli 32 anni dopo una carriera artistica breve ma intensa, capace di cogliere e di “interpretare” a suo modo lo “spirito” degli anni Ottanta.

Un artista legato alla stessa città di Pisa dove soggiornò nel 1987 per realizzare il grande murale “Tuttomondo”, ancora oggi visibile sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate: un potente inno alla gioia e alla vita, considerato il suo testamento artistico.

La mostra di Palazzo Blu si apre con l’inizio dell’attività artistica del giovane Haring, che rimane colpito e affascinato dai graffiti alle pareti nelle stazioni della metropolitana newyorchese: è proprio l’esplorazione di questo mondo sotterraneo a spingerlo nella realizzazione dei suoi primi lavori, disegnando con il gesso volti di persone, bambini, animali e oggetti d’uso quotidiano, allo scopo di esprimere concetti universali come nascita, morte, amore e guerra.

Già dagli esordi Haring manifesta il chiaro intento di dare vita a un’arte per tutti, senza più barriere culturali e sociali; un’arte che non deve più essere limitata ai musei, ma aperta e accessibile, invadendo gli spazi pubblici e realizzandosi in luoghi visibili e in contesti di vita urbana non convenzionali.

Negli anni Haring approfondisce la sua tecnica, utilizzando sempre più spesso colori fluorescenti che brillano sotto una luce nera: la seconda sala dell’esposizione presenta una rassegna di queste opere, tutte prive di titolo, come buona parte della produzione artistica di Haring, dal momento che secondo l’artista deve essere l’osservatore, e non chi la realizza, a “dare il titolo” all’opera d’arte. Compaiono qui alcuni elementi caratteristici e ricorrenti dell’arte di Haring, come gli “omini” che saltano e trasmettono l’idea di movimento, oppure il bambino accovacciato che diventa simbolo di speranza e spontaneità.

Proprio il rapporto con i bambini di ogni età e provenienza e con il mondo dell’infanzia è uno dei fattori che influenza maggiormente la sua arte: la progettazione di libri illustrati e la conduzione di laboratori d’arte per bambini permettono all’artista di esplorare il mondo della fantasia e di approfondire le possibilità creative del disegno. La terza sala è infatti dedicata agli “infiniti significati” che l’arte può assumere secondo Haring, e che l’artista americano rende attraverso una serie di litografie aventi come soggetti curiose storie di bambini e fiori.

Nell’arte di Haring un ruolo fondamentale è giocato dal colore, che diventa strumento delle emozioni dell’artista e tratto distintivo delle sue serigrafie, capaci di colpire e riempire l’occhio dell’osservatore per la pienezza e la nitidezza dei colori, senza il ricorso alle sfumature e con ampio uso di colori primari, separati gli uni dagli altri da un tratto netto di colore nero. È una pittura che richiama alla semplicità del disegno, ma che allo stesso tempo svela una grande complessità e un carattere visionario: i simboli e le icone realizzati da Haring possono essere considerati gli “antenati” degli attuali emoji (faccine, cuori, animali, ideogrammi) presenti nelle tastiere nei nostri smartphone.

Non si pensi, però, a quella di Haring come un’arte priva di messaggi “forti”: al contrario, sono numerose le opere in cui l’artista ribadisce il proprio impegno politico e sociale su temi scottanti come i diritti degli omosessuali, le segregazioni razziali, il disarmo nucleare, l’uso di droghe, la prevenzione dell’AIDS e la tutela ambientale. Parallela all’impegno sociale è la sua collaborazione con festival di musica e cinema per la realizzazione di locandine pubblicitarie e con artisti del mondo della musica per le copertine dei loro album: la più celebre e iconica è senza dubbio la cover dell’album “Without you” (1983) di David Bowie, con l’immagine dell’amore “universale” rappresentata da due “omini” che si abbracciano.

La sala successiva è dedicata alle “sperimentazioni” dell’arte di Haring con graffiti che prendono ispirazione da soggetti e figure primordiali dell’arte egizia, eschimese, azteca e maya, in cui le figure umane si uniscono e si intrecciano in piramidi, labirinti, foreste, maschere, divinità misteriose. La scoperta della positività all’AIDS conduce l’artista su sentieri più “oscuri” e “apocalittici”, dove l’ironia e la satira appaiono velate da sfumature più cupe e non troppo rassicuranti; in collaborazione con lo scrittore beat William Burroughs, Haring realizza la serie “Apocalypse”, viaggio per immagini e collage nel suo “inferno personale”, in cui a dominare sono visioni di disperazione su paesaggi tetri e surreali.

La mostra si chiude con la l’ultima serigrafia pubblicata da Haring nel 1990, pochi mesi prima della morte, che rappresenta una sintesi efficace e completa della sua arte, in cui compaiono in bianco e nero tutti gli elementi “grezzi” caratteristici del suo linguaggio artistico. Figure umane, bambini, cani, serpenti, alieni con dischi volanti si fondono in scene in cui l’artista esplora, con la semplicità di un bambino ma con uno sguardo lucido e dissacrante, i lati più nascosti e oscuri della nostra società.

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