martedì, Settembre 8, 2026

Museo Marini, Pistoia deve essere ambiziosa e dialogare con rispetto

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Pistoia non può accontentarsi di “ri-avere” il Museo Marini, deve essere più ambiziosa, deve puntare a un unico, grande Museo dell’artista pistoiese con sede nella nostra città. E’ il tempo del riscatto.

L’incontro alla Fondazione Tronci

Ma per realizzare questo progetto occorre riaprire il dialogo con la Fondazione fiorentina, un dialogo rispettoso che ponga al centro le ambizioni pistoiesi. Occorre riportare i rapporti tra le due fondazioni sul terreno del riconoscimento delle reciproche esigenze, un progetto di lunga durata che a Firenze non potrà mai essere realizzato perché nel capoluogo non avranno mai i finanziamenti necessari. Insomma, bisogna tornare al clima che si era creato tra Pedrazzini, presidente della Fondazione Marini, Cassa di risparmio e amministrazione comunale che permise alla città di essere nominata capitale italiana della cultura.

Il confine delineato ieri pomeriggio alla Fondazione Tronci dall’Associazione Amici della politica, si allarga, prende nuovo respiro, cerca di uscire dal buio in cui la vicenda del museo è stata cacciata dal 2017.

Tanta gente nella sala della Fondazione, a testimonianza di quanto sia alto l’interesse della città per il suo artista di maggior prestigio nel mondo.

L’incontro era stato organizzato dall’associazione Amici della politica che aveva affidato le relazioni a Claudio Rosati, storico e museologo e Gabriele Magrini, giurista.

Una vicenda diventata complicata per tutta una serie di incomprensioni, rigidità e decisioni contraddittorie, decisioni sbagliate; la presenza di due fondazioni private (la Marino Marini Pistoia e la Marino Marini San Pancrazio a Firenze) ha poi ingarbugliato tutto.

Lo stato dell’arte del Museo Marini vede Pistoia con nessuna carta da giocare sul piano giuridico, ha spiegato Magrini, alcune su quello politico. A partire dalla trasformazione della Fondazione Marini in Onlus, con un cambio di statuto che ha cancellato la presenza pistoiese, poi c’è stata la sentenza del Consiglio di stato che, dando ragione alla Fondazione, ha nei fatti spento ogni speranza pistoiese.

Le responsabilità del Comune sono pesanti e documentate: il mancato adeguamento alle norme antincendio di palazzo del Tau è alla base della richiesta di Pedrazzini, ma grave è stato anche l’errore di vincolare le opere al Tau; inopportuna, in questo momento, è stata la proposta di ospitare il museo in piazza San Lorenzo “per il cui progetto – ha detto Federica Fratoni, consigliera comunale e regionale – non ci sono idee”. “Una proposta – ha sottolineato Claudio Rosati – che indebolisce la posizione del Comune, nei fatti una operazione di depotenziamento”.

Si poteva evitare questo contenzioso? Secondo Fratoni, sì.

“Nel 2019 – ha ricordato – in Regione chiedemmo che il Comune di Pistoia garantisse gli interventi necessari per il riconoscimento nel sistema museale della Toscana. Di fronte a questa disponibilità, da parte del Comune non c’è mai stata nemmeno una telefonata. Anche la Fondazione era d’accordo con la richiesta regionale. Del resto siamo in presenza di un’Amministrazione che ha perso anche i finanziamenti regionali per il teatro Manzoni perché avevano sbagliato il bando. Poi sono stati costretti a presentarsi col cappello in mano per avere 1 milione e mezzo”.

E l’ultima proposta del Comitato promotore del “Piano strategico della cultura della città di Pistoia e dell’area pistoiese” per fare restare le opere a Pistoia, “ha spianato la strada al trasferimento delle opere di Marino a Firenze”, ha detto Claudio Rosati.

Il museologo ha posto la vicenda dentro il quadro più generale, quello dei rapporti dell’artista con Pistoia e Firenze. Marini lascia Firenze perché “si sente prigioniero”, un amore mai nato con il capoluogo toscano e mai corrisposto (Rosati ha ricordato come Firenze si divise perfino sulla donazione del “Miracolo” alla città, donazione che poi non avvenne proprio a causa delle polemiche). Perché Firenze da sempre, non è interessata a ciò che avviene al di fuori del proprio territorio, lo dimostrano i “numeri” di San Pancrazio che ospita altre opere dell’artista pistoiese: nel 2022 ha avuto 5.800 visitatori (contro i 150mila di Palazzo Strozzi), un dato inferiore a quello del Museo Marini di Pistoia.

La cultura non si misura con i numeri, ma i numeri lasciano capire quale sia l’interesse dei fiorentini per Marini, artista che hanno sempre avversato, direttamente o per vie traverse, ricorrendo a critici d’arte.

Diverso il rapporto dello scultore con Pistoia, un rapporto forte diventato fortissimo negli anni. La stessa scelta di Marini di tornare a morire nella città che gli dette i natali, testimonia la forza del legame, un legame reso anche più stretto dallee donazioni fatte alla città e dal conferimento di cittadino onorario. La stessa Mercedes Pedrazzini scelse Pistoia come sua ultima città di residenza e come “vera” sede delle opere del marito.

Come uscirne?

Intanto partendo dalla consapevolezza che il Marini è un museo vero, ha ricordato Rosati, che ha tutti i requisiti per essere definito tale anche a livello internazionale, poi seguendo una strada che altrove hanno creato: un centro di documentazione dell’intera opera di Marino Marini, un centro che ampli la fruizione e la divulgazione delle sue opere tramite digitalizzazione: un centro che faccia parte integrante del Museo unico. I costi del Centro? Un quarto di quanto si spende per i Dialoghi di Pistoia, ha ricordato Rosati, un quinto del costo della mostra di Altan. Insomma poche decine di migliaia di euro per diventare centro internazionale dell’opera di Marino Marini.

Ma Pistoia avrà la forza per sostenere un progetto di queste dimensioni? Firenze non garantirà finanziamenti, Pistoia lo potrebbe fare, “sarebbe sufficiente che la Fondazione Caript mettesse dentro i soldi e non le mani”, ha auspicato Alessio Colomeiciuc. Ma in realtà è difficile perché la cultura a Pistoia sta vivendo anni di grande confusione: chi gestisce cosa?”

Occorre ricomporre con pazienza i pezzi di un mosaico che sono sparpagliati un po’ ovunque, evitando di inventarsi sempre nuovi autobus su cui far salire tutti ma che non produrranno niente, creati solo per avere il consenso

“Adesso è il tempo del riscatto – ha affermato Colomeiciuc – dobbiamo chiamare attorno a un tavolo gli attori del progetto ricordando che si tratta di soggetti privati. Chi lo può fare? Ad esempio Villa Celle, centro di eccellenza mondiale dell’arte contemporanea”.

Se non ora, quando?

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