martedì, Ottobre 6, 2026

Nell’area vasta pistoiese creare un asse strategico con la montagna tosco emiliana

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Uscire dall’isolamento, riallacciare rapporti virtuosi con le altre città dell’area vasta che va oltre quella metropolitana fiorentina: da Firenze all’Alta Toscana e poi a nord, verso il Bolognese. Stanno qui le soluzioni ai problemi, molti dei quali sono comuni, dalla cultura, all’economia, ai trasporti.

Stefania Nesi

Stefania Nesi, è vice sindaca e assessora alle politiche strategiche dell’area vasta, alle attività produttive e sviluppo economico sostenibile, alla progettazione europea. Deleghe pesanti, incarichi che dovranno disegnare la Pistoia del futuro, deleghe di progettazione di un’idea che traguardi l’orizzonte. A partire dai trasporti.

Nel sistema ferroviario, Pistoia è la Cenerentola. Il pendolarismo è penalizzato da un sistema che non corrisponde alle esigenze delle comunità che vivono tra Lucca e Prato. E’ costantemente in sofferenza e da parte della Regione l’interesse, cioè la tramvia, si fermerà a Prato. Il prolungamento fino a Pistoia e Lucca potrebbe risolvere i problemi attuali di grave sofferenza?

Siamo partiti dai bisogni in base alle segnalazioni che abbiamo ricevuto, quindi da una base un po’ empirica. Adesso stiamo facendo invece uno studio con gli uffici attingendo anche a studi esistenti, quelli di altri enti, per quantificare il fabbisogno e per capire esattamente quali sono i flussi, anche se è evidente che quello principale è quello della direttrice di Firenze. Questa priorità nasce dal fatto che un sistema di mobilità che funziona è uno degli elementi centrali per migliorare la qualità della vita in una città. Siamo partiti da questa considerazione. Abbiamo avuto già due interlocuzioni grazie a Regione Toscana che ci ha supportati nell’organizzare incontri con la direttrice regionale di RFI e la direttrice regionale di Trenitalia. Al tavolo c’erano anche tutte le componenti tecniche alle quali abbiamo espresso questa richiesta che rappresenta l’esigenza del territorio. Adesso la dobbiamo formalizzare supportandola con numeri. In questo senso il tema della linea Pistoia-Firenze – meglio sarebbe dire Firenze-Lucca ragionando proprio in un’ottica di area vasta -, è uno dei principali. L’occasione che si aprirà è legata alla creazione della stazione di Belfiore, dove convergerà il sistema dell’alta velocità; parallelamente nascerà Firenze Circondaria che metterà in collegamento l’alta velocità e i treni regionali. Dobbiamo studiare bene questa opportunità. In questo momento non so se la tramvia è uno strumento complementare o alternativo a un potenziamento della linea di superficie, però credo che sia una ipotesi da analizzare. Tuttavia, il miglioramento delle corse ci sarà quando i treni regionali transiteranno tutti in superficie sulle tratte liberate dall’alta velocità. A quel punto si dovranno potenziare le fasce orarie, anche quella del mattino, legate alla mobilità di pendolari e studenti che sono le più critiche, come c’è l’esigenza di potenziare alcune fasce serali per le quali c’è una forte domanda. Io ho ricevuto tanti input da parte di cittadini che mi chiedono di intervenire proprio sulla fascia serale che ora ritengono essere un po’ scoperta. È chiaro che nel momento in cui si vanno a potenziare le linee di superficie, aggiungendo delle corse negli orari di maggior frequenza, devo anche calcolare le criticità principali che si creano e che sono legate alla presenza dei passaggi a livello. Quindi, il potenziamento del servizio deve essere programmato anche con l’implementazione di altri lavori infrastrutturali, altrimenti in alcune fasce orarie rischiamo di bloccare la città. Se mettessimo un treno ogni dieci minuti, da un lato raggiungerei un obiettivo, dall’altro bloccherei la città, soprattutto nel tratto Pistoia-Montale. Occorre, quindi, una pianificazione da fare con Ferrovie, da fare, non guardando, però, solo al dato della frequenza dei treni. E comunque è una analisi che va fatta anche nell’ottica della prosecuzione del raddoppio della ferrovia oltre Montecatini fino a Lucca, che deve essere sostenuto. Questa è una visione di area vasta.

Di recente ha parlato di Pistoia che, in tema di trasporti, guarda in tre direzioni. Cosa significa?

Noi immaginiamo Pistoia come una cerniera. Il potenziamento verso Firenze con questa sorta di metropolitana di superficie, copre un versante della cerniera. C’è poi il problema della prosecuzione del raddoppio ferroviario verso la costa. Occorre promuovere un gruppo di pressione di più soggetti affinché questo progetto riprenda. Creare una rete di soggetti che chiedano di essere ascoltati. Pistoia non avrà mai nessun ruolo se gioca questa partita da sola, immaginare una direttrice che ci lega alla costa deve essere necessariamente un argomento da affrontare in chiave di area vasta.

Lei parlava di terza direzione ponendo attenzione al collegamento a nord, verso Bologna che potrebbe aiutare anche l’economia di confine. Qual è il vostro piano, la vostra idea, per riconnettersi al capoluogo emiliano?

Quando prima parlavo di cerniera all’interno di area vasta, intendevo proprio questo, cioè un’area che guarda a ovest, a sud e a nord. In Regione, alla presenza di Rfi e Trenitalia, abbiamo presentato non una semplice richiesta di potenziamento di corse o di prolungamento della tratta, ma un progetto da costruire sulla montagna, da Pracchia fino a Porretta, insomma un progetto a servizio della nostre montagne. Sulla Porrettana c’è già stato un intervento di aumento delle corse. E’ stata fatta anche una operazione di aggiustamento delle coincidenze da Porretta per Bologna. Hanno poi implementato un pochino sia nei giorni feriali che festivi. Quindi possiamo parlare di un piccolo step che è stato raggiunto. Nella nostra visione, vorremmo intercettare i flussi di lavoro e di studio che si muovono sia in direzione di Pistoia-Firenze che di Bologna. E’ un bacino di utenti che in questi anni è molto cresciuto, per questo riteniamo che un raccordo diretto tra Pistoia e Bologna potrebbe stimolare una mobilità che attualmente si affida alla gomma perché l’alternativa di collegamento col capoluogo emiliano passa da Prato. Avere un treno che da Pracchia porta a Firenze in un’ora e venti, l’intero territorio collinare e montano tornerebbe a essere attrattivo al di là del turismo, perché a livello demografico e sociale oggi il lavoro è cambiato e di conseguenza ci sono aree delle nostre montagne che possono diventare attraenti anche per una residenzialità nuova. Il rilancio della montagna parte dalla possibilità di renderla abitata. Teoricamente questo è un collegamento che dovrebbe per esempio scendere a Pistoia e andare direttamente a Firenze senza dover cambiare treno. Non tutte le corse, chiaramente, ma devo offrire la possibilità di raggiungere l’Università di Firenze in un’ora e venti di treno.

Questa idea a che punto è?

Per ora abbiamo portato delle ipotesi, quindi è necessario raccordarsi con Bologna con alcuni passaggi intermedi. Ho chiesto degli studi perché ho necessità di sapere quali sono gli spostamenti del lavoratori e degli studenti e anche i flussi in ingresso, perché se io lavoro in questa ottica, è necessario garantire una mobilità interna efficace. Però, ripeto, unire Bologna a Pistoia e raccordare direttamente Pracchia a Firenze, a mio giudizio sono due scelte strategiche. Certo, non basta perché a questo punto entra in gioco il tema del trasporto integrato. Se io riesco a convincere le persone a muoversi dalla montagna, andare in treno nell’area fiorentina, quando poi le riporto a casa devo aver pianificato un trasporto a pettine, stavolta su gomma, che mi recuperi le persone e le riporti. Questo vale sia per i flussi di studenti che di lavoratori. Dobbiamo dunque studiare le fasce orarie in cui garantire un servizio di questo tipo e prolungare l’asse a nord verso Bologna andando a individuare anche quelle realtà produttive che sono attrattive, strategiche per Pistoia, è un modo non solo per facilitare la mobilità, ma anche per ridurre l’impatto ambientale, il traffico che congestiona attualmente la pianura, ed è una chiave per rilanciare la residenzialità in montagna. C’è poi un aspetto legato al turismo. Il turismo di per sé, se non si crea prima una comunità di residenti, rischia di essere uno spot che non realizza niente.

Passiamo al trasporto su gomma. Abbiamo questa terza corsia autostradale della quale non si intravede il futuro, c’è la previsione l’uscita autostradale di Sant’Agostino, un progetto utile alle aziende soprattutto dopo la previsione dell’allungamento dell’area artigianale. Qual è lo stato dell’arte?

Nel piano strutturale questi strumenti ci sono, sia il casello di Badia che il raccordo dalla via Toscana fino a quella che dovrebbe essere la variante Montalese che poi si ricongiungerà all’area di Montemurlo. Su questo tracciato c’è stato un riallineamento fra Provincia e Comune di Pistoia, perché c’erano due tracciati difformi, questa difformità è stata sanata, quindi attualmente il piano strutturale consente, per quanto di competenza del Comune, la variante di raccordo tra Sant’Agostino e il braccio che dovrebbe scendere dal casello di Badia fino a sud. Adesso inizia l’elaborazione del piano operativo. In sede di discussione del piano strutturale ci sono state una ventina di osservazioni, quindi tantissime, che chiedevano proprio come priorità infrastrutturale il collegamento tra Sant’Agostino e lo snodo fra il casello di Badia e l’area di Montemurlo, la variante Montalese. In questi mesi nelle interlocuzioni che ho avuto con tutte le confederazioni, ho fatto un passaggio anche per presentare un po’ il lavoro, per presentare gli obiettivi e ho chiesto le priorità. Per il tessuto economico pistoiese questa infrastruttura è ritenuta fondamentale. Questa spinta è molto netta e proviene in modo trasversale da tutte le forze economiche.

Pistoia ha perso la propria identità, non solo culturale, ma anche da un punto di vista economico. Una volta Pistoia erano i vivai e la Breda. Adesso Hitachi si trova un po’ ai margini del pensiero della comunità. Si ha sensazione di un distacco tra questa grande azienda e la politica. Voi come intendete approcciare il tema Hitachi e territorio? E poi il vivaismo, da sempre croce e delizia del territorio. Qual è la vostra idea per armonizzare queste due grandi attività economiche?

A me piace guardare la realtà del tessuto economico locale a 360 gradi, quindi sapendo che ci sono questi due grandi comparti, quello di Hitachi e dell’indotto del ferrotranviario e il vivaismo, ma è evidente che c’è anche una manifattura, un manifatturiero e un commercio che rendono vivo il tessuto economico. Purtroppo vedo tante sofferenze. Per esempio, il rilancio del commercio ci impone di chiederci innanzitutto chi vogliamo essere, come rendere attrattiva la città, come recuperare un’identità. Quindi da un lato le due grandi realtà imprenditoriali: Hitachi e vivaismo, dall’altro le tantissime imprese dell’artigianato e del commercio. La città dei treni può essere un’identità forte, non solo per la presenza di Hitachi, ma anche per il Museo degli antichi rotabili, il tema della Porrettana; questo può essere un nucleo identitario forte, così come può essere un nucleo identitario forte quello delle piante. Con il sindaco – mi sembra sia stata la prima o comunque fra le prime uscite che abbiamo fatto come giunta – abbiamo avuto con Hitachi un colloquio franco nel corso del quale abbiamo capito quelle che sono le esigenze dell’azienda, che di per sé Hitachi come multinazionale non può risolvere, né cercare di rispondere alle problematiche che, per esempio, riguardano la logistica, i parcheggi, i collegamenti, la mobilità. Molto ruota sempre a questi quattro temi. Quindi, anche lo sviluppo dell’area deriva anche dalle scelte che verranno prese, sono frutto di un raccordo che si è avviato subito. Questo è stato proprio un indirizzo forte del sindaco che è proseguito da lì in poi con momenti di incontro e di collaborazione che spaziano al di là della progettazione di interventi più grandi: quella dell’Annona è un’area su cui c’è una progettazione legata anche ai laboratori di ingegneria, quindi c’è un’idea condivisa che andrebbe a valorizzare la produzione locale. Stiamo anche collaborando, dal punto di vista culturale, sui giovani; abbiamo chiesto una collaborazione per un convegno che si terrà alla Cattedrale a fine ottobre, per il quale è stato chiesto a Hitachi di presentare questo potenziale di innovazione nel settore di alta tecnologia a un pubblico di giovani, di studenti che saranno alla Cattedrale. Questo rapporto con l’azienda è già stato riavviato in modo costante e spaziando fra più temi. È uno dei nostri primi interlocutori, se io devo parlare a giovani di innovazione e intelligenza artificiale è naturale che io li abbia coinvolti e devo dire che la risposta è stata immediata, con grande disponibilità. Dall’altro lato, per quanto riguarda il vivaismo è un mondo che sta cambiando, è un distretto che si sta organizzando per essere un interlocutore unico e forte. Per esempio, il protocollo di Pistoia Città delle piante è uno strumento fondamentale perché ci si mette a un tavolo dove sostanzialmente siamo in tre. Quindi si può anche pensare di pianificare una strategia condivisa. È chiaro che il Comune è supporto, impulso, deve creare la condizione, poi sono solo le imprese che operano. L’identità che deve emergere, che nella volontà del protocollo emergerà, è quella di un settore che sta cambiando nell’ottica di una innovazione tecnologica, di un impatto ambientale sempre minore. Io sono stata a visitare alcune aziende vivaistiche dove ho trovato una grande spinta all’innovazione. Purtroppo emerge poco dal punto di vista comunicativo nonostante ci siano stati progetti molto interessanti, per esempio sull’economia circolare o proprio sull’innovazione tecnologica nel proprio in ambito produttivo di cui obiettivamente si conosce poco, ma è un settore dove, negli ultimi anni, c’è stata una grande spinta innovativa. Quello che può fare il Comune è facilitare un’innovazione che abbia una ricaduta positiva anche sulla collettività andando così a creare dei meccanismi di premialità, stimolare un percorso di innovazione che in parte è già avviato. Ci sono poi temi importanti sui quali tutto il settore ha manifestato una richiesta di intervento. Le serre: è un tema sul quale di nuovo l’interlocuzione del Comune è quella di essere un mediatore anche con la Regione per cercare comunque di arrivare a un punto di caduta su Pistoia che coniughi da un lato le garanzie e il rispetto dell’ambiente con le esigenze di continuità produttiva delle imprese. Questo è un tema abbastanza delicato su cui si riapre un dialogo con le confederazioni; anche in questo caso, non è il Comune che propone la soluzione, ma facilita, promuove, coordina.

Il Comune, però, ha un ruolo quando si parla di sostenibilità della produzione. Su questo tema voi come vi ponete, come vi ponete rispetto al problema della sostenibilità ambientale?

Questo è un tema che ci riguarda, perché riguarda la qualità della vita delle persone. Intanto è un tema che si sta iniziando ad affrontare, siamo nel quadro di una cornice in cui abbiamo, nell’ambito di questo protocollo, come nostro interlocutore il Distretto e quindi ci confrontiamo con una voce unitaria. Sarà un dialogo da costruire insieme, senza preconcetti, chiaramente andando a trovare un punto di equilibrio fra necessità produttive e necessità di garantire la sostenibilità in senso lato e con i canoni chiaramente di una società che è quella contemporanea. Indipendentemente dalle decisioni politiche del passato, si deve avere uno sguardo aperto nei confronti di un settore che comunque sta anche attuando uno sforzo importante proprio per garantire una maggiore sostenibilità. Le certificazioni oggi, per quanto riguarda le aziende più grandi, sono imprescindibili per entrare in contratti importanti. Nel riciclo, per esempio, per quanto riguarda la vasetteria, c’è il tema di Revet, del recupero della plastica. Pistoia è stato soggetto attuatore di uno degli esempi più virtuosi, un modello di riferimento. Il tema di promuovere il risparmio idrico e la riduzione delle sostanze chimiche. Lo stesso progetto del FitoLab che andrà a nascere a GEA, costituisce un passo importante, diventeremo un polo di quello è un investimento di innovazione che si applica al settore del vivaismo. Credo non si debba procedere per slogan troppo facili e che rischiano di essere veramente fuorvianti. Io riconosco a questo settore una grande spinta nell’ottica di garantire una maggiore sostenibilità, il Comune deve accompagnare questa progettualità, essere vicino a questo modello. Poi valuteremo se in termini di competenza del Comune è possibile attuare delle misure che possono incentivare le aziende, soprattutto i piccoli, che magari hanno meno capacità di allinearsi, ma semplicemente per un tema proprio di sostenibilità interna. Ma è soprattutto importante l’aspetto della comunicazione. Ecco perché in questo deve lavorare anche il Comune, cioè affermare di essere la città delle piante deve diventare un biglietto da visita, io ci credo tanto in questo, un biglietto da visita virtuoso da spendere nel mondo. Pistoia è sostenibile proprio perché c’è il vivaismo, non nonostante il vivaismo, questo è un passaggio cruciale. Credo che si venga da scelte spesso legate a una informazione troppo semplicistica.


La Giunta Tomasi ha utilizzato una valanga di risorse del PNRR, una cifra pari ai bilanci del Comune di diversi anni. Quei soldi non ci sono più. Per tutti i vostri, futuri progetti dovrete reperire i finanziamenti attraverso i bandi. Per ottenere un finanziamento di media occorrono due anni. Come farete?

In questo momento questa capacità del Comune è limitata agli uffici, che fanno un lavoro straordinario, però è chiaro che ciascuno cerca di intercettare un bando per l’esigenza del proprio ufficio. Quella capacità progettuale o anche di ricerca di investimenti che è più trasversale, in questo momento a Pistoia non c’è. Ho avuto degli incontri con il Comune di Prato, per esempio, non perché Prato sia il modello unico, ma semplicemente perché questo loro Ufficio Europa, a Prato c’è dal 2005, quindi hanno vent’anni di esperienza e hanno una struttura che in questo momento riesce veramente a intercettare gran parte dei bisogni locali. Quindi questa necessità dettata dalla fine del PNRR ci chiama a una scelta coraggiosa e strategica: dotare il Comune di una struttura che abbia la capacità di intercettare finanziamenti europei e nazionali, regionali. In questo senso il primo passo da fare è anche quello di ricostituire una rete di relazioni, per esempio con l’Ufficio Europa della Regione Toscana e il Parlamento Europeo. Ma anche con la presidenza del Consiglio dei ministri, dove c’è un dipartimento apposito. In questi mesi ho visto passare sotto i miei occhi tantissimi bandi a cui non si riesce ad accedere pur in presenza di un lavoro straordinario degli uffici, è del tutto evidente che non ce la facciamo perché i bandi, soprattutto quelli per progettualità importanti, richiedono una rete di partner che il più delle volte deve andare oltre proprio il territorio comunale. L’ufficio bandi non ce la fa a progettare e questo dipende da come imposti il lavoro. E’ necessario creare una rete di partner, e progettazioni di livello intermedio e nel momento in cui esce il bando dei pronto a fare un matching. Riuscire ad acquisire una capacità di investimento in un momento in cui questo canale di finanziamento si è interrotto, non è facile e ci vuole anche coraggio a fare questa scelta, perché penso che non si possa prescindere da questo. Mettere in piedi questo ufficio sarà una bella sfida. Ma devo guardare anche oltre il nostro territorio. A Pistoia abbiamo Hitachi, a Cantagrillo ECM: non ce dobbiamo occupare? Non esistono relazioni con Pistoia? Io voglio dialogare con queste realtà produttive: a Pistoia come a Pescia, ad Agliana.

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