LUCCA – “Il nostro sistema alimentare incide oggi per il 37% sulla produzione totale di anidride carbonica: è quindi il primo responsabile dei processi di riscaldamento globale e di cambiamento climatico che stiamo cercando di arginare. Bisogna cambiare in maniera radicale i processi, le abitudini e le modalità dell’alimentazione, della produzione di cibo e della sua distribuzione, se vogliamo fare veramente qualcosa di concreto per salvare il pianeta”.
A lanciare l’allarme dal palco del Pianeta Terra Festival di Lucca è Carlo Petrini, gastronomo, sociologo, ideatore e fondatore dell’associazione Slow Food, divenuta ormai un presidio internazionale per la tutela delle tradizioni agricole ed enogastronomiche di ciascun Paese e per la promozione di un sistema alimentare ecosostenibile.
“L’impatto che il ciclo di produzione e distribuzione del cibo ha sugli ecosistemi e gli equilibri globali ci deve far riflettere – spiega Petrini – così come deve sconvolgerci un altro dato: ogni giorno nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone, quando in realtà siamo poco meno di 8 miliardi. Ciò significa che quotidianamente una enorme quantità di cibo viene buttata via: è uno spreco vergognoso che enfatizza il divario tra i Paesi più ricchi, dove ci si può permettere di gettare via le eccedenze alimentari, e quelli più poveri, dove tanta gente muore letteralmente di fame. Secondo i dati diffusi dalla FAO, sono 900 milioni le persone che nel mondo soffrono di malnutrizione e di carenze alimentari, mentre quasi il doppio, ben 1,7 miliardi, presentano malattie legate a una iperalimentazione: questo significa che il nostro sistema alimentare è completamente fallito, i suoi limiti sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, e occorre ripensare a un nuovo paradigma più sostenibile per il pianeta e più equo e rispettoso verso noi stessi”.

Secondo Petrini, però, il cambiamento deve partire dal basso, dalle scelte e dalle azioni quotidiane di noi cittadini: “è ora di dare politicità al tema dell’alimentazione, e dobbiamo essere noi a farci carico del problema. Non ci possiamo limitare a puntare il dito contro i responsabili politici di questa situazione, perchè anche noi, in parte, ne siamo complici”.
Petrini elenca allora cinque comportamenti che si possono attuare fin da subito per incidere sulla politica e cambiare lo stato delle cose: privilegiare i prodotti e i cibi che provengono dal territorio per sostenere l’economia locale, ritornare alla stagionalità nel consumo dei prodotti, ridurre lo spreco alimentare acquistando di meno e riciclando gli scarti, ridurre il consumo di carne, rifiutare la plastica monouso che oggi ha invaso il settore alimentare.
“Si tratta di scelte politiche – ribadisce Petrini – che è fondamentale adottare per cambiare un sistema non più sostenibile, che danneggia la salute nostra e del pianeta. Non si possono più accettare vergogne come lo spreco di cibo, l’uso massiccio di acqua per la produzione di carne, gli allevamenti intensivi, il ricorso alla plastica con tutte le difficoltà connesse al suo smaltimento”.
A fargli eco il giornalista d’inchiesta Stefano Liberti, che ha raccontato al pubblico in sala la propria esperienza di visita agli allevamenti intensivi di maiali negli Stati Uniti e in Cina, due Paesi grandi produttori e consumatori di carne, in cui tale processo produttivo è oggi altamente industrializzato e imperniato sui principi di efficienza, rapidità ed economicità.
Il suo intervento ha fatto riflettere non solo sulle terribili condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi e sulle criticità a essi legati, ma anche sul fatto che oggi, numeri alla mano, ogni anno si allevano nel mondo tra i 60 e i 70 miliardi di capi, tra pollame, ovini, suini e bovini, e per fare ciò si occupa un terzo delle superfici arabili e coltivabili del pianeta.

Ne consegue che, per far spazio ad allevamenti più estesi e più redditizi dal punto di vista economico, si cancellano chilometri e chilometri quadrati di terreno che potrebbe essere utilizzato per incrementare la produzione alimentare e andare a vantaggio delle popolazioni locali, anzichè delle grandi aziende che controllano il mercato della carne.
“Se ci fosse una governance globale del sistema alimentare – spiega Petrini – agirebbe secondo i due principi della contrazione e della convergenza: ovvero, imporre dei limiti ai consumi per chi come noi consuma troppo, e trovare dei compromessi e delle convergenze tra i consumi dei Paesi industrializzati e quelli dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia questa governance non esiste, e non se ne vede l’ombra all’orizzonte: per questo è arrivato il momento storico in cui noi dobbiamo diventare protagonisti. E se avremo la capacità di incidere su queste tendenze, esse, come la politica, si dovranno uniformare”.
Petrini poi polemizza contro la diffusa pratica del “greenwashing” adottata dalle aziende per “ripulire” la propria immagine e contro l’abuso del termine “sostenibile”, che significa “durevole”, cioè capace di mantenersi più a lungo nel tempo.
Bisogna invece prendere atto che le risorse non sono infinite, che il consumismo ha dei limiti, che nel prossimo futuro ci dovrà essere un cambiamento anche nelle professionalità e nel mercato del lavoro, con un ritorno graduale alle pratiche manuali di recupero e riutilizzo, “perchè ci hanno convinti che quando una scarpa si danneggia conviene buttarla via e comprarne una nuova, anzichè portarla dal ciabattino e ripararla”.

Petrini affronta poi la questione a suo parere “dirimente” della grande distribuzione, che tra gli effetti negativi ha avuto anche quello di impoverire i piccoli centri e i borghi più periferici, dove sono spariti o sono diventati sempre più rari negozi locali, circoli e osterie, non solo presidi dei prodotti del territorio, ma anche luoghi di ritrovo e di socialità per le comunità locali.
“Affidare la distribuzione alimentare ai grandi colossi e alle multinazionali significa perdere identità, condannare a morte le realtà locali e togliere almeno il 20% del potere contrattuale ai contadini. Bisogna tornare ai mercati locali, al rapporto diretto tra produttore e consumatore, accorciare le filiere: il tipo di distribuzione incide moltissimo sul modello alimentare che vogliamo adottare”.
“Noi cittadini possiamo diventare parte attiva e anelli virtuosi della filiera alimentare con le nostre scelte – conclude Liberti – ma queste devono essere determinate da informazioni che al momento non ci vengono fornite: dobbiamo sapere da dove viene un prodotto, come è stato coltivato o trattato, come è stato trasformato, quanto suolo e quanta acqua sono stati consumati, quante emissioni inquinanti sono state rilasciate. Noi invece siamo portati a scegliere in base al prezzo, che riassume il prodotto ma non ne spiega la storia.
I cittadini hanno un enorme potere ma devono essere messi in condizione di esercitarlo: spetta a noi adottare comportamenti virtuosi, ma è compito della politica governare il cambiamento e impegnarsi a livello normativo su questo tema”.










