martedì, Settembre 8, 2026

Pistoia verso le elezioni/1. Stefania Nesi: “Il lavoro e la qualità della vita delle persone devono tornare al centro della politica”

di Luciano Pallini

PISTOIA – Il 12 aprile le Primarie di coalizione del centrosinistra, decideranno chi, tra Giovanni Capecchi e Stefania Nesi, sfiderà Anna Maria Celesti alle elezioni del maggio prossimo. Ancora poco sappiamo dei programmi e delle idee dei candidati per il futuro della città e del comune.

Stefania Nesi

Lo abbiamo chiesto, per prima, a Stefania Nesi, candidata del Pd alle Primarie di coalizione.

In una Toscana che arretra in un Paese che è fermo, che lettura da della situazione economica e sociale del Comune? Quale futuro per le attività economiche nel panorama di una galoppante deindustrializzazione? E quale futuro lavoro, in particolare per i giovani e le donne? In uno scenario che sarà dominato dalla diffusione delle applicazioni della Intelligenza artificiale

Pistoia rischia di scivolare ai margini se non cambia passo. Il tessuto economico tiene grazie alla forza delle imprese e del lavoro, non certo per merito della politica. Negli ultimi anni è mancata una visione capace di accompagnare le trasformazioni.

La città ha potenzialità importanti: il vivaismo, un sistema manifatturiero avanzato, la presenza di realtà industriali tecnologiche, un patrimonio culturale e ambientale unico. Ma queste risorse devono essere messe in relazione tra loro e sostenute da politiche pubbliche più coraggiose. Determinante saranno il completamento e la realizzazione di opere infrastrutturali. A tal proposito in questi giorni abbiamo saputo che la terza corsia e il casello di Pistoia est non sono stati ancora finanziati dal governo Meloni. Opere essenziali per la qualità della vita dei nostri concittadini che lavorano nella zona fiorentina e che vivono nell’incertezza giornaliera dell’andata e del ritorno sia per attrarre nuove imprese garantite da collegamenti veloci e vicini ai centri dell’area metropolitana. 

Il lavoro deve tornare al centro delle politiche locali. Questo significa attrarre imprese di qualità, sostenere le filiere già presenti sul territorio e rafforzare il rapporto tra scuola, formazione tecnica e mondo produttivo. La transizione tecnologica e l’intelligenza artificiale cambieranno profondamente il lavoro: se non investiamo nelle competenze rischiamo di subire queste trasformazioni. Credo che Pistoia debba rafforzare i percorsi di formazione tecnica superiore, gli ITS e i collegamenti tra imprese e mondo della scuola. Dobbiamo creare le condizioni perché i giovani possano costruire qui il proprio futuro e perché le donne possano lavorare con servizi adeguati e opportunità reali.

Nessuno, o quasi, parla più o, peggio, pensa più in termini di area metropolitana Firenze Prato Pistoia. È stato un tema, che qualche decennio anni fa agitava Pistoia, quando si parlava della sua marginalità in questa area. Su quali interventi, non solo di infrastrutture fisiche, Pistoia dovrebbe puntare per rientrare in questa partita e sviluppare le sue potenzialità? E come dovrebbe atteggiarsi Pistoia di fronte lo sviluppo dell’aeroporto di Firenze-Peretola, per dirne una?

Pistoia deve smettere di pensarsi periferia. È un capoluogo e deve tornare a pesare nelle dinamiche regionali. Questo significa lavorare su tre fronti: mobilità, sviluppo economico e cooperazione territoriale declinati in argomenti specifici che devono diventare contenuto di confronto politico in incontri programmati aperti alla cittadinanza e ai contributi delle associazioni e degli attori privati che creano opportunità.

Sul piano infrastrutturale siamo indietro su tutta la fase progettuale di sviluppo. Servono collegamenti ferroviari più veloci e affidabili con Firenze e con l’area costiera, perché oggi chi lavora o studia fuori città ha bisogno di un sistema di trasporti moderno. Ma servono anche connessioni economiche e culturali più forti: Pistoia non deve rinunciare alla propria identità. Basti pensare la disorganizzazione e la mancanza di infrastrutture ancora nei collegamenti tra Pistoia e l’aeroporto di Pisa per comprendere quanto siamo lontani, il raddoppio Pistoia-Montecatini è stato solo il primo passo.

Sull’aeroporto di Peretola serve un approccio pragmatico. Quindi stare dentro i processi con serietà e autonomia, valutando gli effetti ambientali, territoriali e infrastrutturali senza subalternità e senza propaganda. Bisogna capire come le infrastrutture regionali possano generare opportunità per il nostro territorio. L’importante è che Pistoia partecipi con sue proposte alle scelte, non le subisca.

Stefania Nesi

Un tema ineludibile è quello del rapporto con il privato per la gestione dei servizi (acqua, rifiuti): c’è nella sinistra un evidente ritorno al passato sia la gestione pubblica dell’acqua che per la quotazione in borsa della Multiutility, su base esclusivamente ideologiche, per dire qualcosa di sinistra, ma non per migliorare il servizio ai cittadini. Cosa ne pensa?

Non è una posizione ideologica. È una posizione fondata su un principio molto semplice: acqua, rifiuti ed energia sono servizi essenziali e beni della collettività. Per questo la gestione deve essere orientata all’interesse pubblico, alla trasparenza, al controllo democratico e alla qualità del servizio, non a logiche finanziarie. Il programma condiviso dalla coalizione è chiaro: vogliamo consolidare l’orientamento per archiviare definitivamente l’ipotesi di quotazione in Borsa e l’apertura a capitali privati della multiutility, e dare attuazione all’indirizzo per l’affidamento in house della gestione dei servizi idrici.

In questo momento i cittadini sono stanchi di pagare le più alte bollette per la TARI, di non avere un servizio di depurazione pur pagandolo in tariffa, di vedere che le strade sono crivellate di buche e rese pericolose a causa degli interventi di Publiacqua che però non esegue i ripristini in modo curato e adeguato. Servono anche interventi risolutivi sulla rete idrica, costosi e necessari. La Multiutility dovrà essere all’altezza di trovare investimenti senza ricorrere alla quotazione in borsa.

La decisione del Tribunale di Firenze che ha confermato il trasferimento delle quote private di Publiacqua alla multiutility pubblica Plures portandola al 98% della società, va esattamente in questa direzione: rafforzare il controllo pubblico su un servizio essenziale come l’acqua.

L’operazione, che vale circa 122 milioni di euro, chiude una lunga vicenda societaria e di fatto segna un passaggio importante verso una gestione interamente pubblica del servizio idrico nell’area della Toscana centrale. 

Il tema non è dire “pubblico” come parola d’ordine. Il tema è garantire servizi efficienti, investimenti veri, tariffe eque, attenzione alle differenze territoriali. Una società pubblica forte può programmare meglio, leggere i bisogni della montagna, delle periferie e del centro, e contrastare anche fenomeni come la povertà energetica. Questa è una posizione moderna, non ideologica.

Cosa metterebbe al centro del programma come impegno prioritario e prevalente, come asse strategico principale per la nuova amministrazione: la casa piuttosto che la cultura? Servizi per la natalità ed i bambini o servizi per l’assistenza agli anziani (i bambini non votano, gli anziani si…) Il sostegno alle attività economiche o l’ambiente?  Oppure la scuola, per adeguarla alle nuove sfide?  Per non dire delle sfide per la nuova medicina territoriale.

La qualità della vita delle persone. Una città funziona quando le persone vivono bene: quando i servizi sono accessibili, quando la mobilità è efficiente, quando i quartieri sono curati e quando le famiglie trovano risposte ai propri bisogni. Per questo la mia idea di città tiene insieme sviluppo economico, servizi sociali, diritto alla casa, scuola, cultura e ambiente. Pistoia deve tornare ad essere una città accogliente, vivibile e dinamica, capace di offrire opportunità a chi la vive ogni giorno. Una città che si prende cura delle persone fragili, sostiene le famiglie, investe nella scuola e nei servizi educativi, rafforza la medicina territoriale, difende il diritto all’abitare, rilancia la cultura come diritto di cittadinanza, e al tempo stesso costruisce lavoro buono e sviluppo sostenibile.

In più penso a un’identità precisa che debba avere la città, che ha tutte le carte per poter sostenere le proprie imprese e avviare un turismo di tipo familiare per tutte le caratteristiche che esprime.

Uno dei temi più avvertiti dai cittadini è la questione dell’abitare, affrontata spesso senza tener conto del cambiamento profondo della domanda. Quali proposte potrebbero venire dagli enti pubblici in collaborazione con i privati, profit e non profit, con il supporto delle aziende del credito e le Fondazioni bancarie per elaborare un programma a medio-lungo termine e curarne la realizzazione? Anche per evitare la (s)vendita del patrimonio immobiliare del Comune, storico e di recente donazione (es. Villini Desii)

Il diritto alla casa è una delle questioni più concrete e urgenti. Va affrontato con strumenti pubblici forti ma anche con nuove forme di partenariato pubblico-privato. Da una parte bisogna continuare con il recupero e l’assegnazione degli alloggi comunali, rafforzare il patrimonio ERP, sostenere SPES nella progettazione e nel recupero degli edifici, potenziare il contributo affitti e lo Sportello casa, e riattivare la Commissione territoriale contro il disagio abitativo.

Ma serve anche una visione nuova dell’abitare e riconoscere che la domanda abitativa è cambiata. Oggi le esigenze sono cambiate: giovani coppie, studenti, anziani soli hanno bisogni diversi. Possiamo sperimentare nuove forme di abitazione come il social housing e il cohousing, utilizzando anche edifici pubblici oggi inutilizzati. Allo stesso tempo va regolamentato il fenomeno degli affitti brevi, che sottrae abitazioni al mercato residenziale. Il patrimonio pubblico non va svenduto: va governato dentro una visione di città.

Il rapporto con i privati per gli investimenti: si afferma, si invoca ma poi nella pratica non riesce a decollare perché si pretende di imporre obblighi e adempimenti del pubblico e perché scattano sempre, regolarmente, le pregiudiziali ideologiche, dimenticando la lezione di un dirigente che ha fatto il suo paese grande, forse anche troppo: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Come metterlo in pratica, ad esempio, per il recupero e la riqualificazione urbana? Le ex Breda non sono un esempio incoraggiante…

Il Comune deve indicare con chiarezza la direzione dello sviluppo urbano, definire le priorità e garantire che gli investimenti privati producano benefici reali per la città. Un esempio fra tutti: il permesso a costruire delle due RSA a Vicofaro concesso per un numero molto alto di posti letto e con il consumo di nuovo suolo invece di utilizzare gli edifici da recuperare esistenti nell’area. In più non intercetta i reali bisogni dei pistoiesi: servono strutture più efficienti o soluzioni di co-housing. L’amministrazione deve mantenere il ruolo di guida e di bilanciamento fra interessi pubblici e privato e deve impegnarsi ad aiutare rispondendo rapidamente alle istanze di chi vuole investire, sapendo che le lungaggini burocratiche sono il peggior nemico di un investimento. 

Le grandi aree dismesse — penso all’ex Breda, al Ceppo o alle Ville Sbertoli — sono occasioni straordinarie di rigenerazione urbana. Devono diventare nuovi spazi di servizi, cultura, abitazione e lavoro, non semplici operazioni immobiliari. Sui beni pubblici è importante anche il confronto con la cittadinanza: essere chiari sulle condizioni realmente possibili, presentate opportunità realizzabili e sostenibili a livello ambientale ed economico, recepire contributi e tenerne conto quando si sceglie la direzione da prendere. Gli esiti e le proteste generate dai recenti interventi realizzati nella nostra città, dimostrato come siano indispensabili informazione e confronto, e l’accoglimento di proposte a partire da quelle fornite dalle associazioni delle persone con disabilità. Una panchina con i braccioli permette ad un disabile ma anche ad un anziano di alzarsi senza problemi, non costa niente e dimostra attenzione e civiltà.

Il Comune deve tornare a fare il Comune: indirizzare, pianificare, controllare, chiedere contropartite pubbliche, difendere il commercio di vicinato, inserire quote di edilizia sociale, garantire qualità urbana. Lo stesso vale per altri grandi contenitori dismessi.

I sindaci, di fronte a problemi quali la sicurezza ed il contrasto della criminalità, in campagna elettorale tendono ad atteggiarsi a Superman, promettendo l’impossibile su temi dove hanno competenze residuali, ma, una volta eletti, ridiventano il timido Clark Kent schiacciato da ostacoli burocratici ed impossibilitato a mantenere. Cosa si dovrebbe fare per il contrasto alla criminalità e per la sicurezza ed il decoro della città?

Sulla sicurezza serve serietà. La sicurezza si costruisce con politiche concrete e quotidiane. Il sindaco non fa il questore, ma può fare molto sul piano del presidio del territorio, della prevenzione, del decoro e della prossimità.

Mettiamo alcuni punti chiari: rafforzare la Polizia municipale portandola a un organico sufficiente, riorganizzarla per garantire presenza e servizi adeguati su tutto il territorio, anche nei luoghi più lontani dal centro e infine ricostruire capacità operative interne del Comune. Ma la sicurezza è anche una città curata: illuminazione, manutenzione degli spazi pubblici, attenzione al decoro urbano. Il degrado urbano e l’abbandono producono insicurezza. Per questo il tema del decoro e della qualità urbana è centrale

Sulla questione migranti infuria lo scontro politico in tutto il mondo occidentale (nessun si domanda perché non vogliono andare in Russia o in Cina o perché scappano da Cuba): l’estrema destra raccoglie consensi sempre più ampi, in Europa governi a guida liberale e progressista tendono a restringere l’accoglienza. A Pistoia in questi anni si è consumata la vicenda di Vicofaro che ha diviso la comunità pistoiese e lacerato la Chiesa locale. Quale potrebbe essere una politica di sinistra per l’accoglienza a Pistoia che possa fare dei migranti una risorsa?

Una politica seria deve tenere insieme umanità e responsabilità. L’accoglienza deve essere organizzata e guidata dalle istituzioni, con percorsi di integrazione e autonomia lavorativa. Non lasciare le persone ai margini è nell’interesse di tutta la comunità.

Il modello più efficace è quello dell’accoglienza che evita concentrazioni, e favorisce l’inserimento sociale. L’accoglienza funziona quando è ordinata, accompagnata, responsabilizzante e capace di creare coesione sociale. Non lasciando sole le persone, ma neppure scaricando tutto sulle comunità senza governo pubblico.

Che giudizio dà della sanità pistoiese nel contesto di una super ASL dove Pistoia è il vaso di coccio? Ed i tanti, troppi progetti di medicina territoriale, perfetti sulla carta ma spesso destinati a naufragare per mancanza di risorse, finanziarie ed umane? Su cosa il Comune dovrebbe focalizzare il suo impegno?, e come superare la ritrosia che si avverte, nonostante apprezzamenti formali, nei confronti del Terzo Settore che può dare un contributo importante nell’ambito della programmazione dei servizi da parte del soggetto pubblico? 

La sanità pubblica è una delle grandi sfide dei prossimi anni. La popolazione invecchia e i bisogni sanitari aumentano. Per questo bisogna rafforzare la medicina territoriale e i servizi di prossimità. Salute delle persone, ambiente e organizzazione del territorio devono stare insieme.

Il Comune deve usare fino in fondo il proprio peso nella Società della Salute pistoiese, rafforzandola come luogo di progettazione e coordinamento. Dobbiamo vigilare perché l’ex Ceppo diventi davvero il presidio in cui i cittadini trovano risposte coordinate, evitando dispersione e accessi impropri al pronto soccorso. Dobbiamo rafforzare Case della comunità, medicina di prossimità, sostegni alla non autosufficienza, ai caregiver, ai centri diurni, alla salute mentale e al dopo di noi.

Sul Terzo Settore servono veri percorsi di co-programmazione e coprogettazione. Non un pubblico che si ritira, ma un pubblico che indirizza, monitora e costruisce insieme al privato sociale risposte più appropriate ai bisogni.

Mi può indicare tre interventi prioritari, chiari e definiti oltre che monitorabili nel loro avanzamento, che inseriresti nel programma per la città, le periferie, la montagna.

Primo: un grande piano per la mobilità e per la sicurezza del territorio, che tenga insieme città, periferie e montagna. Significa intervenire sui nodi critici della viabilità urbana – a partire da viale Adua – migliorare i collegamenti tra quartieri e stazione, rafforzare il trasporto pubblico con parcheggi scambiatori e un realizzare un terminal bus, ma anche mettere in sicurezza le aree collinari più esposte a frane e isolamento, migliorando i collegamenti e soprattutto i servizi nel territorio.

Secondo: un programma forte sul diritto alla casa e sul welfare di prossimità. Recupero degli alloggi pubblici inutilizzati, rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica, sostegno all’affitto per le famiglie in difficoltà e nuove forme di abitare come il social housing. Accanto a questo, servizi di prossimità per anziani, famiglie e persone fragili.

Terzo: una strategia chiara per lo sviluppo economico della città. Pistoia deve sostenere le sue filiere più forti – dal vivaismo alla manifattura avanzata – attrarre lavoro qualificato, imprese e accompagnare le trasformazioni tecnologiche. Servono aree produttive adeguate, rapporti più stretti tra imprese, scuola e formazione tecnica e politiche che aiutino il commercio di vicinato e le attività nelle frazioni a restare presidi vivi del territorio.

Sono tre assi misurabili e verificabili.

Relativamente alla Università a Pistoia che opinione ha?

Dobbiamo rafforzare il rapporto tra università, scuola e sistema produttivo, perché le imprese hanno bisogno di competenze e i giovani di opportunità.

Pistoia può diventare un territorio dove innovazione, ricerca e lavoro dialogano tra loro. Pistoia deve investire su formazione superiore, ITS, IFTS e su una connessione più forte tra sapere, transizione ecologica, innovazione e sviluppo economico.

Non possiamo pensare all’università come a un elemento marginale. Dobbiamo farne una leva per trattenere giovani, attrarre competenze e costruire nuove opportunità legate alle vocazioni del territorio: manifattura avanzata, salute, verde, cultura, educazione.

Abbiamo numerosi esempi anche in Toscana di Sindaci che utilizzano il loro ruolo per promuovere scelte ideologiche di parte su temi che esulano dalle loro competenze amministrative. Mi riferisco a posizioni geopolitiche ed imposizioni di fatto in campo sanitario che penalizzano i cittadini come, ad esempio, quali farmaci usare e quali no. Il Sindaco deve rappresentare tutti i cittadini comunque abbiano votato oppure può continuare a comportarsi da leader politico di parte anche nel suo ruolo istituzionale?

Il sindaco deve rappresentare tutta la città. Questo però non significa rinunciare alle proprie idee, ma esercitare il ruolo istituzionale con equilibrio e responsabilità. Io ho idee chiare, ma il ruolo del sindaco è tenere insieme la città, garantire diritti, ascoltare tutti e governare nell’interesse generale. La misura giusta è questa: essere coerenti nei valori, ma istituzionali nel ruolo.

Come ha lavorato l’amministrazione Tomasi? Ha usato al meglio gli strumenti e le risorse che ha avuto a disposizione? Dove ha fatto meglio e quali le carenze che risultano più evidenti?

Riconosco che negli anni recenti alcune risorse, in particolare del PNRR e dei fondi pubblici post-pandemia, hanno permesso la realizzazione di alcuni interventi, ad esempio sulle scuole e sulle ciclopedonali. Penso anche ai tentativi fatti, alcuni bene, alcuni male come nel percorso di ammodernamento di piazze e verde pubblico. Ma il progetto di San Lorenzo è purtroppo l’ennesimo esempio di una gestione senza una visione chiara. Si avviano lavori importanti senza aver definito davvero quale sarà la funzione di quegli spazi una volta conclusi. Questo conferma una scarsa attenzione ai bisogni della città e soprattutto una mancanza di programmazione: prima si dovrebbe stabilire che cosa serve a Pistoia, poi progettare gli interventi. Non il contrario. Però non diciamo che nulla è stato fatto.

Dico con chiarezza che è mancata una visione complessiva della trasformazione ambiziosa di Pistoia, dico che è una città che non ha una caratterizzazione identitaria. È mancata una strategia sul ruolo della città nelle dinamiche regionali, una vera politica della casa, una regia forte sulla rigenerazione urbana, un’attenzione adeguata ai territori collinari e montani, una politica culturale all’altezza, un piano serio di gestione dei rifiuti e una programmazione reale sullo sviluppo del territorio. Insomma, una incapacità piena di cogliere fino in fondo le opportunità disponibili. Si è amministrato molto l’esistente, ma non si è costruita la nuova fase di cui Pistoia ha bisogno, e io penso che dopo 9 anni di amministrazione la città non può rimanere sempre la stessa con gli stessi problemi. Ci vuole più coraggio e più attenzione, Pistoia ha bisogno di una visione più ambiziosa. 

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