PISTOIA – Come si può e si deve testimoniare, dal punto di vista giornalistico, il dramma e il dolore delle vittime di guerra? Come esprimere vicinanza senza cadere nel pietismo e nella vuota retorica di una narrazione puramente emozionale?
Non è facile raccontare gli scenari di guerra e di conflitto oggi presenti in molte parti del mondo, dall’Ucraina alla Siria passando per Libia, Afghanistan e Yemen: il rischio è quello di cadere in un giornalismo superficiale e pietistico, che “gioca” con il dolore delle vittime e con i sentimenti del pubblico, ma che non spiega e non fa comprendere il vero significato del termine “guerra” attraverso le testimonianze dirette.

Il problema di come poter “raccontare la guerra” è al centro dell’incontro tenutosi a Palazzo de’ Rossi, nell’ambito della rassegna “Le parole di Urbinek”, con la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi, autrice di numerosi reportage da zone di conflitto in vari Paesi del mondo.
Di fronte a un pubblico numeroso e attento, Mannocchi esordisce citando la scrittrice e giornalista bielorussa Svjetlana Aleksievic, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, che nelle sue opere ha affrontato il problema della trasformazione dell’uomo in guerra in un “essere spaventoso”: come già anni prima aveva detto Hannah Arendt, in guerra la morte e il male diventano presto una “banalità”, suscitando indifferenza e assuefazione non solo in chi ne è direttamente coinvolto, ma anche in chi assiste “da spettatore” agli eventi.
Le riflessioni di Aleksievic sono state la guida e il riferimento di Francesca durante il suo viaggio in Ucraina lo scorso marzo, nelle prime settimane dell’invasione russa, quando ha testimoniato gli effetti sconvolgenti e traumatici di un conflitto su persone che fino a pochi giorni prima conducevano una vita ordinaria e “normale”.
“Questo mi è apparso evidente alla stazione di Dnipro – racconta – durante la partenza di donne e bambini sui treni diretti verso l’ovest del Paese, mentre gli uomini, per volontà o per decreto, rimanevano in città per andare a combattere al fronte. Un momento di separazione che mi ha fatto riflettere sulle falsità che crea la guerra nel linguaggio delle persone: molti sapevano che avrebbero visto per l’ultima volta la moglie, il marito o i figli, eppure tutti si sforzavano di trattenere le lacrime, di rassicurare i bambini, di dirsi a presto anziché addio”.
Mannocchi racconta le storie personali di alcuni testimoni, riflettendo sul rapporto tra la descrizione dell’orrore e della brutalità della guerra e il moto di compassione o di indignazione che la violenza può generare negli spettatori. Si crea così un effetto di prossimità tra il pubblico che guarda immagini così dolorose e le vittime di guerre e violenze: una riflessione già posta all’attenzione dei media dalla scrittrice statunitense Susan Sontag una ventina di anni fa. Ma è veramente così?

“In realtà – spiega Mannocchi – dopo un iniziale moto di empatia, compassione e solidarietà ci sentiamo quasi liberati dal fatto che quel male, quel dolore, non ci riguarda di persona: ciò ci solleva e allo stesso tempo ci toglie responsabilità, come se ciò che è accaduto sia qualcosa di ineluttabile e di inevitabile.
Uno tra gli esempi più noti di questo processo mentale di rimozione della responsabilità è la foto di Alan Kurdi, il bambino siriano morto annegato su una spiaggia della Turchia nel 2015 mentre cercava con il padre di raggiungere l’Europa via mare. La foto del cadavere riverso sulla sabbia di un bimbo di tre anni, vittima innocente della guerra, fece il giro del mondo scatenando ovunque un moto di indignazione e di sentimento, ma senza generare un vero cambiamento. Tante parole di riprovazione e di condanna, tanti discorsi retorici sulla guerra in Siria (presto dimenticata, e sulla cui complessità ben pochi indagarono), ma già pochi mesi dopo alcuni Paesi europei iniziarono a chiudere i confini e movimenti estremisti cominciarono a prendere campo nel dibattito politico. Viviamo solo una sembianza e una illusione di partecipazione: la foto di una tragedia prima ci sconvolge e ci emoziona, poi ci solleva e ci deresponsabilizza perché ci rendiamo conto che quel dolore non ci riguarda direttamente, non è il nostro dolore”.
Far vedere il dolore, da parte del giornalismo e dei media, è dunque inutile se non addirittura controproducente, portando per riflesso all’effetto contrario? Dalla compassione all’indifferenza il salto è così breve?

Secondo Mannocchi “mostrare la violenza e la guerra oggi ha senso solo se indaghiamo e facciamo domande scomode e sconvolgenti sul perché accadono questi eventi: non fermarsi alla reazione emotiva, ma usare la mente per riflettere, per porci degli interrogativi sulle cause e sulle responsabilità dei conflitti. Perché le strade di Bucha e Bakhmut sono piene di cadaveri di civili? Perché un milione di siriani è fuggito dal Paese? Perché persone provenienti dall’Africa subsahariana continuano a morire in mare nel Mediterraneo?”.
L’antidoto a ogni guerra, dunque, è non fermarsi e cercare quanto più di “scavare” in profondità. “Fondamentale è l’ascolto dei superstiti e dei testimoni diretti, è parlare con chi ha vissuto o ha visto il dolore e le tragedie: solo così la scrittura si fa atto di protesta interiore, come affermava Aleksievic; solo così si può dare voce a chi non la ha perché sopraffatto dal dolore; solo così si può superare l’emotività del momento e comprendere le responsabilità individuali e collettive. Per questo ho scelto di raccontare le guerre attraverso i testimoni, in particolare quando i sopravvissuti sentono il bisogno di liberarsi dal peso della memoria e dei loro traumi, di aprirsi anche con noi giornalisti, perfetti sconosciuti, rivelandoci dei particolari personali e privati per loro così importanti”.
Una riflessione molto interessante, che va oltre la semplice “lezione di giornalismo”, ma invita tutti noi “spettatori” a “guardare i volti” di chi la guerra la vive ogni giorno sulla propria pelle e compiere uno sforzo nel senso di una vera “compassione”, intesa nel suo significato latino di condividere, partecipare insieme allo stesso sentimento.









