sabato, Giugno 13, 2026

Remigrazione: sanzioni per Antonella Bundu e SUDD Cobas 

PRATO – La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato.

Antonella Bundu

Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza.Cosa è successo davvero il 7 marzo?Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager.Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario.Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola.Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa.C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza.La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero.Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza.Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto.Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa.Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni.

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