mercoledì, Settembre 9, 2026

Resistenze femminili: le monache “ribelli” di Marta Cuscunà tra satira e dramma

PRATO – Uno sguardo sulla condizione femminile fra ironia e dramma, attraverso il racconto di storie di donne determinate e “ribelli” che osarono sfidare il rigido ordine sociale e le decisioni imposte loro dai padri.

Al Teatro Fabbricone di Prato la regista e sceneggiatrice Marta Cuscunà porta in scena “La semplicità ingannata”, una “satira per attrice e pupazze sul lusso d’essere donne”, con la quale continua la ricerca dell’artista attorno all’universo femminile Attraverso storie dal passato che ci richiamano a temi, problemi e questioni ancora oggi di stringente attualità.

Il titolo dello spettacolo ricalca quello di un’opera di suor Arcangela Tarabotti, scritta nel 1654 e pubblicata postuma: tuttavia il lavoro teatrale compiuto da Marta Cuscunà comprende in realtà una rilettura di più opere attribuite alla religiosa, alle quali lo spettacolo teatrale si ispira liberamente.

Ma chi era suor Arcangela? Nata a Venezia in una famiglia della media borghesia connessa alle attività artigianali e mercantili, per motivazioni economiche e sociali viene “ingannata” e costretta dal padre a prendere i voti ed entrare così in monastero contro la sua volontà. Non si tratta ovviamente di un’esperienza isolata, ma una pratica assai comune nella Venezia del primo Seicento, dove le ragazze erano forzate alla monacazione con l’assenso e la complicità delle famiglie, delle autorità ecclesiastiche e del governo cittadino.

Una prassi diffusa anche al di fuori della città lagunare – basti pensare alle pagine del capolavoro di Alessandro Manzoni dedicate a Gertrude, la monaca di Monza, e alla sua monacazione forzata – praticata in ragione dei numerosi benefici e vantaggi che essa apportava sia dal punto di vista del prestigio sociale, sia soprattutto dal punto di vista economico, con la famiglia della monaca che poteva così conservare intatto il proprio patrimonio e risparmiare sull’esborso di una dote in caso di matrimonio.

Marta Cuscunà con le sue “pupazze” e alcune immagini dello spettacolo “La semplicità ingannata” (fotografie di Alessandro Sala)

Una rete di “convenienze incrociate” che faceva contenti tutti, tranne naturalmente le donne, alle quali non veniva chiesto alcun consenso nell’imposizione “dall’alto” di una scelta di vita così decisiva e radicale che le avrebbe segnate per tutto il resto della loro vita.

Ed è quello che succede a suor Arcangela, al secolo Elena Cassandra, che entrerà in monastero poco più che adolescente e vi resterà per più di trent’anni, fino alla morte.

Ma la religiosa, seppur costretta a subire passivamente l’imposizione altrui, mostra grande tempra e coraggio, denunciando in più opere scritte la propria condizione e facendosi allo stesso tempo portavoce di tutte le altre donne che come lei erano state costrette alla monacazione contro la propria volontà e rinchiuse nei monasteri della Serenissima.

Marta Cuscunà riutilizza e rielabora i testi di suor Angelica e gli altri scarsi documenti storici rimasti per raccontarci un’altra storia realmente accaduta e che, nonostante i successivi tentativi di metterla a tacere e di far cadere l’oblio sulle sue protagoniste, rappresentò un interessante e in parte riuscito tentativo di alcune monache coraggiose di dare vita, tra i muri e le spesse pareti del chiostro, a una nuova “società femminile” basata su una cultura laica, sul libero pensiero, sulla razionalità.

È la poco conosciuta vicenda delle clarisse di Udine, ragazze anch’esse costrette alla monacazione forzata dai loro padri per “salvare” il patrimonio di famiglia, e che tuttavia non si arresero a un destino già scritto, costrette a seguire per tutto il resto della loro vita il rigido binario imposto dall’autorità paterna, dal potere religioso e in generale da una società patriarcale in nome di quella che Boccaccio chiamerebbe la “ragion di mercatura”.

Con la sua satira pungente e sarcastica e con un linguaggio arcaico ma più che comprensibile, Marta Cuscunà si addentra con maestria e abilità tra le pieghe della condizione femminile del tempo e il problema delle donne prive di una dote, descrivendoci con evidenti echi manzoniani il dramma di numerose “spose di Cristo” avviate al chiostro dai padri non per una sincera vocazione ma per un obbligo imposto dalla famiglia e avallato senza troppi problemi dalle autorità ecclesiastiche.

Nel “primo libro” che apre lo spettacolo l’attrice restituisce con ironia e crudo realismo le forzature e le violenze psicologiche subite dalle giovani fin dalla prima infanzia, quando tra promesse, carezze e regali viene loro prospettato un roseo futuro e una completa realizzazione nella vita monacale, dipinta con toni paradisiaci e descritta come l’unica e massima aspirazione della loro vita. Si tratta però di un inganno accuratamente preparato dai padri per rendere le figlie mansuete, ignare e inconsapevoli della reale condizione delle monache di clausura, e per far accettare loro, giudicate ingenue e “semplici” in quanto donne, la scelta del chiostro come una libera volontà personale.

Ma l’inganno è presto svelato e la verità viene a galla: dopo un’adolescenza trascorsa in qualità di novizie del monastero, in uno stato di relativa libertà nel quale sono tollerate anche visite maschili e “scappatelle”, con la definitiva conversione e la vestizione dell’abito le “spose di Cristo” abbandonano ogni contatto con il mondo esterno e diventano donne “invisibili”, murate vive dentro le quattro pareti del convento di Santa Chiara.

Sul crudele destino delle monache sembrerebbe chiudersi un cancello pesante come le loro grate di ferro che le tengono isolate dalla civiltà: ma qui inizia il “secondo libro” dello spettacolo, in cui Marta Cuscunà si avvale di curiosi pupazzi rappresentanti le sei monache della nostra storia, alle quali lei presta le voci con una rapidità e un trasformismo veramente notevoli. Le clarisse di Udine non si rassegnano e dopo iniziali timori e una accesa discussione tra loro decidono di dare vita a una vera e propria “rivoluzione femminile” che deve far capire a una società dominata dagli uomini e da una mentalità molto chiusa, autoritaria e oscurantista (siamo d’altra parte nella seconda metà del Cinquecento, in piena età della Controriforma) che anche le donne – incredibile a dirsi – hanno la facoltà di riflettere e di pensare, e di immaginare per loro stesse un futuro diverso da quello deciso dai loro padri fin da quando erano neonate.

La “ribellione” delle sei monache di Udine avviene in maniera pacifica, attraverso la cultura e l’apertura mentale: il grigio monastero diventa così un centro di propulsione di idee giudicate “eretiche”, ma improntate in realtà ai principi della laicità e del libero pensiero. Nelle celle delle monache entrano libri “proibiti” che le autorità ecclesiastiche e l’Inquisizione giudicavano pericolosi per gli uomini, figuriamoci per un gruppo esiguo ma agguerrito di donne che con il passare del tempo prendono consapevolezza del proprio ruolo e riescono a creare uno spazio di autonomia, guadagnandosi anche l’appoggio indiretto della comunità cittadina.

E così il chiostro di Santa Chiara diventa una biblioteca dove circolano e si scambiano testi di letteratura, scienze naturali, astronomia, una Bibbia in volgare, e dove si inizia a respirare un’aria nuova e meno opprimente.

Neppure il Tribunale dell’Inquisizione, che ben presto pone l’esperienza delle clarisse di Udine sotto la propria lente d’ingrandimento, riuscirà nel corso di un processo a ottenere la condanna delle monache, che vengono giudicate innocenti forse perché gli stessi giudici non reputano possibile e credibile che delle donne acquistino questo grado di indipendenza e si mostrino così “sfrontate” verso l’ordine sociale e il potere costituito.

Un’ora e un quarto di spettacolo che scorre via intenso, senza pause e senza mai distrarre lo spettatore, anche grazie alla pluralità di linguaggi che Marta Cuscunà mette in scena, tra parole, musica, voci fuori campo e l’animazione delle sue amate “pupazze”.

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