di Andrea Mori
PRATO – A Cochin, nello stato indiano del Kerala, il 29 novembre verrà inaugurata la Casa “Ricostruire la Speranza”, un centro di accoglienza e cura per cinquanta donne con gravi disturbi psichiatrici che le Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario hanno voluto realizzare riconvertendo un edificio nato in origine come scuola. La congregazione è presente in India dagli anni Settanta e opera nel campo dell’istruzione, dell’assistenza ai malati e della carità. Il progetto, coordinato da madre Paola Collotto e con la responsabilità organizzativa del dottor Lamberto Scali, nasce dall’esperienza del “fareassieme” sperimentata a Prato e in altre parti d’Italia: un metodo basato sulla prossimità e sulla collaborazione tra utenti, familiari, operatori e cittadini.

Le donne che saranno accolte provengono dal Settlement di Cochin, una struttura ausiliare in via di dismissione dove, fino a pochi anni fa, vivevano centinaia di persone in condizioni durissime. La nuova struttura, 2500 metri quadrati con spazi pensati per favorire un clima positivo, ospiterà anche un centro di salute mentale territoriale finalizzato alla cura e alla riabilitazione, con l’obiettivo di sostenere l’autonomia e ridurre i ricoveri in strutture contenitive. Nella Casa opererà un’équipe composta da psichiatra, infermiera psichiatrica, assistente sociale, operatore socio-sanitario ed esperti nel supporto tra pari. Responsabile scientifico è lo psichiatra trentino Renzo De Stefani, figura nazionale del movimento “Le Parole Ritrovate”.
L’idea della Casa affonda le radici nel 2007, quando dalla collaborazione tra la congregazione, il Dipartimento di Salute Mentale e la Polisportiva Aurora nacque il progetto “Cittadini del Mondo – Passaggio in India”. A ricordare quei primi anni è Luciano Giusti, tra i protagonisti delle missioni: “Quando arrivammo al Settlement non sapevamo da dove cominciare. Madre Paola ci disse: ‘Siete voi gli esperti, proviamo a fare qualcosa’. Le persone vivevano sdraiate in terra, senza attività, senza nulla. È iniziato tutto da un pennello messo in mano a un uomo che non lavorava da anni. Da quel momento è scattata una scintilla che nel tempo ha coinvolto tutti”.
Negli anni, il gruppo pratese ha tinteggiato le camerate, ripulito gli ambienti, costruito un refettorio per permettere agli ospiti di mangiare seduti a un tavolo e non più a terra. “Era la prima volta che potevano guardarsi negli occhi mentre mangiavano”, ricorda Giusti. Accanto al lavoro manuale nacquero anche momenti di gioco, attività condivise e gesti di normalità impensabili in quel contesto.
Accanto a Giusti, un ruolo centrale lo ha avuto Lamberto Scali, che ha riportato in India l’esperienza della peer education sviluppata nelle scuole pratesi. “Quando andavamo in India non era un viaggio della psichiatria, ma di una piccola comunità – ha raccontato –. Sei utenti, sei studenti, operatori e volontari insieme. Questo cambiava lo sguardo di tutti: degli ospiti del Settlement, delle suore, dei ragazzi. Era un’esperienza di promozione della salute che nasceva dal lavoro fatto con gli adolescenti. Offrire a un ragazzo la possibilità di condividere il viaggio con persone così fragili lo trasformava profondamente”.
Scali ha ricordato anche il limite strutturale delle missioni annuali: “Basaglia diceva che il manicomio produce se stesso. Il rischio era che, una volta rientrati, tutto tornasse com’era. La forza della Casa che nasce oggi è creare un’alternativa stabile, un centro territoriale che risponda ai bisogni e restituisca diritti”.
La svolta arrivò nel 2019, quando madre Paola ebbe l’intuizione di riconvertire l’edificio mai utilizzato come scuola. “Scuole ce ne sono tante, ma persone che hanno bisogno di ritrovare il desiderio di vivere molte di più” ha spiegato. “Ricostruire la speranza significa far capire a chi è stato dimenticato che vale, che ha diritto a una vita dignitosa, all’ascolto, all’affetto. Da due anni accogliamo tredici donne con lo stesso modello che utilizziamo a Villa Martelli. È un percorso che punta a restituire identità”.
Alla conferenza ha preso la parola anche Cosetta Azzini, moglie del compianto medico pratese Luigi Biancalani, tra i primi a operare accanto alle suore negli anni Ottanta. “Luigi vide una realtà durissima. All’epoca trovammo centinaia di casi di lebbra che nessuno aveva mai diagnosticato. C’era chi non ci credeva, così siamo tornati con documentazioni e prove. Da quella volta non ci siamo più fermati”. Azzini ha raccontato anche il legame nato con le bambine adottate a distanza: “Le abbiamo seguite fino agli studi e poi al matrimonio. Oggi mia figlia continua a frequentarle. È un affetto che ha attraversato le generazioni”.
All’inaugurazione parteciperanno anche Roberto e Massimo, utenti della Polisportiva Aurora che presero parte alle prime missioni, insieme al videomaker pratese Ivan D’Alì, che documenta il progetto da anni. D’Alì ha ricordato la fatica della raccolta fondi e la generosità dei pratesi: “Non abbiamo fatto campagne pubbliche, ma abbiamo sentito che la provvidenza non ci ha mai lasciati soli. Ora la Casa è pronta, anche se restano debiti e lavori da completare. Continueremo a cercare risorse”.
L’inaugurazione della Casa segnerà dunque l’inizio di una nuova fase: per la prima volta, a Cochin, persone fragili potranno contare su un luogo stabile, aperto e costruito intorno alla loro dignità. È il risultato di un lavoro che ha unito professionisti, volontari e comunità lontane tra loro, ma animate dalla stessa idea di cura.



