mercoledì, Settembre 9, 2026

Roberto Vecchioni a Cantagallo con parole e note che insegnano a sognare

CANTAGALLO – Una serata di inno alla vita e all’amore, nella suggestiva cornice del parco della Villa Guicciardini a Cantagallo, Prato, dove giovedì sera Roberto Vecchioni ha tenuto il concerto del “Tra il silenzio e il tuono Tour”, che ha chiuso il ‘Settembre Prato è Spettacolo 2024”.

Roberto Vecchioni a Villa Guicciardini a Cantagallo (foto Simone Tofani)

Un parco gremito da centinaia di persone, rapite dalle canzoni del professore, che spazia tra le più recenti, fino a ricercare nel cassetto del tempo brani degli esordi come “Archeologia”. Per ogni poesia in musica – perché di questo si tratta con il professore – Vecchioni fa un’introduzione per spiegarne il senso, ma soprattutto per diffondere messaggi di positività e pazzo amore per la vita, nonostante i dolori di cui è costellata.

E questo inno alla vita è da subito protagonista con “Storia e leggenda del lanciatore di coltelli” e con “Ti insegnerò a volare”, che con Francesco Guccini aveva cantato e dedicato ad Alex Zanardi: “questa vita è una donna che ti ama come sei. Questa vita è un amore che non ti tradisce mai”.

“Il fatto di amare è vita – dice – e per me l’amore è donna, una donna che rappresenta tutte le donne del mondo”. E da qui partono altri due fili rossi che si intrecciano durante tutto il concerto: la bellezza della donna e l’amore per Daria, che da 43 anni è la sua compagna. E intona per lei “Ogni canzone d’amore” (“ogni canzone d’amore dall’alba del mondo era scritta per te”) e “La mia ragazza”, in cui racconta il primo incontro con lei “bellissima fuori e dentro”.

Non sta fermo un attimo, il professore. Balla, scherza coi musicisti, viene più volte a bordo palco per sentirsi più vicino al pubblico. Ha una carica di energia contagiosa che attraversa la platea. Energia ben presente in una voce straordinaria che in tutte le due ore di concerto non ha una sola flessione. Nonostante la temperatura decisamente bassa, per il periodo. Più volte rammenta ironicamente i suoi 81 anni, ma sul palco Vecchioni è un ragazzo che trascina il ‘suo’ pubblico.

Palco e platea a Villa Guicciardini (foto Simone Tofani)

E arriva il momento della critica a un certo modo di guidare la società, a certo governi, che non valorizzano la cultura, che non valorizzano l’arte, perché in fondo “gli artisti a cosa servono? L’artista è inutile: non aumenta il PIL, non dà lavoro, parla di sé…”. Ma l’artista dà emozioni; crea e diffonde suggestioni, fa comprendere noi stessi, attraverso i suoi occhi. “E ci fa stare bene, anche quando è dura, anche quando fa piangere”, perché sono emozioni condivise che non ci fanno sentire soli.

Ed è qui che si vive la parte più toccante del concerto. Viene introdotto e cantato l’artista che più ha rivoluzionato il modo di dipingere, ritraendo il mondo non per quello che si vede, ma per come lo si sente: Vincent Van Gogh. Lui ha inventato la pittura del Novecento. Un artista straordinario, che ha amato, sofferto, sognato, cercato di strappare la bellezza da imprimere nelle sue tele. Ma che, non riuscendo a fermare la vita “sotto le sue dita”, poi ha deciso di congedarsene: perché “questo mondo non si meritava un uomo bello come te”. Parole della canzone “Vincent” fatte pronunciare a Paul Gaugain, che canta il suo amico pittore con i suoi colori. E Roberto le dedica adesso ad Arrigo, al suo amatissimo figlio, scomparso nell’Aprile del 2023. Di lui dice che c’è sempre e che sta giocando con qualcuno molto più grande di noi, “E ogni sera lo saluto così”.

La commozione è profonda e il pubblico lo abbraccia con un applauso caldo.

Come nel suo ultimo libro che dà il titolo al tour, “Tra il silenzio e il tuono”, Vecchioni racconta episodi importanti della sua vita, durante il concerto. Tra questi la disavventura di qualche giorno in carcere, a Marsala, quando era stato accusato di aver dato uno spinello a un ragazzo. Tutto falso e ritrattato in pochi giorni, ma quell’esperienza paradossale fu ispiratrice di altre canzoni, tra cui “Signor giudice”, conosciutissima e dedicata proprio al giudice che lo aveva condannato. Il professore spiega che il senso del testo poteva anche essere quello di un “Aspettando Godot”, dove il Giudice deve intendersi con la lettera rigorosamente maiuscola.

L’amore per la poesia e per la città d’origine dei suoi genitori, lo porta a Napoli vestendo i panni, anzi il cappello, di Antonio Ranieri, grande amico di Giacomo Leopardi, al quale Vecchioni affida il ritratto del letterato con un monologo/canzone che dà il titolo all’ultimo album (2018), “L’infinito”: “Ognuno – dice – nasce per diffondere qualcosa, colori, profumi… come la ginestra, ma Giacomino era ormai stanco di soffrire. Amare la vita e la vita che non ti ama e non ti vuole. E forse l’infinito non è al di là, ma al di qua della siepe”.

I maestri di Vecchioni – “quelli che non ti danno la verità, ma la certezza” – non sono solo artisti, ma anche vecchi amici, come il compagno di classe che dovette smettere di andare a scuola a 11 anni per fare il macellaio col padre, ma che continuava a leggere libri (quelli che Roberto gli portava) perché “una cosa è fare il macellaio e una cosa è fare il macellaio con una cultura”, come rispondeva al padre che gli chiedeva a cosa gli servisse leggere tanto. E partono le note del “Bandolero stanco”.

E poi ancora torna sulla figura della donna. Le donne, straordinarie guide di tutti, si augura che presto siano loro a governare il mondo. E ricorda a tutti le donne che stanno soffrendo, ma lottando, nelle parti del mondo più martoriate dalle guerre. E intona “Cappuccio rosso”, struggente canzone dedicata a una ragazza curda che muore in battaglia.

Sono ormai le 23 e il fresco – anzi decisamente ormai freddino – si fa sentire, ma nessuno in platea si muove, incantato da note e parole. Sul palco probabilmente la temperatura è ancora più frizzante e allora Vecchioni improvvisa una sorta di giocoso “spiritual” in napoletano sul “Che fredd’ che fa”

E poi “A.R.” (dedicata ad Arthur Rimbaud), “La bellezza” (ispirata a “La morte a Venezia” di Thomas Mann), “Le mie ragazze”, fino a infiammare ancora di più il pubblico con la rinnovata “Sogna, ragazzo, sogna”, che dopo 25 anni dall’uscita ha avuto un nuovo successo, ancora più grande, grazie all’esibizione a Sanremo al fianco di Alfa. Quella canzone dedicata dal professore ai suoi studenti per l’ultimo giorno di scuola della sua carriera, prima della pensione, l’8 Giugno 1999. L’unica volta che il prof. portò la chitarra in classe. Ma doveva farlo, glielo doveva, a quei ragazzi e a quelle ragazze – tutti dall’inizio del suo insegnamento – che tanto gli avevano dato e insegnato.

E poi “Chiamami ancora amore”, prima di scendere dal palco. Per poi risalire, richiamato, acclamato dal pubblico, che vuole continuare a vivere quella magia, ma anche perché mancano loro, le due più conosciute, quelle senza le quali non si può finire: “Luci a San Siro” e “Samarcanda”. E qui tutti in piedi a cantare e battere il ritmo con le mani.

Poi, dopo qualche autografo, strappato al volo sul suo ultimo libro, il professor Vecchioni saluta calorosamente tutti e se ne va da dietro il palco, dopo due ore di ininterrotto e impeccabile concerto.

Una serata che lascia nel cuore dei presenti sensazioni positive e preziose istruzioni per vivere la vita con il cuore e coglierne l’essenza più profonda.

S.Q.

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