MILANO – Giovedì 30 aprile al Teatro Franco Parenti di Milano sarà proiettato il film “Rosamaro”, diretto da Giuseppe Tesi.
Introducono la proiezione gli interventi di Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, Marina Calloni, professoressa ordinaria di Filosofia Politica e Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, Elisabetta Camevini, magistrato, referente per il Tribunale di Milano nella materia della tutela dei diritti delle vittime di reato. Qui di seguito la riflessione della professoressa Marina Calloni.

Con «Rosamaro», Giuseppe Tesi costruisce un film che non si limita a raccontare la violenza, ma ne interroga le forme, le radici, i copioni. Non propone una storia chiusa, né una morale rassicurante. Al contrario, chiede alla spettatrice/spettatore di restare dentro un disagio che è insieme emotivo e conoscitivo. Perché ciò che appare sullo schermo non riguarda soltanto episodi di violenza — accaduti, ricordati, narrati o rappresentati — ma un sistema di relazioni che si riflette continuamente, come in uno specchio.
È proprio lo specchio una delle strutture profonde del film: specchio tra realtà e finzione, tra memoria e racconto, tra donne diverse che si riconoscono senza coincidere, tra vittima e abusante, tra chi testimonia e chi guarda. «Rosamaro» non permette una posizione esterna e comoda: chi guarda viene coinvolto in ciò che vede, chiamato a interrogare non solo la violenza rappresentata, ma anche i codici culturali che la rendono possibile.
Fin dall’inizio, il film si muove dentro una tensione decisiva: quella tra violenza subita, desiderio di vendetta e possibilità di trasformazione. Il riferimento a «Giuditta e Oloferne» — il mito biblico che Artemisia Gentileschi ha saputo tradurre in un potente gesto di creazione artistica — non è un elemento ornamentale, ma una vera chiave di lettura.
Il trauma persistente può condurre al ripiegamento in uno stato di soggezione, così come alimentare una spinta reattiva alla ritorsione. Ma può anche aprire alla possibilità di un rovesciamento dei ruoli di potere: non semplicemente la reazione, bensì la trasformazione. La vittima, allora, non resta necessariamente inchiodata alla passività, ma può cercare una ridefinizione di sé che coinvolge, insieme, il cambiamento di codici patriarcali che hanno reso possibile la violenza.
Protagonista del film è una scrittrice affermata, Erica Weber, costretta a confrontarsi con un passato traumatico che continua a riaffiorare e che la accomuna a Ròs, anch’essa segnata da un’esperienza di violenza domestica. I mostri della memoria non restano confinati nella soffitta del passato: ritornano, insistono, contaminano il presente.
Donne apparentemente distanti, sono in realtà legate da una stessa esperienza. E tuttavia non sono soltanto personaggi: funzionano come dispositivi di rifrazione, attraverso cui il film mette in relazione il vissuto e il racconto, la ferita e la sua rappresentazione, la finzione narrativa e le testimonianze reali.
Ne emerge una struttura prismatica, che non si chiude sulle singole storie ma rimanda continuamente ad altro, ampliando il campo del visibile e del dicibile. Il percorso della protagonista si rispecchia in quello di altre donne, creando un confronto tra persone che non si sovrappongono mai del tutto. Due donne, e insieme molte donne. Una storia personale, e insieme una costellazione di storie. In questo gioco di specchi, «Rosamaro» mostra che la violenza non è mai soltanto individuale: si inscrive in copioni appresi, ripetuti, tramandati. Copioni dell’amore, della gelosia, della dipendenza, del possesso, del sacrificio, della colpa.
L’intreccio con le testimonianze reali rompe la linearità narrativa e sposta il discorso su un piano più scomodo. La violenza non appare come un evento eccezionale o inspiegabile, ma come qualcosa che prende forma dentro linguaggi, abitudini, giustificazioni. Il film rifiuta due scorciatoie assolutizzanti: la vittima ridotta a figura pura e il carnefice ridotto a mostro tirannico. Al loro posto, mostra una rete di responsabilità, emozioni, rimozioni e ripetizioni.
Ed è qui che emerge il nodo della mostruosità. La violenza è mostruosa nei suoi effetti: produce paura, umiliazione, isolamento, perdita di libertà, cicatrici fisiche e ferite psichiche che possono durare per tutta la vita. Ma non sempre si presenta come mostruosa mentre nasce. Spesso entra nella quotidianità in forme minime, quasi invisibili: una parola che svaluta, un controllo mascherato da attenzione, una gelosia scambiata per amore, una pretesa di possesso chiamata protezione.
Se immaginiamo la violenza solo come mostro, rischiamo di non riconoscerla quando si prepara. «Rosamaro» lavora esattamente su questa soglia: tra ciò che appare abnorme e ciò che è stato normalizzato. Mostra come la violenza si costruisca prima dell’esplosione, dentro copioni relazionali che insegnano a confondere l’intensità con il dominio, la cura con il controllo, il legame con l’appropriazione. Per questo il film «Rosamaro» non riguarda soltanto la violenza già avvenuta, ma anche le condizioni che la rendono pensabile, tollerabile, ripetibile. Non la riduce a patologia individuale, né assolve chi la agisce. Al contrario, mostra che la responsabilità comincia quando si riconoscono i propri atti, i loro effetti sull’altra persona, la propria parte dentro una relazione di potere. La fragilità, soprattutto quando attraversa le soggettività maschili, non può diventare alibi: diventa pericolosa quando pretende di trasformarsi in dominio.
Il film apre così una questione culturale e politica. La violenza contro le donne non nasce nel vuoto. Si alimenta di immaginari antichi e contemporanei, di gerarchie, di linguaggi, di silenzi. Vive nei copioni che abbiamo imparato sull’amore, sul maschile, sul femminile, sulla gelosia, sulla libertà dell’altra. E proprio questi copioni devono essere riconosciuti, smontati, riscritti.
«Rosamaro» è importante perché non si limita a denunciare. Costringe a vedere i meccanismi. Mostra le frasi, le posture, le giustificazioni, le omissioni. Porta alla luce ciò che spesso resta nella zona grigia: il momento in cui la violenza non è ancora nominata, ma ha già cominciato ad agire. E forse è qui il punto decisivo: non chiedersi soltanto che cosa il film mostra, ma che cosa, dopo averlo visto, non può più restare invisibile.
Non possono più restare invisibili le parole che coprono la violenza.
I gesti che la preparano.
I copioni che la rendono familiare.
Le narrazioni che la giustificano.
Le forme in cui viene minimizzata, rinominata, spostata.
I silenzi che la proteggono.
È nell’invisibilità e nella rimozione quotidiana che la violenza continua a persistere. «Rosamaro» lavora per incrinarle, lasciandoci davanti a uno specchio scomodo: non solo quello delle vittime e degli abusanti, ma quello dei nostri immaginari, delle abitudini e dei copioni che ripetiamo senza riconoscerli.
Guardarlo significa assumersi una responsabilità: non distogliere lo sguardo, non sottrarsi a ciò che emerge, anche quando incrina l’immagine di noi stessi. Ciò che diventa visibile non è più ignorabile: interpella, esige una posizione. E la sua reiterazione non è più innocente, ma una scelta.
Il film non è solo narrazione; è un processo di rispecchiamento. Apre una ferita del reale: un male che deve essere raccontato, che non può essere rimosso, ma attraversato e nominato, nelle sue tensioni e ambiguità, senza rifugiarsi in giudizi assolutori. Conoscere il male non è solo comprenderlo, ma sottrarlo all’indifferenza. Significa prevenirlo: trasformare lo sguardo in consapevolezza, e la consapevolezza in possibilità di interromperlo. Perché solo ciò che si ha il coraggio di vedere e di riconoscere può, forse, essere cambiato. (il corriere.it)










