FIRENZE – La musica vissuta come impegno, fatica, sacrificio che andrebbe maggiormente riconosciuto, ma anche e soprattutto come passione irrefrenabile, fonte di soddisfazioni, di crescita personale, di libertà creativa.
Al Circolo Arci Progresso di Firenze si è tenuto il concerto di Dagger Moth, progetto musicale della cantautrice ferrarese Sara Ardizzoni, per un evento organizzato dall’associazione culturale La Chute.
Dagger Moth, abile polistrumentista capace di destreggiarsi fra voce, chitarra elettrica, synth e tastiere, ha debuttato nel 2013 con il suo primo album e nel corso di una carriera decennale ha collaborato con artisti e produttori come Giorgio Canali, Alfonso Santimone, Luca Bottigliero e Marc Ribot, oltre a prendere parte a opening act di concerti di artisti come Marlene Kuntz, Perturbazione, Hugo Race, Peter Hook e molti altri. Il suo ultimo album, dal titolo “The sun is a violent place”, è stato pubblicato nell’ottobre del 2022 ed è nato nei due anni precedenti, durante i lunghi mesi della pandemia.

Al termine del concerto Sara Ardizzoni si è raccontata in esclusiva a Report con un’intervista un po’ fuori dai soliti schemi, in cui all’artista è stata lasciata massima libertà e facoltà di spaziare su vari temi inerenti il fare musica, la sua esperienza artistica, i suoi progetti e desideri per il futuro, fino a qualche aneddoto o particolare “inedito” su lei stessa.
Sara è partita da una riflessione sulle difficoltà del fare musica oggi in Italia e in particolare sulla scarsa considerazione che spesso accompagna il costante e impegnativo lavoro dei musicisti: “forse la gente non si rende conto di tutta la fatica e tutto il lavoro che stanno dietro lo scrivere un disco o il preparare un concerto, quando dico di andare a suonare live da qualche parte alcuni mi guardano come quella che va a fare una vacanza o un passatempo. Non ne faccio una colpa a qualcuno: c’è una mentalità ancora molto diffusa, almeno nel nostro Paese, che vede il fare musica come qualcosa di leggero, un hobby come tanti, se non addirittura come un divertimento per chi se lo può permettere.
In quest’epoca caratterizzata dall’allettante vetrina dei talent show, a cui si partecipa nella speranza di un successo immediato e di una rapida visibilità, vorrei che si capisse e si comprendesse che fare musica mettendoci dentro passione, impegno, autenticità, emozioni, costa tanto in termini di tempo ed energie. Sono ore e ore di lavoro, poi ripagate dalle soddisfazioni che per fortuna si raccolgono nel corso dell’esperienza musicale, ma che non sono quantificabili in termini economici, e alla fine a voler tirare le somme non c’è un guadagno a livello di soldi, fama e visibilità”.

Da qui la domanda che Sara si sente talvolta rivolgere da chi non si occupa direttamente di musica o non frequenta questo tipo di ambiente: “perché continui a fare musica se poi vedi che non ci guadagni e non riesci a viverci?”. Come dire: chi te lo fa fare? Anche in questo caso la mentalità comune associa la musica a un ritorno economico, spesso immediato e cospicuo, pensando magari ai grandi guadagni di artisti che possono contare sugli introiti da vendite degli album, streaming online, passaggi radiofonici, partecipazioni a festival ed eventi, sponsorizzazioni pubblicitarie.
In realtà le cose stanno in maniera diversa, Sara ne è consapevole e tuttavia, pur facendoci chiaramente intendere che un cambio di mentalità e di percezione verso il lavoro dei musicisti potrebbe rappresentare un bel passo in avanti, non cede al vittimismo e rivela la sua grande passione per la musica, che le dà la forza e l’energia per rimanere “in equilibrio” tra le sue “due vite” professionali, quella di cantautrice e quella di architetto. “La musica per me è una scelta fatta per passione, perché è una parte di me – spiega – e l’ho voluta per mettermi alla prova, per superare dei limiti, per sperimentare, per essere libera”.

Dopo aver abbracciato la musica, la scelta successiva è stata quella di cantare brani non in italiano: la motivazione, spiega l’artista, va ricercata nel suo background musicale e nei suoi modelli di riferimento, che guardano soprattutto alle esperienze d’oltremanica e d’oltreoceano. “Non c’è nessuna simpatia esterofila né tantomeno la presunzione di ambire a un livello internazionale, è stata semplicemente una scelta naturale derivante dalla mia formazione e dai miei gusti musicali: ho notato subito che i suoni che volevo produrre si accordavano molto bene con testi in inglese, ne scaturiva una musica molto più fluida. Certo, non mi dispiacerebbe uscire dai confini nazionali per proporre la mia musica anche in club all’estero, però mi manca l’appoggio di un’agenzia che possa gestire l’organizzazione e la programmazione, muovendomi da sola è molto difficile. Però è un mio desiderio e un mio vecchio pallino, in futuro vorrei riuscire a realizzare questo sogno”.
E in questo senso un’esperienza internazionale Dagger Moth l’ha vissuta salendo per ben due volte, nell’estate del 2018 e 2023, sul palco dell’ambito Primavera Sound Festival di Barcellona: un festival enorme, con decine di artisti, migliaia di spettatori e vari palchi, complicato da gestire e da “interpretare” per i ritmi serrati e i tempi contingentati, ma che ha sicuramente rappresentato per Sara un’esperienza di crescita, in cui ha avuto l’opportunità di misurarsi con una delle realtà più importanti a livello europeo.

Ma tornando al suo “fare musica”, che è sempre stato nel segno dell’autoproduzione, l’artista rivendica con orgoglio e consapevolezza questa scelta, compiuta sia per l’abitudine ad “arrangiarsi” da sola nell’organizzazione del lavoro e dei concerti, sia per non piegarsi a certe logiche di mercato e mantenere così margini più ampi di autonomia e libertà creativa.
“Mi è sempre piaciuto non tenere una linea fissa, ma sperimentare e mescolare suoni e generi musicali diversi – racconta – quando suonavo in gruppi, questa cosa si riusciva a fare ma arrivando a un compromesso, e alla fine ci si orientava sempre su un preciso genere; invece la mia gioia ma anche la mia sciagura è che la mia musica è difficilmente classificabile, non credo di rientrare in nessuna precisa categoria musicale. Non mi sento né jazz né blues, forse sono troppo rock per essere pop, troppo psichedelica per essere punk, ho influenze prog: insomma, la mia musica è una mescolanza e una sintesi di tante sollecitazioni diverse che nel corso degli anni ho ascoltato e cercato di rielaborare in chiave personale. È una ricchezza ma può essere anche un ostacolo, perché oggi c’è molto bisogno di etichettare e catalogare, è anche un’esigenza del mercato musicale, dei circuiti e delle varie agenzie che organizzano i concerti”.
E un progetto per il futuro? “Quello di lavorare nel mondo delle colonne sonore, è un desiderio che ho da anni perché mi piace lavorare a livello strumentale e in passato ho realizzato piccole produzioni indipendenti. Qualcosa di concreto si sta muovendo e a breve potrebbe diventare realtà”.
Ma l’aspetto più importante che Sara sottolinea in conclusione è quello di poter continuare a fare musica nel suo stile, seguendo il suo istinto e le sue passioni, e continuando sempre a studiare e sperimentare senza sentirsi mai “arrivata”: non a caso i suoi modelli e fonti di ispirazione e ammirazione sono quegli artisti che, arrivati a settant’anni e più, ancora “studiano come matti”, si impegnano e si sforzano di creare qualcosa di nuovo.
Perché quando finisce la passione, finisce anche l’arte.









