di Marco Cei
PISTOIA – Il recente incontro pubblico del 27 dicembre alla chiesa di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, si è incentrato sulle iniziative, svolte in sinergia fra Curia e associazioni private, tendenti a mantenere aperture e un (parziale) uso pubblico di molte chiese della città, in un momento storico di disgregazione del tessuto sociale e allontanamento dalle tradizionali forme di culto parrocchiale, tanto che oggi abbiamo un’unica parrocchia per tutto il centro storico.

Tali iniziative sono ovviamente meritorie e devono essere supportate e ampliate da tutti i soggetti, pubblici e privati, che abbiano a cuore la nostra città, ma affrontano solamente la punta dell’iceberg. Il problema vero risiede nello svuotamento progressivo del centro storico di Pistoia da quasi tutte le funzioni vitali che una città deve avere e svolgere per potersi definire tale.
In primis l’abitazione, e dentro le mura vivono oggi sempre meno persone, tenute lontano da costi fondiari elevati, difficile mobilità, scarsi servizi. La densità abitativa di Pistoia è sempre stata molto particolare, dovuta alla sua genesi e sviluppo storico, con un nucleo longobardo-alto medievale (prima cerchia di mura, in giallo), un altro presente nel suo periodo d’oro (XII-XIII secolo, in rosa) e quello ancora successivo, con le cosiddette “Mura Fiorentine” (dal XIV secolo a tutto il XIX, in celeste). Lo schema mostra queste dinamiche urbane e le aree contenute dalle tre cerchie murarie.
Gli spazi fra la seconda e la terza cerchia, in origine completamente libere, ancora oggi possiedono ampie zone aperte, eredità degli orti di chiese, conventi e istituti che sono in buona parte ancora presenti, con il loro notevolissimo patrimonio artistico e architettonico.
L’iceberg nascosto di cui vorrei parlarvi è proprio questo patrimonio che, ormai perdute le loro funzioni di culto e di aggregazione sociale, non riesce a trovare destinazioni degne e attuali, costituendo solamente un peso di difficilissima sostenibilità. È possibile individuare una decina di complessi architettonici notevoli presenti all’interno delle mura, tralasciando perciò altri, ma ugualmente preziosi e inutilizzati, come quello delle Ville Sbertoli, subito fuori la città e da anni oggetto di idee e proposte di riuso.
Sant’Andrea, San Francesco, San Benedetto e Seminario, Crocifissine, San Giovanni Fuorcivitas, San Domenico, la Santissima Annunziata, San Bartolomeo, San Lorenzo, lo stesso Bastione Mediceo: ecco un elenco approssimativo dei possibili complessi architettonici presenti; la loro proprietà è molto diversificata, talora pubblica, più spesso privata (soprattutto Curia ed Enti monastici) e questo fatto rappresenta un primo scoglio da affrontare, ma i costi progressivamente crescenti di manutenzione e di tutela imporranno sicuramente a tutti di valutare proposte per riqualificazioni e nuove destinazioni.

Questi nomi per noi spesso sono un piccolo punto all’incrocio di piazze e vie; per esempio la Santissima Annunziata è solamente una facciata, al massimo una chiesa; invece è un insieme di spazi costruiti e aperti di articolazione e ricchezza inaudita, come in questo caso il chiostro affrescato e le ali del convento.
Di certo non possiamo pensare a una musealizzazione di tutti questi complessi, se non limitata a casi particolari, quasi unici, come per esempio per creare una nuova sede del Museo Marino Marini che in quella attuale soffre angustia di spazi e difficoltosa mobilità e che potrebbe trovare degna collocazione in uno di questi nuclei, opportunamente sistemato, lasciando al Palazzo del Tau le funzioni di archivio e laboratorio didattico, di cui la città è orfana ormai da molti anni.
Questi complessi, vere ricchezze della città, devono invece trovare una nuova vita autonoma che diventi essa stessa generatrice di attività urbane e sociali, attirando da fuori nuovi soggetti interessati per motivi abitativi, di lavoro o di studio.
Negli anni scorsi è stato realizzato un progetto di ricerca su aree verdi urbane, finanziato dalla Fondazione Caript e svolto dal Laboratorio di Architettura del Paesaggio del DiDA (Dipartimento di Architettura) dell’Università degli Studi di Firenze, chiamato Pistoia Millefiori, in onore del magnifico arazzo rinascimentale della Cattedrale custodito nel l’Antico Palazzo dei Vescovi. Tale progetto ha individuato e circoscritto una decina di spazi aperti che potrebbero diventare nuovi parchi e giardini della nostra città, arrivando a progettarne nel dettaglio alcuni: un nuovo giardino nel Conservatorio di San Giovanni, quello del Vescovado e il piccolo orto dei Cappuccini, compreso fra l’omonima chiesa e viale Matteotti, senza però trovare il modo per vere e proprie realizzazioni successive, che la Fondazione avrebbe aiutato.

Proprio questa esperienza ha mostrato come i progetti debbano scaturire da visioni, obiettivi e forme d’uso condivisi fin dall’origine e non calati dall’alto; ci possiamo auspicare che nel prossimo futuro beni e spazi preziosi come San Giovanni Fuorcivitas, S. Andrea e altri possano trovare una nuova vita urbana che arricchisca la nostra città.







