mercoledì, Settembre 9, 2026

Scuola plurale, la difficile gestione del sistema migratorio

di Andrea Mori

PRATO – La novità dell’edizione di quest’anno del convegno “Scuola Plurale. Sistemi territoriali ed esperienze didattiche per alunne e alunni con background migratorio” è stato il laboratorio interattivo con suddivisione in tre gruppi di lavoro, uno dei quali aveva come tema su cui confrontarsi “La genitorialità e la visione della scuola per le famiglie migranti cinesi”. A moderare Roberto Pecorale, docente di lingua cinese al convitto nazionale Cicognini di Prato, che si è alternato in un scambio di riflessioni (e constatazioni) a Jada Huaiyu Bai, docente di lingua cinese all’Università degli Studi di Torino. L’obiettivo, commentano entrambi, “restituire un’esperienza sia nel micro che nel macro”. 

Da sinistra Jada Huaiyu Bai e Roberto Pecorale

“Io sono particolarmente grato a Jada, perché nonostante mi occupi di Cina e di sinosfera (sfera culturale cinese, comprende più paesi dell’Asia orientale e del sud-est asiatico che storicamente sono stati molto influenzati dalla cultura, dalle norme e dalle tradizioni cinesi ndr.) da quasi 25 anni non avevo mai colto una questione fondamentale – dice il professor Pecorale – e cioè il peso che comporta l’eredità culturale, un’ombra che accompagna la famiglie di origine cinese non soltanto in Cina, ma anche durante il loro percorso migratorio”.

Questo, prosegue il docente, lo ha portato a riflettere su alcuni degli errori che in molti commettiamo, magari inconsapevolmente, quando ci rapportiamo con ragazzi e ragazze “chiedendo loro di cambiare, chiedendo loro ‘perché sei così’, ‘perché non fai così’ con una certa leggerezza, e talvolta queste sono, a mio avviso, domande che nascondono una certa violenza e che non riflettono, appunto, sull’eredità culturale”. 

Jada Huaiyu Bai è una delle prime voci sinodiscendenti in Italia, la quale nota che da parte degli insegnanti c’è tanto bisogno di capire chi sono questi ragazzi che frequentano le loro classi. Stupisce “come nell’ambiente accademico in realtà le persone sappiano tutto, se infatti leggete i lavori accademici è meraviglioso – dice Bai – la ricerca è molto avanti. Il problema è che quella ricerca non arriva, si ferma all’ambiente universitario, c’è un cortocircuito”.

La professoressa osserva come le informazioni e gli strumenti che gli accademici conoscono e di cui sono in possesso, non arrivano nelle classi degli insegnanti che devono confrontarsi coi genitori degli alunni con background migratorio per capire da dove vengono, che vita fanno. 

“A me piacerebbe dividere la Cina che è lì, dalla Cina che qui, ma in realtà tutto concorre contro di me”, sostiene Bai. E quando dice questo forse si riferisce proprio a quello che ha visto in via Pistoiese e che tutti i pratesi conoscono bene: “è presente tutta una serie di servizi, realizzati magari dalle stesse seconde generazioni – quindi, deduce la docente – anche se arrivi qua e non sai l’italiano puoi vivere dentro la bolla”.  

Per cui, l’appello della professoressa è quello che, alla luce del fatto che per i ragazzi che arrivano grandi in Italia è difficile trovare la via, “va mostrato loro che c’è una possibilità d’inserirsi nella comunità locale quando sono alle elementari, già quando sono alle medie infatti la difficoltà aumenta molto”.

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