martedì, Settembre 8, 2026

Seminare Idee, Giuseppe Pastore tra storie e aneddoti della Coppa del Mondo

di Riccardo Puccetti

PRATO – Nel suo intervento al Seminare Idee Festival, Giuseppe Pastore costruisce un appassionato racconto che intreccia la nostalgia romantica del calcio con i risvolti più umani, grotteschi e tragici della Coppa del Mondo, come una sorta di album dei migliori aneddoti.

Il filo conduttore è il desiderio, inteso come un vero e proprio “Sacro Graal” la cui ossessione accomuna popoli interi, ma che per le ultime generazioni italiane è rimasto un concetto astratto, privo di ricordi vividi a causa delle ripetute assenze dell’Italia (ben tre di fila).

Un momento dell’incontro con Giuseppe Pastore all’interno del festival Seminare Idee di Prato (foto Seminare Idee)

Pastore evoca quella che si potrebbe definire la “sindrome del primo mondiale”: l’idea, mutuata da un articolo del giornalista irlandese Paul Howard, che ogni appassionato passi il resto della vita a inseguire la stessa, purissima emozione provata durante la prima estate passata davanti alla TV da bambino. Per dimostrare come questo desiderio si scontri spesso con la fragilità umana o i tiri mancini del destino, il giornalista sportivo dà vita a un gioco con il pubblico, estraendo da una scatola dei bigliettini, ognuno dei quali contiene una storia legata a una specifica nazione.

Il viaggio parte prima dal Messico, uno dei paesi ospitanti del Mondiale 2026. Questo luogo evoca immediatamente la famosa “vendetta di Montezuma”, la ritorsione intestinale che il clima e l’acqua messicani impongono ai turisti e che, storicamente, ha cambiato il corso del calcio.Pastore racconta come nel 1986 il capitano dell’Argentina, Daniel Passarella, finì fuori squadra per aver consumato del ghiaccio contaminato nel suo whisky; un malessere che permise a Diego Armando Maradona di ereditare la fascia di capitano e il comando assoluto della squadra, trascinandola alla vittoria.

Molto più grottesca e amara fu la sorte dell’Inghilterra nel 1970, sempre nel mondiale messicano: il leggendario portiere Gordon Banks, fresco autore della “parata del secolo” su Pelé, venne colpito da un violentissimo attacco gastrointestinale alla vigilia del quarto di finale contro la Germania Ovest. Per sostituirlo fu chiamato Peter Bonetti, detto il Gatto, costretto a un viaggio di tre ore su un autobus bollente prima del match. Debilitato e fuori ritmo, Bonetti commise una serie di errori clamorosi che permisero ai tedeschi di rimontare lo svantaggio da 2-0 a 2-3, segnando la fine del ciclo d’oro del calcio inglese.

Spostandosi in Francia, Pastore rievoca la drammatica epopea del francese Patrick Battiston contro la Germania. Nella semifinale di Siviglia ’82, Battiston venne travolto dal portiere tedesco Harald Schumacher con una violenza tale da fargli perdere tre denti e la coscienza. L’indifferenza di Schumacher in quel momento lo rese, agli occhi dei francesi, l’uomo più odiato della storia (persino più di Hitler, secondo un sondaggio dell’epoca).

La storia si ripete quasi per uno scherzo del destino quattro anni dopo, in Messico nell’86: la semifinale è ancora Francia-Germania. All’88° minuto, con i tedeschi in vantaggio, Battiston si ritrova sui piedi la palla del pareggio proprio davanti a Schumacher. Tuttavia, nel momento decisivo, le gambe tremano sotto il peso dell’emozione e del passato; il francese calcia debolmente tra le braccia del suo antico carnefice e, sul ribaltamento di fronte, la Germania chiude la partita sul 2-0.

Il racconto tocca poi la Colombia, una terra segnata da storie tragiche come l’assassinio del capitano Andrés Escobar nel 1994, ma anche da un primato bizzarro: l’unico “gol olimpico” (segnato direttamente da calcio d’angolo) nella storia dei Mondiali, realizzato nel 1962 dallo sconosciuto Marcos Coll ai danni di Lev Yashin, il portiere più forte di tutti i tempi.

Con la Svizzera, Pastore cerca di abbattere lo stereotipo della nazione noiosa e burocratica. Ricorda la folle partita del 1954 contro l’Austria, terminata 7-5 sotto un caldo asfissiante di 40 gradi. Un calcio d’altri tempi, quasi disumano, in cui non esistevano sostituzioni e i calciatori cercavano di riprendersi dagli svenimenti nell’intervallo mangiando salsicce e facendosi massaggiare i muscoli con l’acquavite. In quella stessa edizione, il capitano svizzero guidò i suoi compagni nonostante gli fosse stato diagnosticato un tumore al cervello.

L’Inghilterra torna protagonista con un altro aneddoto del 1970: il capitano Bobby Moore venne arrestato in Colombia, durante il ritiro pre-mondiale, con l’accusa di aver rubato un braccialetto in una gioielleria. L’episodio, vissuto dagli inglesi come un complotto da parte del mondo latino, si risolse in modo quasi comico quando Moore dimostrò agli investigatori che la divisa ufficiale della nazionale, dentro la quale, secondo l’accusa della commessa del negozio, avrebbe dovuto nascondere la refurtiva, non aveva nemmeno le tasche.

Infine, la parabola della Cecoslovacchia (oggi Cechia) mostra la durezza dello sport. Nota per la sua glaciale infallibilità ai calci di rigore (su tutti il celebre “cucchiaio” di Panenka nel 1976), la nazionale visse il suo dramma nel 1962. Il portiere Viliam Schrojf, dopo aver disputato un torneo perfetto che stava spingendo il governo di Praga a erigergli dei monumenti, commise tre papere colossali nella finale persa contro il Brasile, vedendo svanire la gloria eterna nello spazio di soli 90 minuti.

Spazio a una riflessione amara ma realistica sulla natura della Coppa del Mondo, che poi collega a una storia sulla Croazia. Se competizioni come gli Europei lasciano spazio a miracoli e sorprese (come la Danimarca o la Grecia), il Mondiale risponde a una gerarchia quasi feudale. Quando si arriva alle semifinali o alla finale, i valori tecnici passano in secondo piano rispetto al “peso della maglia” e alla tradizione: le squadre della media borghesia calcistica (come Croazia o Marocco, nell’edizione 2022, ndr) possono ambire alla medaglia di bronzo, ma il gradino più alto resta un club esclusivo riservato alla nobiltà assoluta del calcio.

Proprio la Croazia, è protagonista di un ricordo sul Mondiale in Germania 2006. È il giovedì pomeriggio in cui l’Italia batte la Repubblica Ceca con i gol di Materazzi e Inzaghi, conquistando il pass per gli ottavi. La sera stessa, gli italiani si sintonizzano davanti alla TV per scoprire quale sarà l’avversaria: in campo ci sono Australia e Croazia. La partita è tesa e caotica, complicata dal fatto che molti australiani hanno chiare origini croate (come il portiere Kalac, autore di una papera clamorosa che costa il momentaneo pareggio).
Il match finisce 2-2, qualificando l’Australia, ma passa alla storia per un errore arbitrale mai visto prima ai Mondiali. Il difensore croato Josip Šimunić viene infatti ammonito tre volte prima di essere espulso.

L’arbitro inglese Graham Poll, ingannato dalla stanchezza e dal perfetto inglese con cui Šimunić (nato e cresciuto in Australia) protestava, annota erroneamente il secondo cartellino sul numero 3 australiano. Nel finale di partita, in un clima di assalto disperato e spazi enormi, Šimunić commette un altro fallaccio quasi a voler “pretendere” il rosso, che finalmente arriva insieme alla terza ammonizione. Il giorno dopo, la FIFA rispedirà a casa l’arbitro Poll, ponendo fine alla sua carriera internazionale.

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