giovedì, Settembre 10, 2026

“Si illumina la notte” di Livia Gionfrida, un viaggio tra poesia e sogno

PRATO – Un viaggio onirico e poetico, dai forti echi shakespeariani, tra strani personaggi sempre in bilico fra realtà e immaginazione.

Al Teatro Metastasio di Prato la regista Livia Gionfrida porta in scena in prima assoluta lo spettacolo “Si illumina la notte”, su testo inedito ripreso da alcune opere di Franco Scaldati: in particolare la sua rilettura e traduzione in dialetto napoletano e siciliano della commedia “La tempesta” di Shakespeare, un capolavoro che Gionfrida “rivisita” e “mescola” in maniera sapiente e originale con la grande tradizione del teatro popolare di Eduardo De Filippo.

Ne scaturisce un’opera molto particolare, che presenta alcuni chiari riferimenti e legami con il modello shakespeariano, ma al contempo se ne distacca acquisendo una propria dimensione e forza interpretativa, in particolare nei personaggi che fin dall’inizio irrompono sul palcoscenico.

Alcune immagini di scena dello spettacolo “Si illumina la notte” (foto di Augusto Biagini)

Come naufraghi portati a riva dalle onde del mare dopo una tempesta e sbattuti su un’isola sconosciuta, o come sopravvissuti a un’apocalisse atomica, i sei protagonisti in scena per tutta la durata dello spettacolo tentano, ciascuno a suo modo, di “illuminare” la notte, metafora di un’umanità in declino e sconvolta dai disastri della guerra e della violenza. Sono sono figure oniriche, irreali, fatte della stessa consistenza dei sogni, forse inesistenti e nate dalla mente e dall’immaginazione di una di loro, il Poeta, che per fuggire la “tempesta” del mondo ha trovato salvezza e conforto nello straordinario potere della fantasia.

È un continuo alternarsi fra scene in cui a dominare sono i toni lirici e drammatici e momenti di intelligente ironia che talvolta si sciolgono in gag divertenti, anche grazie alla rottura della quarta parete e alla possibilità per i personaggi in scena di interagire direttamente con il pubblico in sala, che non è più spettatore “passivo”, ma diventa protagonista stesso della rappresentazione teatrale.

Un omaggio al teatro pirandelliano e più in generale al teatro popolare siciliano con l’uso frequente del dialetto, che nulla toglie alla forza comunicativa ed evocativa dell’opera, anzi conferisce ancora più originalità e spessore ai personaggi. Altra caratteristica dello spettacolo è il continuo alternarsi fra luci e ombre, con i personaggi spesso avvolti nella penombra o illuminati da fasci di luce, mentre intorno a loro domina l’oscurità: un chiaro richiamo simbolico a un mondo ormai vuoto, senza tempo né memoria, uno spazio da ridefinire e da ricostruire. Luce e ombra diventano quindi metafora di un conflitto esistenziale e ogni elemento naturale si fa terreno di riflessione sulla nostra vita e sulle relazioni tra le creature che sembrano trovare nel mistero della poesia una fonte di riconciliazione.

Come ci suggerisce lo stesso Poeta, proprio la poesia, in quanto scaturita dai sogni e dall’immaginazione, può rappresentare un’ancora di salvezza e una via d’uscita al baratro in cui è precipitata l’umanità. Emblematico in questo senso il bellissimo soliloquio della Luna, che dall’alto del suo corso celeste, eterno e sempre uguale a se stesso, invoca per il mondo pace e concordia, nel contrasto tra la fissità e l’immortalità degli astri e il continuo mutare, spesso imprevedibile e violento, del mondo dei mortali.

Finché ci saranno la poesia e l’immaginazione ci potrà essere anche una speranza di catarsi e di rigenerazione per gli uomini: ed è questa la conclusione che i sei personaggi sembrano suggerirci, allorché, dopo la tempesta e il buio, dal fondo del palcoscenico inizia a intravedersi una luce.

La regia, la drammaturgia e l’allestimento dello spazio scenico sono a cura di Livia Gionfrida; in scena i sei attori Melino Imparato, Manuela Ventura, Daniele Savarino, Naike Anna Silipo, Rita Abela e Giuseppe Innocente.

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