di Simone Tofani
PRATO – Ieri la serata conclusiva del MetJazz 2026 ha offerto uno dei momenti più intensi dell’intera rassegna. Steve Coleman and Five Elements hanno portato sul palco del Teatro Metastasio un concerto che ha incarnato alla perfezione lo spirito della 31ª edizione: un dialogo continuo tra la memoria di Miles Davis e John Coltrane e la necessità di spingersi oltre, verso forme espressive in costante mutazione.
Coleman, da sempre più esploratore che semplice bandleader, ha guidato il suo ensemble con una precisione quasi chirurgica. Il Metastasio, con la sua acustica nitida e la vicinanza fisica tra palco e platea, ha esaltato la complessità del gruppo: un organismo musicale che si muove per stratificazioni, incastri, deviazioni improvvise che non perdono mai il senso della direzione.

Il funk, nelle mani dei Five Elements, diventa un motore ritmico che non guarda al passato ma si forgia nella spinta propulsiva del presente. Le linee frastagliate del sax di Coleman, trovano i pattern della batteria creati da Sean Rickman, che vengono intrecciati con le traiettorie del basso di Rich Brown e il fraseggio della tromba di Jonathan Finlayson, una fusione di pensieri e note che hanno costruito un paesaggio sonoro in continua evoluzione, dove l’improvvisazione non è un gesto di rottura ma un modo di pensare la musica in tempo reale.
Il pubblico ha seguito questo flusso con crescente attenzione. La musica di Coleman non concede scorciatoie, ma quando si apre, in un fraseggio, in un cambio di densità o in un’interazione improvvisa, rivela una forza magnetica che cattura anche gli ascoltatori meno avvezzi alle sue geometrie. Davis e Coltrane non erano citati, ma evocati: presenze sotterranee, punti di partenza da cui tracciare nuove rotte.

Verso il finale, l’improvvisazione ha preso una direzione inattesa: non più soltanto strumentale, ma anche vocale. Coleman ha introdotto un linguaggio definito da lui stesso un “baby talk”, una serie di suoni ritmati e frammentati, simili a gorgheggi e lallazioni, con cui ha giocato a stabilire un contatto diretto con la platea, invitandola a rispondere, a farsi eco, a entrare nel dialogo. Un momento leggero e allo stesso tempo profondo, che ha mostrato un’altra sfaccettatura della sua idea di comunicazione musicale universale.
Come chiusura della rassegna, il concerto ha assunto un valore simbolico evidente. Dopo settimane dedicate a due figure che hanno ridefinito il linguaggio del jazz, MetJazz ha scelto di affidare l’ultimo capitolo a un artista che quel linguaggio continua a reinventarlo, rifiutando ogni forma di cristallizzazione. Un finale che non cerca di rassicurare, ma di aprire prospettive.
MetJazz 2026 si è concluso così: con un concerto che non mette un punto, ma rilancia la domanda su cosa possa essere il jazz oggi. Gettando le basi e volgendo lo sguardo alla prossima edizione.










