di Stefano Di Cecio
VILLA CARCINA (BRESCIA) – In una conversazione amichevole di fronte ad una birra e un panino, la constatazione del tempo passato a lavorare per tanti anni, una vita intera, ma nel contempo la voglia di dare un senso a quello che si è fatto, alla vita stessa. In un incontro che si è svolto a Villa Carcina (Brescia), una zona che rappresenta uno dei poli industriali e manifatturieri più importanti d’Italia, nota per la presenza di fonderie, lavorazione dei metalli ed anche delle armi, come la Beretta che quest’anno compie 500 anni, la presentazione di un progetto non legato direttamente alla necessità di “fare soldi”, ma con uno sguardo più ampio che possa aiutare a risolvere alcuni problemi legati alla mobilità della persone meno fortunate che, per vari motivi, devono utilizzare ausili per continuare a camminare.

Una serata per raccontare una nuova idea di fare impresa sociale, siamo qui – dice Kati Gnali – per raccontarvi di un dispositivo innovativo che stiamo costruendo. Il 16 aprile scorso nasce Tecnocammino, una fondazione e cinque imprenditori che hanno costituito una startup, una società benefit. Nell’oggetto societario fare opere di bene e farle secondo criteri di trasparenza e di correttezza, amministratore neo eletto è Mario Di Cecio. Il primo a parlare di questo progetto è Guido Bettoni, presidente della fondazione Antonio Valotti, una fondazione non può esercitare attività economica non può correre il rischio imprenditoriale non può fare nulla che possa pregiudicare il patrimonio.
“Le fondazioni – dice Bettoni – operano normalmente individuando un obiettivo, deliberano una donazione, erogano la somma e ritengono concluso il proprio compito. Una formula nobile dove manca però la continuità del rapporto fra chi dà e chi riceve, e spesso la verifica dell’efficacia stessa del dono. Con Tecnocammino la Fondazione Valotti rovescia lo schema: la donazione iniziale non si esaurisce nell’atto, ma diventa il capitale di partenza di un’azienda”.
“Il 19 luglio dello scorso anno ho compiuto 60 anni e 40 di questi 60 li ho passati a fare impresa, sono stato shareholder di due società importanti – dice Mario Di Cecio -.

Oggi rappresento la società MDE Medical Device Engineering. una piccola azienda di Villa Carcina, siamo partiti in cinque e nel giro di sette anni siamo arrivati a quaranta. Grazie alla pazienza di mia moglie Elena ho avuto la possibilità di poter dividere il mio lavoro tra progettazione e prototipazione di dispositivi medici. Per lavoro ho visto cose terribili, in 40 anni ho progettato alcune centinaia di dispositivi medici soprattutto a livello vascolare e a livello oncologico. Ho sviluppato dispositivi a radiofrequenza, microonda, laser, ultrasuoni ma ho visto sopravvivere delle persone, pazienti che dovevano morire nell’arco di tre giorni e poi vederli dopo otto mesi ancora vivi con le loro famiglie, per me questo è dare un senso alla vita. Con il mio collega Massimo Benini ci siamo detti, dobbiamo mettere in piedi un progetto dove l’obiettivo non è il denaro ma creare qualcosa di estremamente utile mettendo a completa disposizione tutte le nostre esperienze”.
Enrico Fermi ingegnere biomedico aggiunge: “Ho 30 anni di esperienza nella ricerca e sviluppo di dispositivi medici in diversi settori, analisi del movimento cinematica dinamica e bio segnali, bio meccanica del movimento e i bio segnali che possono essere utilizzati per valutare i muscoli anche negli stati vegetativi, con un spettro di gravità anche molto elevata. L’analisi del movimento aiuta per esempio a pianificare il tipo di intervento, valutare l’effetto dei farmaci e valutare l’effetto della riabilitazione. Ho insegnato 10 anni all’università del San Raffaele, oggi il mio contributo cercherò sicuramente di darlo. Stiamo sviluppando la realizzazione di un camminatore o wolker che rispondesse ad alcune esigenze siamo andati a vedere ciò che esiste esiste cercando di capire se c’è una mancanza o un bisogno non risolto. Uno dei bisogni è che sia un wolker facilmente trasportabile, alcuni sono ripiegabili, ma hanno un certo peso. La libertà di cammino è la nostra libertà più semplice e più antica e quando questa viene a mancare vuoi per l’età che avanza o per un evento, una condizione di patologia o anche un intervento che riduce la deambulazione per un certo momento, si va a limitare la nostra autonomia, la nostra capacità di interazione sociale. Allora abbiamo pensato a un sistema per superare ad esempio piccoli ostacoli, il deambulatore non deve essere sollevato è lui stesso che favorisce il superamento di questi ostacoli. Un altro elemento è l’asimmetria, dopo una condizione patologica possiamo avere un emilato che è più debole rispetto all’altro, come nelle emiparesi o appunto in seguito a un particolare evento vascolare. I deambulatori sono tutti pensati simmetrici, come se non ci fosse questa differenza tra lato destra e sinistro. Eppure c’è un lato che mi aiuta di più e l’altro faccio un po’ fatica, lo devo trascinare. Allora il deficit motorio pur moderato che sia ha bisogno di un supporto dedicato e quindi l’idea di realizzare un walker che tenga conto di questa differenza. La sicurezza, un deambulatore che lavora insieme a chi lo utilizza, nel caso sia necessario, come l’occorrere di una lipotimia, assuma un particolare posizione, si blocchi in automatico e possa rappresentare un punto di ancoraggio di appoggio. Infine dotare il Walker di moduli, come: tornare a casa con l’uso di una voce guidata evitando gli ostacoli, un modulo di comunicazione che possa mettere in contatto con un familiare o con il medico con qualcuno di fiducia, l’interazione con l’ambiente, riconoscere ad esempio una pendenza pericolosa, una potenziale superficie che può fare scivolare”.
Simone Mora ingegnere biomedico: “Ho a che fare un po’ tutti i giorni con pazienti che hanno problemi neurologici, adulti con malattie neurodegenerative ma soprattutto bambini ed è stato il motivo per cui poi mi sono anche avvicinato a Mario e a questo progetto perché si è parlato di cammino e ci si è focalizzati tanto sull’adulto, ma chiaramente il cammino inizia ovviamente dai primi mesi di vita. Mi sono sentito subito in linea con la loro visione ed è un progetto in cui credo fortemente”.

“Come avete capito in questa società abbiamo cinque soci imprenditori e una fondazione – spiega Kati Gnali -. Non abbiamo capannoni, non abbiamo investito in capannoni, non abbiamo dipendenti al momento e quelli che prenderemo sarà perché ci sarà lo sviluppo e saranno necessari. Noi non siamo stipendiati e non lo saremo. Non abbiamo uffici tecnici, non abbiamo nemmeno macchine per fare grandi sviluppi, perché ci avvaliamo del supporto delle aziende che partecipano alla società. Abbiamo tanta creatività, quindi abbiamo molte cose senza aver speso ancora nulla”.
Massimo Benini ha condiviso con Mario Di Cecio la birra e il panino dando inizio al progetto.
“In virtù dell’esperienza che ho accumulato nell’ambito delle lavorazioni meccaniche toccando problematiche relative a settori diversissimi – dichiara -, supporterò questo progetto, rappresento colui che, in fase prototipale renderà pratiche, fisiche e toccabili le cose sviluppate dalle idee. Ho sempre in mente un deambulatore in dotazione al Santa Lucia di Roma, dove un bambino deambulava con delle corde tirate avanti e indietro e sembrava veramente uno strumento di tortura medievale”.
“Quando l’ingegner Fermi ha presentato questo prototipo di deambulatore – dice Massimo Crippa, dirigente del reparto di medicina interna dell’ospedale di Gardone, tutti i giorni a contatto con persone che vivono la disabilità – sono rimasto veramente incredulo, subito ho pensato ai deambulatori che vediamo nei nostri reparti e che ricordano un po’ i girelli della Chicco che avevamo da piccoli. La disabilità noi la vediamo solamente nel momento in cui ci tocca da vicino, purtroppo, perché magari qualche paziente qualche parente o qualche familiare stretto viene colpito da un ictus o da altre patologie. La disabilità in Italia è un problema molto grosso, molto sentito e a braccio, mi ricordo che il in 5,6% della popolazione italiana risulta essere disabile, quindi vuol dire che abbiamo in Italia 3.200.000 persone con disabilità grave senza contare quelli che hanno invece una disabilità un po’ più lieve. Tendenzialmente sono gli over 75 anni, dirigo un reparto di medicina interna, quando ero giovane studente la media dell’età dei ricoverati era intorno ai 50 ai 60, ora è difficile avere un paziente sotto gli 80. Il problema è che il 30% è allettato e, che sia in forma cronica o transitoria, è comunque un grossissimo fattore di rischio per l’insorgenza di altre patologie che possono andare dalle cose più banali, come la stipsi ostinata o la ritenzione idrica, fino ad arrivare a situazioni più gravi come le piaghe da decubito che poi possono esitare in stati di shock settico che possono essere patologie anche mortali. La trombosi venosa profonda da allettamento prolungato porta all’insorgenza di trombi per il rallentamento sanguigno e quindi le complicanze della trombosi, non solo la gamba gonfia, ma l’embolia polmonare che è una delle principali case di morte in Italia”.





