FIRENZE – A sette anni un bambino vive di sogni, anche se ebreo, nel 1934 si indossava con orgoglio la divisa di balilla, e si spera che i 14 anni arrivino con la velocità di un baleno per indossare quella da avanguardista.
Roberto – in realtà il primo nome è Giuseppe, ma a lui non piace – è felice di partecipare alle adunate dei balilla, di essere un “figlio della lupa”.
Il bambino ancora non sa che quella divisa non la indosserà mai. Di lì a pochi anni gli crollerà il mondo addosso: cacciato dalla scuola pubblica, le leggi razziali faranno diventare lui e la sua gente persone “invisibili”, per poter sopravvivere.
Diversi.

Mauro Di Castro, laureato in giurisprudenza e dirigente di banca fino alla pensione, romano di nascita e fiorentino di adozione, ha scritto la storia di suo padre Roberto – e per estensione quella della sua famiglia “allargata” – scegliendo una struttura narrativa tanto bella quanto complessa: ha raccontato quegli anni come se fosse il padre a parlare. Il risultato è un’opera di grande suggestione.
“La vita invisibile. Un adolescente nell’Italia delle leggi raziali” (Albatros edizioni), oltre a essere scritto molto bene e piacevole a leggere, è un bel libro un cui l’autore prende per mano il lettore e lo conduce, passo dopo passo, a conoscere la vita di una comunità alle prese con la feroce discriminazione delle leggi razziali, cinica anteprima alle deportazioni.
Siamo di fronte a un’opera che è stata scritta per far riflettere anche chi ebreo non è, una storia che nasce da “dentro” e che racconta il decennio che segnò con il marchio dell’infamia un regime e chi, colpevole o incolpevole, lo teneva in piedi.

“La vita invisibile” è una di quelle storie minime non ancora indagate a sufficienza e che rischiano di scomparire perfino dalla memoria collettiva. Il libro è la testimonianza di coloro che riuscirono a evitare i campi di sterminio; è una storia importante che fa parte del patrimonio della memoria della Shoà, come dice l’autore, “ne sono la faccia nascosta”.
È un’opera dura, che non fa sconti, che propone una immagine vivida di quegli anni, ma raccontata con la leggerezza di un adolescente. Roberto racconta la vita del ghetto di Roma: la povertà, la fame costante, impossibile da saziare, gli espedienti per raggranellare un po’ di cibo, l’angoscia di una madre che deve garantire la sussistenza ai tre figli, e poi i pidocchi, la scabbia, ma anche la solidarietà dei cittadini romani. Su tutto, la paura di un futuro senza futuro.
Invisibili.
“Il venir meno di tutte le certezze che avevano accompagnato la vita degli ebrei italiani – scrive Di Castro nella premessa – fino a quel fatale 1938, costituisce una ferita che, ancor oggi, stenta a rimarginarsi o che, forse, non potrà mai guarire del tutto”.
Una riflessione che forse è il frutto del pessimismo della ragione, ma che quest’opera potrebbe aiutare a mitigare.
La storia
Nel 1938, in Italia entrano in vigore le leggi razziali, una serie di provvedimenti con cui gli ebrei italiani perdono tutti i loro diritti: i bambini sono costretti ad abbandonare le scuole, uomini e donne vengono allontanati dai loro impieghi, le persone sono confinate in spazi sempre più piccoli. Tanti sono coloro che vengono deportati nei campi di concentramento, ma tanti sono anche quelli che restano e le cui vite diventano all’improvviso prive di valore. Quando il clima antisemita, già dilagante, si fa più acceso, Roberto ha appena dieci anni e sulle sue spalle grava il peso dell’intera famiglia: mamma, fratellino e sorellina. Il padre, non prevedendo ciò che accadrà, è a lavorare in Etiopia, convinto di poter così assicurare un futuro migliore ai suoi cari. Sopravvivere nella Roma degli anni Quaranta sarà difficile, un continuo arrangiarsi e accontentarsi, fuggire e nascondersi, ma Roberto, con il suo spirito indomito, riuscirà sempre a trovare una ragione per non arrendersi.











