venerdì, Novembre 6, 2026

Vicofaro e Ramini: la delusione di tanti laici. Lettera aperta al vescovo Augusto Mascagna

“Caro Vescovo,

abbiamo letto con profonda amarezza le Sue dichiarazioni su Vicofaro e Ramini. A scriverLe siamo volontari, parrocchiani e laici che in questi anni hanno condiviso, sostenuto e accompagnato l’esperienza dell’accoglienza.

La chiesa di Ramini

La nostra è soprattutto una grande delusione. Molti di noi, proprio grazie a don Massimo, si sono riavvicinati alla Chiesa. Non attraverso discorsi o cerimonie, ma incontrando un Vangelo fatto di gesti, di porte aperte, di condivisione con gli ultimi. Abbiamo ritrovato una Chiesa credibile perché capace di sporcarsi le mani.

Lei è arrivato soltanto nel giugno scorso. Perché allora un giudizio così rapido e sommario su una storia tanto complessa? Perché non ascoltare prima i ragazzi, i volontari, i parrocchiani? Perché non approfondire?

Lei stesso riconosce che questa esperienza è stata, almeno inizialmente, «profetica». Ma chi ha stabilito che la profezia sia finita? E perché ciò che era profetico dovrebbe diventare qualcosa da liquidare anziché da comprendere, correggere dove necessario e sostenere?

Don Massimo ha cercato di mettere in pratica il Vangelo e le indicazioni del magistero. Papa Francesco ci ha parlato di una Chiesa «ospedale da campo» e nell’Evangelii gaudium ha scritto: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade».

Non è forse questa la Chiesa che abbiamo cercato di vivere? Imperfetta, certamente. Faticosa, talvolta disordinata. Ma aperta, gratuita, dalla parte di chi non aveva nessuno.

Don Massimo non deve essere punito per aver tentato di vivere radicalmente il Vangelo. Deve essere ascoltato, aiutato, sostenuto. Gli errori si affrontano, le difficoltà si risolvono insieme. Non si cancella un’esperienza perché è diventata scomoda.

E veniamo ai ragazzi di Ramini. Lei pensa davvero che non fossero curati, accompagnati, rispettati? Ha parlato con loro? Ha chiesto cosa desiderano, quali legami hanno costruito, cosa significhi per loro essere trasferiti?

La Caritas potrà offrire maggiori opportunità? Ce lo auguriamo sinceramente. Ma vogliamo sapere quali: percorsi di autonomia, formazione, lavoro, sostegno umano? Oppure rischieranno di essere semplicemente parcheggiati altrove, fuori dalla vista e dalla coscienza di tutti?

Su questo vigileremo. Con attenzione, continuità e responsabilità. Perché i ragazzi non sono pacchi da spostare né problemi amministrativi da risolvere. Sono persone, con una storia, una voce e una dignità che deve essere rispettata.

Lo spirito che ci ha guidato dall’inizio alla fine è stato quello della gratuità. Tante persone si sono avvicinate, hanno donato tempo, energie, affetto. Tutto questo non può essere cancellato da una dichiarazione.

Don Milani ci ha insegnato che non basta parlare dei poveri: bisogna stare dalla loro parte. E che l’obbedienza non può diventare rinuncia alla coscienza.

Caro Vescovo, Lei parla di una Chiesa accessibile, vicina alle persone, capace di linguaggi nuovi. Ma come può esserlo se non ascolta proprio chi ha tentato di percorrere questa strada?

Non Le chiediamo di approvare tutto. Le chiediamo di conoscere prima di giudicare, di ascoltare prima di decidere, di accompagnare anziché chiudere.

Perché la Chiesa non si misura dalla tranquillità delle sue strutture, ma dalla capacità di non abbandonare gli ultimi.

E una profezia, anche quando disturba, non si archivia con un trasferimento”.

I volontari dell’accoglienza e i parrocchiani vicini alle esperienze di Vicofaro e Ramini

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