mercoledì, Settembre 9, 2026

“Zio Vanja” di Cechov, il dramma delle illusioni e delle occasioni perdute

PISTOIA – Il Teatro Manzoni di Pistoia chiude la sua stagione di prosa con un capolavoro del teatro di fine Ottocento.

Il regista Roberto Valerio porta in scena “Zio Vanja”, uno dei testi teatrali più noti dello scrittore russo Anton Cechov, pubblicato nel 1897 e accreditato di una lunga fortuna nel corso del Novecento, anche perchè commedia “anticipatrice” di numerosi temi propri del teatro contemporaneo.

Una sc ena della commedia “Zio Vanja” di Cechov per la regia di Roberto Valerio (foto di Ilaria Costanzo)

Opera che Cechov considerava una commedia con “scene di vita di campagna” in quattro atti, “Zio Vanja” è il dramma dell’inerzia, delle illusioni, dei desideri inespressi, dell’amore non corrisposto, della giovinezza perduta, di un’esistenza frustrante a cui è ormai troppo tardi per porre rimedio. È il dramma delle occasioni perse, della tensione verso un evento decisivo, destinato a cambiare radicalmente il corso di una vita monotona e ripetitiva, che tuttavia non si manifesterà mai; è il dramma dell’attesa, talvolta spasmodica, per un qualche mutamento che esiste solo nella mente e nelle illusioni dei protagonisti, ma non nella loro vita reale.

Tutti i personaggi della commedia sembrano “avanzare” per poi ritornare al punto di partenza, danno l’illusione di stare per compiere qualcosa di importante e di decisivo per poi rinunciare e ritornare sui propri passi. Ed è questa, forse, come è stata sottolineata da alcuni critici, una delle chiavi di lettura dell’opera di Cechov: un dramma in cui, di fatto, non accade nulla, e dove le azioni dei personaggi in scena non determinano un punto d’arrivo. C’è la sensazione diffusa che stia per accadere qualcosa di imminente, ma questa attesa viene ogni volta rimandata e frustrata; alcuni passaggi di “Zio Vanja” sembrano anticipare quel senso di vuoto, di vana attesa o di tragedia incombente che richiama al teatro di Beckett o alla narrativa di Buzzati.

Noia, attesa e frustrazione animano e muovono i personaggi in scena: spesso ripetono la frase “bisogna vivere” o “bisogna agire”, che suona sinistramente grottesca se pronunciata da figure che hanno fatto dell’immobilismo e della staticità la loro ragione di vita. C’è il dottor Astrov, medico, naturalista, precursore del moderno concetto di “sostenibilità ambientale”, che disprezza l’ignoranza e la stupidità della società borghese e si consuma nel proprio lavoro e nella passione, non ricambiata, per Elena, la giovane moglie di Serebrjakov. C’è la stessa Elena, simbolo di frustrazione e ipocrisia, combattuta fra il suo ruolo sociale di moglie di un ricco professore e le sue pulsioni a “vivere” la propria giovinezza tradendo il marito vecchio e pieno di acciacchi. C’è la giovane Sonia, figlia di primo letto di Serebrjakov, che nutre un amore inconfessato per il dottor Astrov, e che rimanda di continuo l’occasione per dichiararsi.

Cederna e Gravina in una scena dello spettacolo “Zio Vanja” di Cechov firmato da Roberto Valerio (foto di Gabriele Acerboni)

E al centro di questi intrecci c’è lui, zio Vanja, un personaggio emblematico che per certi aspetti “anticipa” la figura dell’inetto sveviano: chiuso nel suo piccolo mondo rappresentato dalla tenuta e dai lavori di amministrazione e contabilità, solo di fronte alle parole di Serebrjakov ha un sussulto, “apre gli occhi”, si rende conto di aver sprecato gli anni migliori della propria vita al servizio di quel “professore” che tutti in famiglia venerano ma che egli disprezza perchè ritiene un fallito, un uomo che si ammanta di cultura per nascondere la sua pochezza come docente e letterato.

Vanja si sente imprigionato, chiuso in una gabbia, eppure gli manca sempre quello scatto, quella forza di volontà, quel fermo proposito di dare una svolta alla sua vita piatta e monotona di contabile della tenuta di Serebrjakov: dunque non stupisce che la sua vicenda abbia un carattere quasi perfettamente “circolare”, e si concluda così come era iniziata, senza cambiamenti.

“E noi vivremo, zio Vanja; vivremo una lunga fila di giorni, sopporteremo con pazienza le prove che ci manderà il destino”: con queste parole pronunciate nel dialogo finale del dramma, la nipote Sonia esprime tutta la rassegnazione verso una condizione di vita che ormai contraddistingue in maniera indelebile la loro esistenza, senza alcuna possibilità di evasione.

Molto convincente la messa in scena di Roberto Valerio: un adattamento che rispetta il testo cechoviano ma allo stesso tempo, riducendo la scenografia agli oggetti essenziali, dà ancora maggiore risalto alle parole pronunciate dai personaggi e alle loro interazioni, in un continuo alternarsi tra dramma e commedia, sogno e realtà, staticità e movimenti dinamici.

È un viaggio nella grande tragicommedia umana con le sue contraddizioni dipinta da Cechov nelle sue opere teatrali, un viaggio reso ancor più efficaca dalla notevole prova attoriale offerta da Alberto Mancioppi, Vanessa Gravina, Mimosa Campironi, Elisabetta Piccolomini, Giuseppe Cederna, Pietro Bontempo e Massimo Grigò.

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