PISTOIA – La serata del Pistoia Blues Festival 2026, ieri sera, si è aperta come una lunga progressione: una linea che partiva dal folk più intimo, attraversava la giovane creatività toscana, si immergeva nelle profondità del rock sperimentale e infine esplodeva nella teatralità luminosa dei The Darkness, protagonisti assoluti della notte in Piazza del Duomo.

Il primo a salire sul palco è stato Woody Bones, il progetto del cremonese Francesco Zovadelli, vincitore di Obiettivo BluesIn.
La sua musica non è arrivata come un colpo, ma come una corrente lenta: un folk che portava con sé l’odore delle strade polverose del Sud degli Stati Uniti e un’indole indie che guarda dritta al presente. Nei suoi brani si percepiva un respiro ampio, che richiamava le armonie morbide che solcavano le scivolate di slide guitar. Woody Bones ha intrecciato le radici del folk con la sensibilità più intima dell’indie contemporaneo. Il risultato è stato un suono sospeso, fragile e luminoso, capace di aprire la serata con una delicatezza che non è timidezza, ma profondità carica ti passione.
Poi la serata ha preso una piega più elettrica. Sul palco sono arrivati gli Spleen, giovane e promettente rock band fiorentina che ha portato con sé un’energia immediata, quasi fisica, di quelle che si avvertono prima ancora che inizi il primo brano. Il loro sound viveva in una zona di collisione: il grunge degli anni ’90 che riaffiorava nelle chitarre ruvide, il post punk che incideva le linee ritmiche, l’alternative rock che dava forma a una scrittura diretta e contemporanea.
Gli Spleen non sono una band che “sale sul palco”: lo prendono, lo fanno loro, lo trasformano in un luogo dove il loro suono può muoversi libero e senza compromessi. Il loro set è stato una scossa, un cambio di passo che ha spinto la serata verso una dimensione più intensa e più urbana.
Quando sono arrivati i Messa, Piazza del Duomo ha cambiato atmosfera come se qualcuno avesse abbassato le luci del cielo. La loro musica non scorreva: avvolgeva. Le composizioni, che intrecciavano pesantezza e delicatezza, costruivano un paesaggio sonoro che non assomigliava a niente di già sentito. Le chitarre aprivano fenditure, la voce di Sara sembrava provenire da un luogo antico, e le suggestioni mediterranee si mescolavano a ombre doom e aperture jazz. Non era blues, ma possedeva quella stessa capacità di scavare, di toccare nervi scoperti. È stato un momento di immersione totale, un rallentamento ipnotico che ha preparato il pubblico all’impatto successivo.
Ed è proprio quando l’aria sembrava trattenere il respiro che la piazza si è accesa.

L’ingresso dei The Darkness è stato una scarica che ha illuminato la scena, fino a quell’istante tinta di rosso dalla scritta sul fondale del palco. In un attimo il clima è cambiato: l’impatto sonoro è diventato un muro d’aria caldissimo che ha investito il pubblico, un hard rock viscerale e sfacciato che sembrava spingere in avanti l’intera Piazza del Duomo. Un’onda che non si limitava a colpire: avvolgeva, trascinava, sollevava.
Justin Hawkins è entrato come una creatura elettrica, muovendosi con la rapidità di un felino. Ha corso da un lato all’altro del palco, si è piegato, rialzato, scattato, senza mai perdere il controllo della sua voce. E quando ha lanciato i suoi acuti in falsetto vertiginosi, precisi, taglienti sembrava davvero sfidare le leggi della fisica: la nota saliva, si assottigliava, si illuminava, e poi si apriva sopra la piazza come una lama di luce.
La musica è diventata il centro assoluto della scena.
Non c’era più distanza tra palco e pubblico: migliaia di telefoni e braccia si sono sollevati all’unisono, trasformando Piazza del Duomo in un coro luminoso che vibrava insieme alla band. Ogni riff era un’esplosione, ogni gesto di Justin una miccia che accendeva la folla. I The Darkness non stavano semplicemente suonando: stavano costruendo un universo parallelo, un teatro rock dove virtuosismo, eclettismo e spettacolo convivevano senza mai ostacolarsi.
La loro presenza per tutta l’esibizione è stata magnetica, totalizzante.
Il Pistoia Blues Festival continua a essere un luogo dove la musica non si limita a suonare, ma accade. Dove la tradizione incontra la sperimentazione, dove il territorio dialoga con il mondo, dove una notte può diventare un racconto.










