giovedì, Settembre 10, 2026

Daria Victorini, gli scatti del cuore di una fotografa

di Alberto Vivarelli

PISTOIA – Lasciò la Polonia a 17 anni seguendo la madre che si era da poco divorziata. Ma non lasciò solo il suo paese, abbandonò un pezzo grande del suo cuore e della sua storia per andare verso l’ignoto: l’Italia dove, nel tempo, è riuscita a cucire la sua storia nella nuova terra e a riannodare alcuni fili rossi che si erano strappati.

Daria Victorini

Daria Victorini è una fotografa professionista, vive a Badi, il piccolo paese che si affaccia sul lago di Suviana, e da alcuni anni lavora per l’Ente di Gestione per i parchi e la biodiversità dell’Emilia orientale (http://enteparchi.bo.it/notizie/il-diario-dei-parchi/) per il quale ha prodotto un archivio fotografico di assoluta bellezza.

Le sue foto sono un racconto, non hanno bisogno di didascalia, in quelle immagini si leggono, in particolare, le emozione di Daria, foto forti si alternano a dolcissimi campi larghi, c’è la rudezza della natura e il racconto dell’acqua che trascina i pensieri e le emozioni. Un bagaglio di cultura e sentimenti che viene da lontano, un bagaglio messo insieme pezzo per pezzo, fin da piccola.

Daria è nata in Polonia, nella regione di Bieszczady, all’interno del parco nazionale. Viveva in una casa isolata dal mondo, nel cuore del bosco, senza elettricità, senza televisione; il borgo più vicino si poteva raggiungere solo a cavallo, a piedi o in barca attraversando il lago.

“Spesso – racconta Daria – andavo in esplorazione nella foresta a cavallo o con i miei cani che utilizzavo come cani da slitta. D’inverno seguivo le orme dei lupi per cercare ciò che rimaneva delle loro prede. A volte mi imbattevo in grandi cervi che avevano ancora molta carne da poter mangiare. Nella regione le temperature arrivavano anche a meno 20° e la carne di manteneva benissimo”.

Il parco di Bieszczady, in Polonia

I corvi imperiali erano le sue “sentinelle”, come vedeva i corvi volteggiare nel cielo raggiungeva l’animale ucciso dai lupi e staccava qualche pezzo di carne da portare a casa.

“Tornavo a casa molto orgogliosa – confessa -. Però sono cresciuta a pane e cipolla perché smisi di mangiare carne intorno ai sette anni”.

Daria era attirata dalla foresta, il suo cuore era lì e ogni volta che poteva passava il proprio tempo nel bosco a osservare gli animali. Un amore per la natura che si declinava anche nella cura per gli animali. Il bracconaggio in quella zona era una pratica molto diffusa, la miseria, le condizioni di vita e climatiche non offrivano molte alternative; il regime comunista spesso non garantiva nemmeno l’indispensabile, soprattutto nelle campagne, lontano dai centri urbani. Così iniziò a prendersi cura dei piccoli cervi rimasti orfani. Ma amava tutti gli animali, a tal punto da decidere di eliminare la carne dalla propria alimentazione.

Daria da piccola, in Polonia, con un cerbiatto

“Avevo un amico, un maiale incrociato con un cinghiale – ricorda -, e poi mucche, pecore e cavalli. Dedicavo molto del mio tempo a loro che consideravo compagni di giochi e non cibo”.

E cominciava a nascere l’amore per le immagini, restava colpita da piccoli particolari.

“Ho ancora un ricordo nitido di un gruppo di corvi neri appoggiati sul palco di un grande cervo che era stato ucciso dai lupi – dice Daria -, rimasi colpita dai forti contrasti: il nero degli uccelli, il bianco della neve e il rosso del sangue. Ma ho ricordi anche meno cruenti, come la volpe rossa che cacciava topi oppure un lupo bagnato dalla pioggia nella nebbia”.

Ricordi che già di per sé sembrano scatti fotografici.

La passione per la fotografia iniziò prestissimo, a otto-nove anni grazie al regalo di uno zio: una macchina fotografica di fabbricazione sovietica, la Zenith, un apparecchio che negli anni 70 avviò alla fotografia anche centinaia di migliaia di giovani e meno giovani italiani.

Un branco di lupi nel parco del Corno alle Scale (foto Daria Victorini)

“Già allora fotografavo la natura – spiega -, perché era tutta intorno a me, ma le prime foto furono disastrose, la prima pellicola, una volta sviluppata, era tutta blu, forse perché era vecchia o per il freddo. Ammetto che le mie foto non erano particolarmente belle però cercavo situazioni interessanti, non banali: animali, cavalli nella neve, paesaggi”.

Daria fu costretta a lasciare la sua casa e le sue foresta, i suoi animali. Iniziava il percorso scolastico e viveva troppo lontana e isolata per raggiungere la scuola, così si trasferì, ospite di una famiglia di insegnanti con i quali completerà i primi otto anni di studi.

“Fu una una tragedia – confessa -, perché mi mancavano i ‘miei’ luoghi dove avevo vissuto dentro la natura. Nel paese dove frequentavo l’istituto scolastico c’erano tutti quei servizi che a casa mi erano stati negati: la corrente elettrica e addirittura un telefono, ma non ero felice. Pensavo sempre alla vacanze estive che mi avrebbero riportato a casa, alle mie foreste, ai miei animali. Trovavo conforto nei libri, ne leggevo tantissimi, tutti d’avventura e sognavo di raggiungere luoghi lontani, i luoghi che trovavo nei libri”.

A 17 anni arrivò il distacco, per certi versi traumatico. La separazione dei genitori, anche a causa della dipendenza del padre dall’alcol, fu la causa principale; Daria seguì la madre, poetessa e scrittrice, che si trasferì sull’Appennino bolognese.

“Non ho visto mio padre per dieci anni – racconta Daria – con lui i rapporti erano difficili anche in Polonia. Per molto tempo ho creduto di odiarlo e odiando lui ho cominciato a odiare le foreste che mi avevano visto nascere e in cui ero cresciuta perché tutto ricordava mio padre. Però non avevo dimenticato la mia casa nel bosco che ricordavo con grande nostalgia”.

Il passare del tempo sana le ferite e Daria decide che è il momento di chiudere una partita e iniziarne una nuova.

“Mi trovavo in Italia da una decina d’anni – racconta –, quando sentii il bisogno di fare pace con il passato per dare risposta alle mie inquietudini. In pieno inverno affrontai un viaggio di 1500 km per tornare a casa mia; mi accompagnò un’amica. Arrivai dopo un viaggio infinito, di 24 ore. Vidi mio padre, mi aspettava al margine del bosco, nel punto dove finiva la strada asfaltata e iniziava quella sterrata che porta a casa sua. Mi colpì il sorriso di chi ha vinto la dura battaglia contro i propri demoni. Era riuscito a smettere di bere, nonostante tutti pensassero fosse ormai impossibile. Un incontro che cambò la mia vita, quel giorno ebbi la consapevolezza che è possibile risorgere dalle proprie ceneri”.

Il primo filo che si riannoda.

Ogni anno Daria va in Polonia per incontrare il padre.

“Naturalmente parliamo di animali – svela la fotografa – ore e ore sui lupi e gli orsi che vivono nella sua tenuta, ma anche di ciò che sta accadendo nelle foreste della Polonia dove la massiccia esportazione del legname sta distruggendo l’intero territorio del Paese”.

In Italia conseguì il diploma e iniziò, come molti altri, a fare lavoretti per mantenersi ma la fotografia era nella sua anima, quella era la sua strada, quello il suo destino. Cominciò a lavorare nel mondo della moda e per due anni, oltre a studiare, creava book fotografici per le modelle. Ma la moda è Milano, lì tutto nasce. Ma la metropoli lombarda non era per lei.

“Non avevo abbastanza passione – spiega Daria -, per fare una cosa davvero bene devi amarla ma io la moda non l’amavo molto. Ho lavorato in quel settore perché fu l’unica porta aperta sul mondo della fotografia ma non me la sono sentita di trasferirmi a Milano. Rimasi a Bologna lavorando con le aziende di abbigliamento che mi commissionavano i loro cataloghi, però la maggior parte del lavoro lo facevo con le aspiranti modelle. Erano loro a pagarmi”.

Poi la svolta e il secondo filo che si riannoda.

Daria al lavoro

Fotografava la moda ma sognava ancora le bellezze della natura, i misteri e il fascino della biodiversità. Fu il parco del Corno alle Scale a decidere la seconda svolta della sua vita, quella che disegnò con contorni netti il suo futuro. Cercava luoghi per fotografare qualcosa di diverso e ritrovò una parte della sua infanzia.

Un lupetto “catturato” dalla macchina fotografica di Daria sul Monte Sole

“Mentre camminavo, con qualche difficoltà a causa delle scarpe non adatte a quei percorsi – ricorda Daria – ho sentito un verso familiare, un corvo che gracchiava poco lontano. Ho guardato le cime degli alberi e dai colori ho capito che entravamo nell’autunno: la vita in città mi aveva tolto anche la capacità di distinguere le stagioni. Ho seguito quel suono fino a un dirupo. Mi sono affacciata e ho visto due lupetti che giocavano con ciò che rimaneva di un animale. Il corvo, in cielo, era in attesa del momento buono per scendere sulla preda. Tornata in città avevo ancora negli occhi quella scena”.

Daria doveva tornare su quei monti, era un pensiero che non le usciva dalla mente, una necessità che veniva da lontano, un bisogno quasi ancestrale. Sempre più spesso la fotografa lasciava la città per rifugiarsi nei boschi.

“Vivevo a Bologna da anni – dice -, avevo molti amici e conoscenti, tuttavia mi ‘sentivo’ straniera. L’unico posto in cui ritrovavo me stessa era la faggeta dove avevo incontrato i lupetti e visto il corvo imperiale. Ogni volta che tornavo lassù, stavo bene”.

Col Corno alle Scale fu amore a prima vista.

“Una volta che abbiate conosciuto il volo – scrisse Leonardo da Vinci – camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare”. E Daria era in quei luoghi di montagna che avrebbe voluto tornare ogni giorno. In quelle foreste tornò più volte quasi rispondendo a un richiamo che veniva da lontano, tornò con l’animo della bimba e lo stupore infantile della scoperta.

La decisione era presa, avrebbe raccontato la natura con immagini. Il primo acquisto fu una fototrappola per “spiare” gli animali che sistemò nel bosco, nella faggeta dei lupi.

“Dalle immagini ho capito che i giovani lupi erano quattro e osservandoli ho imparato a distinguerli – dice -. Le immagini non mi bastavano, volevo avere sempre più informazioni sul lupo appenninico e ho contattato esperti. Con il tempo mi sono creata una vita parallela a quella che vivevo a Bologna fatta di fotografie di moda e aperitivi. Sono scappata dagli studi di posa, da un mondo del quale non facevo più parte per aggirarmi tra i boschi e il cielo. Non ebbi dubbi, è qui che dovevo stare è questa la dimensione a cui appartengo. Magari sarà solo una fase della mia vita, magari sarà per sempre, ma ora voglio raccontare quanto sia ricco, meraviglioso, complesso e fragile quello che è rimasto della natura”.

Una mattina la informarono che un lupetto era stato investito e ucciso nell’area del parco del Corno alle Scale, si trattava di uno dei cuccioli del branco che aveva conosciuto. Una morte dolorosa per Daria, una morte che le fece capire che il suo interesse per quel mondo era molto di più della semplice curiosità: amava queste montagne, la città la sentiva lontana.

La centrale del Brasimone (foto di Daria Victorini)

Un amore che l’ha portata a dedicare tutta se stessa alla fotografia naturalistica fino a diventare fotografa dell’Ente di gestione per i parchi e la biodiversità dell’ Emilia Orientale.

“Devo documentare – spiega – e far conoscere la flora e la fauna della macroarea Emilia Orientale. È un compito molto delicato e ne sono orgogliosa. Questo incarico mi ha permesso di conoscere un po’ alla volta la natura dell’Emilia-Romagna, del Bolognese in particolare che in questo momento è il mio orizzonte di vita. In questi anni sono stata in Medioriente ma il mio pensiero era sempre rivolto a Badi”.

Una scelta per amore, ma difficile quando una passione diventa professione, soprattutto con l’avvento del digitale che ha trasformato tutti in fotografi.

“Molti lavori – spiega – li ho persi perché c’era qualche fotografo che faceva altri lavori e che si offriva di fotografare gratuitamente eventi degli amici e conoscenti. Personalmente non conosco professionisti che con la fotografia naturalistica riescono a ricavare uno stipendio per vivere perché i costi delle attrezzature sono alti, poi ci sono le spese della burocrazia. Avere tante persone che fotografano la natura è un bene perché si avvicinano alla conoscenza delle aree protette, ma alcuni di questi fotografi spesso provocano seri danni alla natura: accampamenti vicini ai luoghi di nidificazione, pulcini non ancora in grado di volare, morti e così via. Anche per le tane assistiamo a cose del genere, cucciolate di lupi sterminate dai cani randagi per colpa dei fotografi. Alcuni di loro avevano sistemato una carcassa di animale vicino a una tana di lupi, poi si sono appostati per poter fotografare gli animali che escivano dal loro riparo non sapendo che i lupi adulti mai sarebbero usciti dalla tana perché avvertivano la presenza dell’uomo. Quella carcassa aveva attirato, invece, i cani randagi e quando sono arrivati nei pressi della tana hanno ucciso tutti i cuccioli. Ma ci sono anche altri episodi documentati, come i tritoni tirati fuori dall’acqua per fare uno scatto fotografico, fiori strappati; nel corso di indagini, sono stati trovati anche insetti e serpenti congelati in frigorifero”.

Quello di Daria è un amore assoluto per la natura, che si trasferisce anche alla musica e ai libri.

“Amo Francesco Guccini – dice – le sue canzoni e i suoi libri parlano dei luoghi dell’Appennino a cavallo tra Pistoia e Bologna. Vivendo sul lago di Suviana per me è come un vicino di casa. Ma ho amato molto anche i libri di Tiziano Terzani, soprattutto quelli nei quali si possono trovare riferimenti all’Appennino pistoiese, alla sua Orsigna. Ho paura di essere monotematica ma cerco scrittori che parlano di queste zone”.

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