di Ilaria Lumini
AGLIANA – Daniele Maiorino, oltre ad abitare nella villetta trifamiliare di via Ponte dei Baldi, alla Ferruccia, dove si è consumato l’omicidio e “quindi fisicamente vicino al punto dove è stata consumata la brutale aggressione di Cini, quella notte ben poteva uscire dall’abitazione senza essere notato o sentito da alcun componente della sua famiglia”.
E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna di Daniele Maiorino a 24 anni per l’omicidio di suo cognato Alessio Cini, aggredito poco prima delle 6 della mattina dell’8 gennaio 2024 nel piazzale di casa, colpito alla testa e al torace con un oggetto contundente e poi preso a calci e dato alle fiamme con della benzina quando era ancora vivo ma privo di coscienza.

Inoltre, “la posizione della sala di casa Maiorino, affacciata sulla corte condominiale, consentiva di notare i movimenti in entrata e in uscita degli altri abitanti del complesso: da quel punto Maiorino era in grado di vedere la partenza (ore 5,41) e il ritorno (ore 5.50) di Alessio Cini per l’acquisto della benzina e l’allontanamento del vicino di casa per recarsi al lavoro (ore 5.52)”.
Per i giudici della Corte d’Assiste di Firenze quindi l’unica persona che poteva commettere l’omicidio di Cini è il cognato Daniele Maiorino “che dal punto in cui si trovava poteva conoscere i movimenti degli altri residenti e che poteva uscire dalla propria abitazione ed accedere rapidamente ed in modo silenzioso alla corte condominiale senza essere notato da nessuno, neppure dai priopri familiari”.
Nelle motivazioni della sentenza, poi, i giudici spiegano come, dalle intercettazioni ambientali dei carabinieri “emerge in modo chiaro e nitido come, dalle primissime ore dopo l’omicidio, l’imputato cercasse di spostare l’attenzione dei conoscenti e degli investigatori lontana da sè”.
Oltre cento pagine dove i giudici della Corte esaminano e spiegano la sentenza di condanna di Daniele Maiorino per omicidio volontario. Una sentenza dove è stata tolta l’aggravante della crudeltà (come aveva chiesto invece, con l’ergastolo, il pubbico ministero De Gaudio durante la sua requisitoria).
Per i giudici: “l’azione aggressiva certamente cruenta, ma limitata alla causazione della morte della persona offesa e dunque non finalizzata a cagionare alla stessa sofferenze aggiuntive rispetto a quelle necessarie ad ottenerne il decesso”.







