SERRAVALLE PISTOIESE – Filippo Basetti, autore e ideatore di “Visioni”, il ciclo di esposizioni allestite all’ex Oratorio della Vergine Assunta di Serravalle Pistoiese, questa volta è anche l’autore delle opere in mostra.
Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto alcune domande.
Siamo alla seconda puntata di questo ciclo di esposizioni, questa volta il protagonista/autore sei tu
Sì, stavolta è colpa mia…! Continuiamo queste ciclo di disposizioni che ha visto nel primo “episodio” Francesco Marraccini. Io qui ritorno con piacere, nel primo ciclo presentavo delle opere chiamate COVID City. Oggi continuo questo lavoro sulle città presentando questi nuovi lavori raccolti sotto il titolo WarCity.

Che tipo di opere sono?
Si tratta di lavori misti, una tecnica mista che è praticamente legno carbonizzato. Sono visioni di città dopo un conflitto che può essere non dico mondiale, ma sicuramente armato e quindi ci sono queste piccole sculture. Poi ci sono una serie di disegni a carboncino e sanguigna volutamente realizzati appunto col carbone e con il sangue, con la sanguigna, per rendere un po’ l’idea della guerra.
C’è un richiamo evidente alla situazione mondiale, quella che stiamo vivendo.
Sicuramente sì, essendo un artista la mia opinione la volevo esprimere, non so quanto possa influire questo, però almeno sia per morale che per coscienza, qualcosa ho detto.
Hai voluto riferirti a qualche conflitto in particolare?
No, sono città ideali tanto la guerra è brutta da tutte le parti e ha le solite destinazioni e fondamentalmente i soliti fini.

Quante sono le opere in totale?
Sono sei grandi quadri in carboncino e sanguigna e sei piccole sculture, poi forse ci saranno anche sei piccoli disegni.
Forse?
Forse perché non ho ancora deciso se portarli o meno.
Ti aspetti reazioni da parte di chi verrà a vedere questa mostra?
Spero più che altro in una riflessione. Con le mie opere cerco sempre di far portare a casa a chi le osserva una riflessione. Per me sono importanti a livello sociale le tematiche, che sono sempre quelle, l’uomo, la città. Credo siano anche un po’ universali e spero che possano piacere esteticamente e almeno lasciare qualcosa a livello interiore.

Nella tua storia di fotografo ti è mai capitato di fare il reporter di guerra?
No, non mi è mai capitato, fortunatamente o sfortunatamente, secondo i casi. Non è un genere che mi ha mai troppo appassionato. Vederlo sì, ma farlo no. Mi ritengo più un ragionatore, lì c’è più azione ma non è uno stile fotografico che farei volentieri.










