PRATO – Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci è lieto di comunicare che fino all’8 gennaio 2023 potremo visitare la mostra “Hagoromo”, che si compone di una serie di opere che appartengono a momenti diversi del percorso creativo di Massimo Bartolini, aprendo così un nuovo capitolo “del ciclo di monografie” che il Centro organizza annualmente per presentare al pubblico l’opera di artisti e artiste italiane.

Massimo Bartolini è nato a Cecina (1962), dove vive e lavora. È docente di arti visive presso UNIBZ Bolzano, NABA (Nuova Accedemia di Belle Arti, Milano) e Accademia di Belle Arti di Bologna.
In seguito anche alle esperienze nel mondo del teatro, i primi interventi di Bartolini sono performance eseguite con musica dal vivo, macchine teatrali e danzatori, con un atteggiamento di estrema apertura del tutto trasversale ai medium che utilizza e reinventa in modi non ortodossi attraverso una varietà di linguaggi e materiali che adotta nelle opere performative, coinvolgendo così dagli attori temporanei al pubblico presente e allo stesso spazio architettonico.
Massimo Bartolini è uno degli artisti italiani più conosciuti internazionalmente e dal 1993 ha esposto in numerose mostre, personali e collettive, in Italia e all’estero: dalle Biennali di Venezia a quella di Valencia (2001), dalla Biennale di San Paolo a quella di Pontevedera e ancora quella di Shangai.
Non possiamo dimenticare Documenta 13 (Kassel, 2012), Kathmandu Triennale del 2017 (Nepal) e dopo Pune Biennale, (India, 2017), Yinchuam Biennal (Cina, 2018) e Bangkok Biennal (2020).

Ricordiamo che la mostra Hagoromo, curata da Luca Cerizza con Elena Magini e realizzata in partnership con Intesa Sanpaolo, presenta anche una nuova installazione – la più grande mai realizzata dall’artista – appositamente concepita per gli spazi del Centro Pecci, che ci guida, come il “filo di Arianna”, lungo i locali espositivi alla scoperta di opere, eludendo così il carattere retrospettivo, l’organizzazione cronologica e tematica.
Infatti “la mostra funziona come un itinerario fatto di incontri sorprendenti e rivelatori”, come sottolineano i curatori Cerizza e Magini.
Il titolo Hagoromo, perché ricorda una nota pièce del teatro Noh giapponese, che racconta la storia di un pescatore che un giorno trova l’hagoromo, il manto di piume della tennin, spirito celeste femminile di “sovrannaturale” bellezza, e alla richiesta di riaverlo per poter tornare in cielo, il pescatore risponde che lo avrebbe consegnato solo dopo averla vista ballare…
È anche il titolo della “prima opera matura”, ci dice l’artista Bartolini, che nel 1989 presentò all’interno del suo vecchio studio, su un palco illuminato, dove un musicista improvvisava una musica per sassofono e una danzatrice reagiva alla musica, muovendosi dentro un parallelepipedo su ruote, una minuscola unità abitativa.
In questa performance erano già anticipati alcuni dei temi e dei caratteri che hanno accompagnato la sua ricerca fino a oggi.
Infatti in Hagoromo di oggi 2022 la dimensione narrativa, il rapporto con la questione architettonica e spaziale e la relazione con il linguaggio del suono è stata “concepita” dall’artista proprio per sette stanze del nucleo originale del Centro Pecci, trasformandole con una nuova struttura-parete-trasparente di tubi Innocenti che le attraversano in uno strumento musicale, una nuova installazione sonora In là, la più ampia mai realizzata da Bartolini.

Il musicista inglese Gavin Bryars – uno degli esponenti più importanti della musica di ricerca emersa tra gli anni Sessanta e Settanta – ha chiamato questo “percorso” sonoro “impalcatura-organo”, perché l’installazione-opera è composta da una serie di canne d’organo, che hanno un’estensione di tre ottave: dal Do più basso al Si naturale.
L’ottava inferiore è costituita da canne di legno (chiuse), quella centrale da canne di metallo (chiuse) e quella superiore da canne di metallo aperte.
Bryars ha composto una partitura polifonica (In là) in cui ogni melodia corrisponde a una stanza diversa, nella prima i suoni potrebbero essere di flauti, nella seconda di fagotti… nella settima potrebbero essere dei violoncelli… “ci troviamo di fronte a una situazione insolita, in cui la partitura si discosta dalla prassi ed è più simile ad un grafico”, come ci ricorda Gavin Bryars.
Mentre seguiamo l’“impalcatura-organo”, accompagnati dai suoni di In là, incontriamo un numero ristretto di lavori di Bartolini che coprono i trent’anni e più della sua produzione e spaziano tra la diversità di linguaggi e materiali che è tipica del lavoro dell’artista… da un video in cui una danzatrice balla appesa a un ramo ad una serie di superfici cangianti coperte di rugiada artificiale, da una panca circolare da cui vediamo un’onda che sale e scende a un meccanismo che fa cadere monete dal soffitto.
Sono questi alcuni degli incontri, spesso sorprendenti e stranianti, in cui possiamo imbatterci in questo percorso non lineare per una nostra scelta (casuale), perché possiamo iniziare il “viaggio” dalla stanza uno per giungere alla decima, o viceversa, dalla decima alla uno.

Nella mostra Massimo Bartolini – “Hagoromo”, viene presentato anche NERO, un volume di oltre 400 pagine che ha visto le stampe grazie al sostegno dell’Italian Council, il programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.









