di Susanna Daniele
LUCCA – Come in passate stagioni, il Teatro del Giglio “Giacomo Puccini” di Lucca mette in cartellone un’opera barocca.
Quest’anno è stata scelta il Giulio Cesare di Georg Friedrich Haendel, in scena venerdì 21 febbraio e domenica 23 febbraio per la Stagione Lirica 2024-2025.
Il Giulio Cesare è una delle opere più eseguite del repertorio di Haendel. Scritta e rappresentata nel 1724 su libretto in italiano di Nicola Francesco Haym, poi tradotto per il pubblico londinese che amava molto l’opera italiana, ebbe subito un grandissimo successo. Hayme fu anche direttore di scena, oggi si direbbe regista, di quella prima rappresentazione.

Seguendo l’impronta di Metastasio, il Giulio Cesare di Haendel è un susseguirsi di recitativi e di arie: nei primi viene portata avanti l’azione scenica, nelle arie l’azione si ferma e vengono espressi i sentimenti dei personaggi attraverso la vocalità che unisce parole e musica.
L’opera è altamente drammatica e le dinamiche drammaturgiche si scatenano dopo l’uccisione di Pompeo da parte di Tolomeo, fratello di Cleopatra per compiacere il nuovo dominatore, Giulio Cesare.
I temi principali dell’opera sono l’amore nelle sue varie forme, la sete di vendetta, la lotta per il potere. L’opera ha un lieto fine, come di consueto nel repertorio dell’epoca barocca. L’eroe innamorato, Giulio Cesare, diventa il simbolo esemplare della giustizia e della magnanimità del principe e, nell’idea di Haendel, serve a glorificare l’ascesa al trono d’Inghilterra di Giorgio I di Hannover.
Dopo un lungo periodo di oblio, viene riscoperta a cominciare dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Da allora in poi ha goduto di un sempre maggiore interesse da parte dei teatri dell’opera e delle case discografiche. Nelle rappresentazioni settecentesche, le parti di Giulio Cesare, Tolomeo, Sesto e Nireno venivano cantate da castrati o da voci femminili “en travesti”, cioè in abiti maschili.
Nella rappresentazione del Teatro del Giglio, fanno sfoggio le voci di interpreti specializzati in questo specifico repertorio, fra cui quattro controtenori che cantano in falsetto, in un melange fra registro di testa e di petto. Il ruolo di Giulio Cesare è affidato al controtenore Raffaele Pe, mentre Cleopatra è Marie Lys.
Delphine Galou veste i panni di Cornelia, vedova di Pompeo, mentre Tolomeo, fratello e rivale di Cleopatra per il trono d’Egitto, è Filippo Mineccia. Completano il cast Davide Giangregorio come Achilla, Federico Fiorio come Sesto, Andrea Gavagnin come Nireno e Clemente Antonio Daliotti come Curio.
Ottime tutte le voci e l’azione drammaturgica dei cantanti. La regia, firmata da Chiara Muti, mette in scena una gigantesca maschera color oro smembrabile le cui parti possono creare la suggestione di spazi aperti o interni di palazzi. I personaggi sono facilmente individuati dal colore dei costumi: un nero austero per i romani, un bianco sensuale per gli egizi. I costumi cambiano nel succedersi degli Atti per connotare le varie situazioni in cui si trovano i personaggi.
Durante l’intero spettacolo ai cantanti sono affiancati undici mimi-attori che hanno il compito di contestualizzare il succedersi delle azioni sceniche, arricchendo lo spettacolo. Evidenti i rimandi della regista a commedie e drammi shakespeariani.
Lo spettacolo è una coproduzione con Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Municipale di Piacenza, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro del Giglio di Lucca, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Il maestro Ottavio Dantone dirige al clavicembalo l’Accademia Bizantina che suona strumenti originali.
La scenografia è di Alessandro Camera mentre Tommaso Lagattolla cura i costumi e Vincent Longuemare le luci.
Il pubblico del Teatro del Giglio ha dimostrato di apprezzare molto lo spettacolo. Ne abbiamo inoltre approfittato per rivolgere alcune domande a Cataldo Russo, direttore artistico del teatro lucchese.
Da qualche anno il teatro del Giglio mette in cartellone opere barocche. Qual è il motivo di una scelta poco consueta?
Riproporre queste opere significa recuperare un repertorio spesso trascurato ma cruciale per comprendere l’evoluzione della musica occidentale. È una strategia audace che ha l’obiettivo di coniugare tradizione e innovazione, valorizzando la straordinaria storia musicale della nostra città e del nostro teatro. Un teatro che quest’anno compie 350 anni, luogo perfetto per ospitare questo repertorio per una serie di fattori storici, architettonici, acustici e culturali e che, grazie alla sua intimità, restituisce quel perfetto equilibrio tra musica e pubblico.
Come ha risposto il pubblico alla proposta di questo tipo di musica?
È stato un successo travolgente, un momento di vera cultura che ha avuto il suo preludio la settimana precedente con l’affollato incontro di presentazione a cura di Alessandro Mormile, fondamentale per fornire al pubblico gli strumenti per decodificare l’opera. Ma il merito va assolutamente al grandissimo livello della produzione; dagli straordinari interpreti, alla coinvolgente regia di Chiara Muti, all’impeccabile direzione di Ottavio Dantone. L’entusiasmo della prima recita ha alimentato l’attesa per la seconda recita, innescando un circolo virtuoso di partecipazione. Molti che hanno assistito all’opera di venerdì sono tornati la domenica.
Per la prossima stagione pensa di riproporre opere del repertorio classico barocco?
Per il prossimo triennio i progetti del Teatro sono ambiziosi. Il repertorio barocco fa parte di questa progettualità naturalmente. Il punto di partenza sarà quello di individuare produzioni di altissima qualità.










