FIRENZE – Un’esposizione dedicata alle opere rovinate, mutile e modificate e al potere che il frammento ha assunto nella storia dell’arte, tra tentativi di ripristino, riletture e nuove interpretazioni.
Fino al prossimo 24 gennaio il piano nobile di Palazzo Strozzi ospita la mostra “Broken: il potere del frammento”, un affascinante viaggio tra luoghi ed epoche diverse alla scoperta di opere d’arte che nel corso del tempo sono diventate – o, in alcuni casi, sono proprio nate – “rotte”, perdendo un “pezzo” di loro stesse oppure sopravvivendo solo attraverso frammenti sparsi.

Dalle antiche civiltà del mondo egizio, etrusco e greco-romano alle culture premoderne di ambito extraeuropeo, da alcuni grandi maestri della storia dell’arte alle sculture di artisti contemporanei, il frammento diventa esso stesso un’opera d’arte capace di raccontare una storia fatta di mutamenti avvenuti nel corso dei secoli e dei millenni: danneggiamenti dovuti allo scorrere del tempo, al deterioramento dei materiali o a calamità naturali come terremoti e inondazioni, oppure distruzioni e spoliazioni a seguito di guerre, rapine e trasferimenti, atti vandalici o tendenze iconoclaste antiche e moderne, o anche infine scelte consapevoli compiute dall’artista che le ha create.
Con oltre ottanta opere e reperti provenienti dai più importanti musei del mondo, tra cui il Metropolitan Museum di New York, il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra e il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, la mostra indaga il frammento da un nuovo punto di vista: non come semplice resto di un’unità perduta, ma come oggetto autonomo, capace di custodire tracce di memoria e trasformazione. Esso ci invita quindi non soltanto a un lavoro mentale di “ricostruzione” dell’originale spesso perduto, ma ci stimola anche a sviluppare un nuovo approccio nei confronti di quello che in apparenza sembra soltanto un “pezzo rotto” ma che in realtà può diventare strumento di conoscenza e immaginazione, una presenza viva che continua a interrogare il nostro presente.
La mostra si apre riunendo e anticipando alcuni temi del percorso con una particolare attenzione ai volti di epoche e culture diverse, la cui condizione di frammentarietà può essere ricondotta a numerose cause, sia naturali che umane, come erosioni, distruzioni, saccheggi, scavi e riusi. Separati dai corpi e dai complessi a cui un tempo appartenevano, questi volti acquistano nuovi significati e maggiore intensità: la frammentarietà concentra lo sguardo sui tratti, sulle espressioni e sulle tracce della storia, come nel Monumento funebre a Margherita di Brabante, capolavoro della scultura gotica di Giovanni Pisano, che ci accoglie all’ingresso del percorso espositivo.
Segue una carrellata di “teste” scolpite, realizzate in periodi e in materiali diversi, che ci fanno compiere un autentico giro del mondo, dal Vietnam all’Egitto passando per l’Etruria e il Ghana, a dimostrazione del carattere “universale” del frammento e della sua manifestazione presso tutte le civiltà umane, antiche e moderne.

Dai volti passiamo ai corpi: la seconda sala accoglie busti e torsi che rivelano come l’integrità sia una condizione estremamente arbitraria e transitoria, mentre la frammentarietà sia più persistente. Le mutilazioni che lo scorrere del tempo o l’azione umana hanno causato a queste sculture non devono essere però viste come una irrimediabile mancanza, ma anzi come un elemento che dona un fascino inaspettato al frammento e in molti casi intensifica i gesti e le azioni della figura.
Dagli antichi guerrieri sardi della civiltà nuragica ai torsi in bronzo dell’arte greca e ai marmi romani, queste sculture mutile sembrano parlarci e raccontarci le loro storie: tra i pezzi esposti merita una menzione la “Venere accovacciata”, marmo romano dell’età imperiale che nella posa e nella sensualità ricalca i modelli ellenistici e con la sua grazia evoca una scena di bagno legata all’acqua, al tempo libero, al riposo e ai piaceri del corpo.
La terza sala è dedicata alle iconoclastie, distruzioni provocate da mutamenti o rivolgimenti politici che si riflettono soprattutto in quell’arte legata al potere e all’autorità, come la scultura celebrativa e i monumenti equestri. Opere che in origine erano installate e innalzate in uno spazio pubblico per celebrare il potere in carica, vengono poi modificate o abbattute per negarlo: sono molti gli esempi, riconducibili a epoche e contesti diversi, in cui nemici politici, popoli in rivoluzione o nuove correnti religiose intendono cancellare, occultare o anche riutilizzare in altra forma e con altro significato un’arte preesistente a carattere politico.
Guerre, mercato dell’arte e razzie alla ricerca di oggetti preziosi hanno trasformato opere in frammenti, alterando la loro forma, funzione e provenienza. Bombardamenti, incendi e saccheggi in tempo di guerra hanno causato gravi danni al patrimonio culturale, come per esempio è avvenuto in Europa durante gli ultimi due conflitti mondiali. In altre parti del mondo è stato invece il colonialismo a rendersi responsabile della modificazione delle opere, che molto spesso sono state sottratte ai loro contesti originari e trasformate in “prede” da esibire come trofei, oppure sono state destinate al mercato dell’arte o danneggiate irrimediabilmente per impossessarsi dei tesori che esse custodivano.
Questa sezione della mostra, dedicata proprio al rapporto fra arte, guerra e colonialismo, induce il visitatore a riflettere sul dibattito attuale relativo alle restituzioni, dal momento che riportare un’opera nel luogo di origine significa riconoscere la frattura prodotta dalle violenze del passato, ricostruire relazioni con le comunità d’origine, interrogarsi sul ruolo dei musei nel conservare interpretare il patrimonio culturale.

La sesta sala è dedicata al problema della “ricostruzione” di una scultura antica, secondo una pratica piuttosto comune nell’Europa del Rinascimento quando inizia a diffondersi il collezionismo d’arte e si cerca di assemblare frammenti diversi di sculture antiche, integrandoli con parti moderne, per restituire all’opera un’apparente completezza. È una interessante operazione artistica e “filologica” che tuttavia si traduce nell’interpretare e talvolta nel reinventare secondo la sensibilità e il gusto del tempo un qualcosa di cui si si sono persi il contesto e l’identità originali.
Il frammento può essere quindi riletto, reinterpretato, scolpito e anche nella sua incompletezza resta un’opera d’arte dotata di una propria autonomia, talvolta con esiti straordinari: ne era già consapevole Michelangelo, grande ammiratore dei busti e dei torsi marmorei dell’età romana, che egli prese a modello per dare vita a una nuova tensione nella figura umana, ben visibile nel suo “non finito” dove l’incompletezza è essenziale. Oltre tre secoli dopo August Rodin fece della forza della figura frammentaria un principio della sua scultura, ispirandosi all’energia michelangiolesca e vedendo nelle varie parti anatomiche un repertorio da isolare e ricombinare.
Molti artisti contemporanei hanno adottato il frammento come caratteristica peculiare o ricorrente della loro produzione artistica: esso non è più un “pezzo” da ricondurre all’originale, ma una “traccia” su cui ricostruire una nuova opera d’arte, spesso legata ai temi della denuncia sociale e della condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo.

Molto interessante in questo senso la rilettura operata dall’artista tedesco Julius von Bismarck, la cui installazione domina la penultima sala: ricollegandosi al monumento equestre che celebra Otto von Bismarck, suo lontano parente e primo cancelliere della Germania unita, l’artista dà vita a una struttura instabile e meccanica in cui la figura collassa in sezioni e poi si ricompone lentamente. L’intero meccanismo rende visibile la fragilità di ogni immagine celebrativa e anche la storia nazionale costruita attraverso i monumenti può essere “smontata” e rimessa continuamente in discussione.
Chiude la mostra l’installazione “Incarnator” dell’artista statunitense Paul Pfeiffer, composta da una serie di 18 elementi scultorei che raffigurano varie parti del corpo e dettagli anatomici – come i suoi numerosi tatuaggi – di Justin Bieber, icona globale dell’era digitale: richiamandosi all’iconografia sacra e alle immagini legate alla Crocifissione di Cristo, l’installazione suggerisce un rapporto tra la venerazione religiosa e il culto contemporaneo delle celebrità, in cui Bieber diventa una reliquia del presente, moltiplicata e diffusa attraverso immagini consumate su scala globale.









