di Riccardo Agostini
PISTOIA – La notizia della morte di Enzo Riccomini non è stata un fulmine a ciel sereno per Claudio Nassi, perché sapeva che da tempo le sue condizioni di salute erano peggiorate. “Ma è stato un dolore immenso – spiega l’ex dirigente della Pistoiese – perché è come se fosse venuto a mancare uno di famiglia”. Un rapporto che andava oltre il calcio, quindi.

Erano entrambi piombinesi, come Agroppi, Sonetti e Vieri. Un gruppo importante che tra gli anni ’70 e ’80 ha detto la sua nel mondo del calcio che conta.
“E tra tutti quei piombinesi – spiega Nassi – Enzo era il più intelligente. Una persona eccezionale. Uomo pratico, come il suo calcio. Abile dalla panchina ed unico nella gestione dei calciatori. Lo paragonerei a Nils Liedholm per presenza e personalità. Aveva un solo difetto: se avesse imparato l’uso del congiuntivo, avrebbe potuto allenare grandi squadre. Per questo purtroppo è stato un grande allenatore, ma è sempre rimasto in provincia”.
Claudio Nassi, però, se lo portò anche a Genova, sponda Sampdoria. “Infatti, lì ebbe qualche difficoltà. Un giornalista genovese – aggiunge l’ex diesse – ci chiamava la banda dei toscani, riferendosi a me, lui e Piaceri; ma il presidente di allora, Mantovani, ci difendeva, definendoci l’orchestra dei toscani. Poi però fui costretto a dirgli che avrei dovuto cambiare la panchina perché non ero più in grado di difenderlo, anche perché il presidente Mantovani a causa di problemi personali si era dovuto trasferire all’estero. E senza un presidente nessuna società di calcio può andare avanti”.
Insomma, il rapporto tra Enzo Riccomini e Claudio Nassi era un rapporto familiare, di amicizia, ma anche franco e sincero.
“Le nostre famiglie – spiega, ancora – si conoscevano bene. Andavo spesso da loro a pranzo e ricordo che la sua mamma ci cucinava i carciofini sott’olio. Era un uomo e un amico, prima che calciatore e allenatore”.
Un rapporto che è maturato anche nella loro esperienza comune alla Pistoiese.
“Dopo la promozione ottenuta nel campionato 77/78 – aggiunge – eravamo ultimi in classifica. Allora dissi a Bolchi che lo dovevo sostituire. Chiamai Riccomini e, con una buona campagna di rafforzamento invernale, riuscimmo a salvarci. L’anno successivo Enzo voleva fare la squadra per tentare la scalata alla serie A, come aveva già fatto con la Ternana. Io, purtroppo, dovetti dirgli che per problemi finanziari avremmo dovuto arrangiarci con giocatori dei quali le altre squadre volevano sbarazzarsi. Lui capì subito ed arrivammo al quinto posto. La serie A arrivò l’anno dopo”.
Gli aneddoti che Claudio Nassi rammenta sarebbero numerosissimi, ma quello che conta di più è il loro rapporto umano.
“Come ho detto prima – sottolinea – era uno di famiglia. Conoscevo benissimo la moglie Laura, alla quale ho fatto le condoglianze, le figlie Michela e Manuela. Con Laura si erano conosciuti quando giocava a Empoli. Perché è stato anche un ottimo calciatore, anzi, un ottimo centrocampista. E ricordo con grande piacere le cene e gli incontri che facevamo negli anni scorsi a Viareggio, insieme a Piaceri, Fascetti e Moschini. Erano uno spasso, tra ricordi e battute”.
Perché, da piombinesi doc, come diceva Aldo Agroppi, lui ed Enzo, erano “gente di scoglio”.







