sabato, Maggio 23, 2026

Corpi, genere, potere: l’analisi di Rossella Ghigi sulla violenza e le sue forme

di Marta Meli

PISTOIA – “Avete mai cercato online la riproduzione della violenza sulle donne? Le immagini fornite dai motori di ricerca ritraggono quasi sempre la stessa scena: una donna rannicchiata, un cerotto sulla bocca, le mani sul volto o che, svelando il palmo, chiedono all’uomo posizionato fuori campo, già pronto a colpirla, di fermarsi”. 

È con questa rappresentazione che Rossella Ghigi, sociologa e professoressa all’Università di Bologna, ha aperto la conferenza “La violenza prima della violenza. Il nesso tra corpi, genere e potere” che si è tenuta questa mattina al Teatro Bolognini, nell’ambito del festival Dialoghi di Pistoia. 

“Immagini come queste sono incisive ma, al contempo, celano un tranello, proprio a partire dal messaggio che restituiscono e dalla narrazione iterata – ha spiegato Rossella Ghigi – perché, ancora una volta, pensiamo la donna come vittima, come soggetto passivo, privo di risorse, e, di conseguenza, siamo spinti e spinte a identificarci con chi agisce la violenza e a compatire chi la subisce”. 

La società odierna, talvolta, non sembra riuscire a distinguere il concetto di violenza da quello di conflitto, ma è bene soffermarci sul fatto che il primo riguarda un sistema di potere, che in-scrive donne e uomini in gerarchie, in ruoli predefiniti, poi naturalizzati, legittimati e, dunque, riconosciuti come “normali”.

“C’è sempre tanta violenza che precede la violenza fisica” – ha precisato la sociologa.

Rossella Ghigi (foto Dialoghi di Pistoia)

Bambine e bambini sono educate ed educati, fin dall’infanzia e dal primo spazio di socializzazione (socializzazione primaria), ossia dalla famiglia, in un modo preciso: le bambine imparano ad assolvere a una funzione che ha a che vedere con la cura, la compiacenza dell’altro. 

Una ricerca condotta su un campione di oltre 8.000 giovani donne al primo anno di università mostra un dato interessante, legato al discorso sui corpi e su quello relativo alla condiscendenza: il 66% delle studenti ha dichiarato di non raggiungere l’orgasmo, ma l’aspetto più rilevante è che non ne parlano apertamente; semplicemente fingono che non sia così. 

Questa informazione ci mostra come il corpo sia abitato da donne e uomini, o da chi è socializzato come l’una o come l’altro, in modo diverso. La violenza, passa sempre dal corpo delle donne, anche se non è agita fisicamente, perché porta il peso dell’oppressione (rispetto ai modelli a cui la donna è chiamata a conformarsi e all’impatto del giudizio sociale) e fatica (poiché si tratta di un corpo che cura e accudisce, sempre a disposizione dello sguardo dell’altro).

Il corpo degli uomini è anch’esso sottoposto allo sguardo sociale, ma – nello specifico caso – si richiamano connotazioni differenti: deve essere prestante, forte, vigoroso. Per quanto siano evidenti certe resistenze al costrutto sociale e al sistema di credenze in cui siamo immersi come collettività, “è con questa pressione che ragazzi e ragazze imparano a relazionarsi” – ha chiarito Ghigi. 

Alle bambine viene insegnato – parafrasando quanto scritto da Elena Gianini Belotti nel 1973 – a stare in relazione, a rimanere composte, a occupare poco spazio, a esercitare l’emotività e a prendersi cura. Al contrario, ai bambini viene insegnato il controllo, la prestazione, la forza – evadendo totalmente l’aspetto emotivo, in quanto considerato, proprio dal senso comune, sinonimo di debolezza, fragilità, inferiorità. Ed è a partire da qui che si rende nota l’asimmetria di potere. 

“Tra le righe del cambiamento, elementi di continuità permangono – ha detto Ghigi – e se ci pensiamo, la quota di lacrime concessa agli uomini, ad esempio, è comunque più bassa”. 

“Patriarcato”, “capitalismo”, “maschilità egemonica”, “modello culturale” sono concetti da nominare, ma – soprattutto – da conoscere nei loro significati, nelle loro interdipendenze e, in riferimento alle molteplici categorie sociali, nelle loro intersezionalità. Come comunità viviamo in una realtà complessa che per essere compresa a fondo ha bisogno di essere letta con uno sguardo “politico”, “sociologico” e “culturale” che tenga conto della stessa pluralità di elementi. 

Decostruire e mettere in discussione ciò che diamo per scontato è l’unico modo per continuare ad agire il cambiamento e la giustizia sociale. Basti pensare a quanto abbiamo ancora da apprendere dai femminismi del passato e da donne come Audre Lorde, Angela Davis, Carla Lonzi, Bell Hooks, Donna Haraway – per citarne solo alcune. 

L’idea di una cultura della cura non è sbagliata di per sé, ma lo è nel momento in cui, perlopiù, sono le donne a farsene carico. La cura dovrebbe diventare valore sociale e collettivo: non possiamo prescindere dalle relazioni, perché, in quanto animali sociali, siamo relazione. La sua forma più autentica, però, passa solo dalla reciprocità. 

Pertanto, non si tratta di cercare la liberazione dai legami (come certe narrazioni portano a credere), ma da un sistema che vuole costringerci a restare in un destino ineluttabile. “Una società giusta non è quella in cui non abbiamo bisogno degli altri, ma è quella in cui nessuno trasforma quel bisogno in potere” – ha aggiunto Ghigi. 

Come ha scritto Carol Gilligan nel libro “Con voce di donna. Etica e formazione della personalità”, è quanto mai necessario “comprendere come la dinamica dello sviluppo umano scaturisca dalla tensione tra responsabilità e diritti”, perché “significa vedere l’integrità di due modalità di esperienza parallele ma alla fine convergenti”.

Rossella Ghigi ha concluso l’incontro rispondendo ad alcune domande del pubblico presente, aprendo così un altro importante momento di co-riflessione. 

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