di Marco Cei
Le stucchevoli diatribe fra catastrofisti e negazionisti del clima purtroppo non portano a nessun risultato se non quello di arricchire gli scontri urlati nei talk-show televisivi. La politica si barcamena fra strategie di lungo periodo, che non costano molto perché tanto poi ci dovrà pensare qualcun altro, e obiettivi immediati, che ovviamente non sono mai realizzabili per i costi sociali ed economici non sostenibili.
Ma le crisi ambientali si ripetono con sempre maggiore frequenza e violenza, che siano le famigerate “bombe d’acqua” o l’attuale surriscaldamento delle città, talvolta mortale.
La città, insieme ai moltissimi vantaggi abitativi, si porta dietro alcune caratteristiche sgradite, in primis il suo funzionare da isola di calore, UHI nella cultura inglese che per prima l’ha definita.

L’isola di calore è dovuta a molti fattori, come i materiali di cui è fatta, specie cemento e asfalto che assorbono l’energia solare e la rilasciano come calore, come la disposizione degli edifici che intrappolano l’aria calda e bloccano la ventilazione naturale, come veicoli termici e impianti di condizionamento che aumentano le temperature esterne, come la carenza di vegetazione e di acqua, che limita l’evapotraspirazione, processo naturale con cui le piante rinfrescano l’aria. Questo surplus di calore si può misurare in diversi gradi centigradi che caratterizzano le varie zone della città, normalmente 5-6°, ma che può arrivare anche a 10-15°, e che si portano dietro enormi differenze di vivibilità. Chiunque di noi si rende conto delle zone urbane dove le condizioni sono più sopportabili e dove invece non si riesce letteralmente a sostare. In particolare sono le ampie superfici pavimentate o asfaltate, comunque impermeabili, che assorbono l’irraggiamento durante il giorno e rilasciano lentamente il calore, alimentando l’isola urbana di calore. Inoltre l’acqua piovana scivola via, sovraccarica le reti, facilita gli allagamenti improvvisi. Così il suolo impermeabilizzato smette di assorbire, filtrare, di respirare, perché anche l’aria del sottosuolo ha un effetto di coibentazione significativo, oltre a permettere la vita agli organismi presenti.
Al di là delle grandi strategie di diminuzione delle emissioni, che piano piano stanno entrando nelle agende di governo mondiali, è possibile agire subito e concretamente per contenere o almeno alleviare gli stress climatici che colpiscono le nostre città?
Si possono ideare e realizzare imponenti programmi di nuovi boschi urbani come per esempio quello che troviamo oggi all’interno della Nuova Biblioteca Nazionale di Parigi-Bercy (1996).

Ma contemporaneamente sarebbe possibile pensare anche a piccoli interventi, puntuali, quasi domestici, come togliere una striscia di asfalto, piantare qualche albero e arbusto, trasformare spianate e piazzette in luoghi meno ostili, rendere drenanti aree di sosta. Il tutto intervenendo sulla città esistente, per renderla più abitabile, senza dover necessariamente ricorrere ai grandi progetti.
Affinché questi interventi, grandi e piccoli che siano, non rimangano ostaggio della sola buona volontà degli individui è necessario che essi diventino “normali”, quasi obbligatori, nel quotidiano governo della città. Ogni volta che si presenta l’occasione, un nuovo parcheggio, lavori su strade o piazze, deve essere presente una volontà di migliorare le prestazioni ambientali di quel luogo e non solamente quella di svolgere una funzione fisico-meccanica. Fra gli interventi più efficaci nella mitigazione delle isole di calore, come detto, ci sono quelli di ridurre l’impermeabilizzazione del suolo, o “depaving”, per facilitare il cosiddetto “effetto spugna” delle città. Pavimentazioni, cemento in eccesso, asfalto, quando non sono indispensabili, possono fare posto ad alberi, aiuole, materiali drenanti, suolo capace di assorbire l’acqua, ombra, biodiversità, in una parola vita più vivibile.
Così, Milano ha avviato 27 cantieri, puntando su superfici drenanti, verde e gestione più intelligente delle acque meteoriche. Bologna, con il programma Bologna Verde, ha previsto interventi di rimozione di cemento e bitume su oltre 100mila metri quadrati, dal centro alle periferie. Anche Firenze, per ora timidamente e in zone periferiche, ma con obiettivi ambiziosi, ha iniziato questo programma di rivoluzionaria “liberazione del suolo”, basato su analisi e studi contenuti nel suo Piano del Verde, denominato Iris in onore del suo fiore (che non è un giglio).

E Pistoia?
Alla base di tutti questi programmi urbani di miglioramento ambientale, rinaturazione, liberazione dei suoli, c’è sempre una robusta base normativa, normalmente costituita da un Piano del Verde, per lo più collegato o addirittura contenuto negli strumenti urbanistici, come nel Piano Operativo o nel Regolamento Urbanistico. Pistoia ha adottato nel 2024 il nuovo Piano Strutturale, tuttora in corso di osservazioni e la nuova amministrazione dovrà occuparsi del Piano Operativo: è il momento giusto per inserire nel nuovo governo obiettivi e norme finalizzate alla riqualificazione ambientale e naturale dell’urbanizzato, che siano nuove piantagioni, contrasto alla impermeabilizzazione, tetti verdi. Il tutto possibilmente organizzato in un vero e proprio Piano del Verde, all’interno del P.O. o autonomo, ma che abbia dignità normativa cogente, al pari delle consuete norme urbanistiche ed edilizie.
L’auspicabile Piano del verde individuerà tutte le zone di possibile riqualificazione, ma nel frattempo, che non sarà brevissimo, si può comunque accelerare negli interventi di piantagioni e di forestazione urbana, possibili da subito: tralasciando le sanguinose occasioni ormai perse, quali le piazze di San Bartolomeo e di San Lorenzo (di cui abbiamo già parlato) è mai possibile vedere un’area ampia come quella della Barriera (Largo Treviso) senza neppure un albero degno di questo nome, o il Corso dove dell’antica alberata sono rimasti solo alcuni lecci? Ma invocano aiuto soprattutto i parcheggi e relativi utenti, dove gli alberi non sono solo utili, ma indispensabili, a partire dal Cellini e da quello imminente accanto al Cimitero Comunale.

Come diceva il dott. Frederick nel mitico Frankenstein Junior, Si può fare!







