FIRENZE – Un viaggio attraverso la vicenda umana e artistica di Marc Rothko, dalle opere figurative degli esordi al surrealismo e all’espressionismo astratto delle sue grandi tele con rettangoli di colore.
Palazzo Strozzi dedica un’importante retrospettiva all’arte di Marc Rothko, una delle figure più significative dell’arte moderna statunitense, grazie a un progetto unico, concepito appositamente per le sale del piano nobile del palazzo, allo scopo di celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze.

Il percorso espositivo, curato da Elena Geuna e Christopher Rothko, presenta una selezione di settanta opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il MoMa e il Metropolitan di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery di Washington, e permette al visitatore di ripercorrere l’intera carriera di Rothko, dai suoi primi lavori nel vivace ambiente artistico newyorkese degli anni Trenta fino alla opere della maturità e dell’affermazione negli anni Sessanta.
Marc Rothko (1903-1970), nato Markus Rothkowitz, dalla natìa Lettonia emigrò negli Stati Uniti a dieci anni per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche, stabilendosi nell’Oregon. Giovane brillante ma inquieto, abbandonò gli studi a Yale per trasferirsi a New York, dove la vibrante scena artistica urbana divenne la sua vera accademia. I suoi esordi furono segnati da uno stile figurativo dai toni cupi e isolati, influenzato dal surrealismo e dalla mitologia, riflesso di un’umanità ferita dagli orrori della guerra.
Verso la fine degli anni Quaranta la sua pittura subì una metamorfosi radicale: le figure svanirono per lasciare spazio a tele di grandi dimensioni in cui grandi rettangoli di colore dai bordi sfumati sembrano fluttuare su sfondi monocromi, in un’adesione alla corrente dell’espressionismo astratto che Rothko interpreta però in maniera personale e spirituale, cercando di trasmettere attraverso il colore le più profonde e autentiche emozioni umane. La sua vita, tormentata da una profonda depressione, si concluse tragicamente con il suicidio nel suo studio di New York, ma la sua eredità artistica ha continuato ad affascinare il pubblico e ad influenzare gli artisti delle generazioni successive.

Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi prende avvio dalla fase figurativa di Rothko, illustrata nella prima sala tramite una serie di nudi, ritratti, paesaggi urbani e nature morte risalenti alla fine degli anni Trenta, che rivelano l’influenza sul giovane artista di maestri come Goya, Ingres e Matisse, ma anche il richiamo ai modelli più antichi del Rinascimento italiano, in particolare nella raffigurazione delle strutture architettoniche.
Negli anni Quaranta la sua pittura approda a uno stile surrealista e astrattista ispirato ai grandi miti dell’antichità, come nell’opera di grande formato “Tiresias” del 1944: il celebre indovino della mitologia greca, reso cieco da Zeus ma al contempo dotato del dono della profezia e della conoscenza del futuro, diventa un alter ego dell’artista e un simbolo per accedere al mondo dell’inconscio.
Intorno al 1946, anche grazie al contatto con artisti europei che erano fuggiti negli Stati Uniti a causa della guerra, Rothko compie una transizione relativamente rapida dal surrealismo a uno stile espressionista astratto attraverso una serie di opere che diventeranno in seguito note come “Multiforms”.
Abbandonato del tutto l’elemento figurativo e concentrando la propria attenzione sugli spazi e sul colore, le opere esposte nella seconda sala rappresentano molto bene il nuovo indirizzo assunto dall’arte di Rothko a partire dalla fine degli anni Quaranta: i dipinti, tutti volutamente lasciati senza titolo, sono costituiti da molteplici campiture irregolari dai colori intensi posti in contrasto tra di loro, in una sorta di “disordine” che in seguito verrà trasformato dall’artista in spazi rettangolari di colore, ordinati in verticale o in orizzontale su tutta la superficie della tela.
Questo nuovo linguaggio pittorico, caratterizzato da due o tre rettangoli di colore che fluttuano insieme e sembrano sospesi nello spazio della tela, diventa il vocabolario visivo prevalente e la cifra stilistica che definisce la maturità artistica di Rothko nel corso degli anni Cinquanta.
Ed è qui che entra in gioco anche Firenze: nel corso di un lungo viaggio in Europa l’artista statunitense visita Venezia, Roma e Firenze, e in quest’ultima città la visione dell’arte rinascimentale ebbe effetti destinati a protrarsi nel tempo. Dall’incontro con gli affreschi di Beato Angelico e le architetture progettate da Michelangelo l’arte di Rothko accoglie il senso di equilibrio, dimensione e proporzione, oltre all’idea di come colore e luce possano generare un’esperienza emotiva diretta per chi osserva le opere. La terza sala della mostra presenta quindi quattro opere di grande formato in cui grandi rettangoli color rosso, giallo ocra e bianco conferiscono armonia e luminosità all’intera immagine.

Verso la fine degli anni Cinquanta la tavolozza di Rothko si fa progressivamente più fredda e attenuata, i colori rossi accesi e i gialli luminosi degli anni precedenti cedono il posto a verdi e blu profondi, segnando l’inizio di una fase più introspettiva in cui il colore sembra rivolgersi verso l’interno, dando vita a un’atmosfera di sospensione e di silenziosa e intima riflessione.
Una crescente tensione emotiva che si può vedere anche nelle opere della sala successiva, risalenti ai primi anni Sessanta, caratterizzate da ampie campiture di granata, rosso scuro e nero che sembrano trattenere una forza compressa, come se la luce lottasse per emergere dalla superficie.
In questi anni, anche sulla scia di un secondo viaggio in Italia in cui visita gli scavi archeologici e gli affreschi di Pompei, la tavolozza di Rothko è incentrata anche sul colore rosso, presente in una selezione di opere in tutte le sue variazioni: i suoi sottili strati di pigmento spaziano dal rosso mattone opaco al cremisi intenso, creando uno spazio di luminosità compressa ed evocando una meditazione sulla persistenza della luce nell’oscurità. Per l’artista è un periodo di intensa concentrazione emotiva, in cui la luce sembra trattenuta ai confini del buio, riflesso di una inquietudine interiore che da questi anni in avanti si farà sempre più sentire.

Alla metà degli anni Sessanta l’attività dell’artista fu dedicata in gran parte a commissioni pubbliche che lo spinsero a lavorare per una serie di opere e di progetti, il più importante dei quali fu sicuramente la cosiddetta Rothko Chapel a Houston con i suoi quattordici dipinti scuri nelle nicchie interne. Ma sono anche gli anni di un ritorno alla bicromia con la serie dei diciotto dipinti “Black And Grey”, opere che si distinguono per la pennellata vibrante e per i tempestosi campi grigi, in una pittura di straordinaria potenza evocativa.
Giungendo alla conclusione della carriera artistica e della vicenda biografica di Rothko, l’ultima sala presenta alle pareti una serie di opere tarde eseguite su carta, alcune con tonalità affini a quelle dei dipinti su tela, altre dal cromatismo scuro, altre ancora caratterizzate da lievi e impalpabili velature.
La mostra “Rothko a Firenze” a Palazzo Strozzi resterà aperta al pubblico fino al prossimo 23 agosto.











