di Giacomo Martini
ROMA – Un film nato attorno alla canzone scritta da Pupi Avati con Sergio Cammariere, “La quattordicesima domenica del tempo ordinario”.
“Da sempre mi sarebbe piaciuto lavorare con un grande regista come Pupi – racconta il musicista – e lo dissi in un’intervista. Con un testo, scritto da Pupi, che si apre con l’endecasillabo ‘ovunque nella stanza ci son sogni, quello è stato il punto di partenza. Ho fatto parecchie colonne sonore ma questa la considero la più importante”.
Esce in sala giovedì 4 maggio con Vision Distribution il nuovo film di Pupi Avati, dopo Dante. Questa è la sua storia più autobiografica, come spiega lo stesso regista, autore prolifico e sentimentale.

Gabriele Lavia ed Edwige Fenech sono i protagonisti, nei panni di una coppia separata dalla gelosia di lui e dalle scelte controcorrente di lei, ma che si ritrova dopo 35 anni a un funerale.
A Bologna, negli anni ’70, Marzio e Samuele sono un duo affiatato con un brano da mandare a Sanremo, mentre Sandra è la ragazza più bella della città, che si sogna indossatrice. Mentre i due amici fondano il gruppo musicale I Leggenda, Sandra inizia a sfilare per un marchio di moda locale, sposa Marzio ma non ne sopporta la possessività e si avvicina al più posato Samuele.
La “quattordicesima domenica del tempo ordinario” è il giorno del matrimonio ed è anche il titolo dell’unica canzone incisa dal duo, destinata a tornare più volte nel corso del film. Esprime un sentimento di nostalgia e di occasioni perdute che molto si confà al regista bolognese.
“Mi sono sposato il 24 giugno del 1964 – racconta l’84enne Avati – ed è stato il giorno più felice della mia vita”.
“A 80 anni – prosegue Avati – si fanno i rendiconti e questo è il film più sincero della mia filmografia. Sono un eclettico, ho praticato tutti i generi tranne il western. Però mancavano alcune confidenze”.
Racconta anche di aver scelto il poco più giovane Gabriele Lavia come suo alter ego ed Edwige Fenech per l’aura di bellissima conturbante che la circonda da sempre. “Non mi aspettavo più di tornare a fare cinema, da sette anni avevo deciso di chiudere anche se mi erano arrivate delle proposte che però non mi piacevano. Quando Pupi mi ha raccontato il personaggio di Sandra, ho fatto i salti dalla gioia”.
Racconta Gabriele Lavia: “Ero a Milano a recitare al Teatro Strehler e Pupi mi ha chiamato per propormi il ruolo. Ci siamo ritrovati tanti anni dopo Zeder, che girammo nel 1983. È stato bello, ed è stato bello condividere il tempo con Edwige, un tempo non ordinario, ma straordinario perché il sentimento che nasce sul set o a teatro non è paragonabile a nulla, se non forse a quello che provano i militari al fronte”.









