domenica, Giugno 28, 2026

Giuseppe Gavazzi, un uomo antico e proprio questo più acuto a capire la contemporaneità

di Claudio Rosati

PISTOIA – Sta in disparte, in silenzio e con rispetto. Storici dell’arte e funzionari della soprintendenza discutono di fronte a una parete della chiesa dove iniziare un saggio nella ricerca di un affresco. Una volta che è stata presa la decisione Giuseppe Gavazzi interviene.

“Lì sotto non c’è nulla. Si perde solo tempo”.

“Da quando, Gavazzi, è anche esperto di storia dell’arte?”, replica uno dei presenti.

“Di storia dell’arte no, ma di intonaci sì”.

La prova dei fatti gli dà ragione.

Nella storia c’è la cifra dell’uomo. Quella di un dialogo continuo con la materia, sia un affresco da restaurare o un tronco da scolpire, che è il portato non solo di esperienza, ma di kun agire umanistico.

Max Seidel ha ricordato il primo incontro con Gavazzi nella chiesa di Sant’Agostino, a Siena, nel 1976, sulle tracce di quello che si sarebbe rivelato un ciclo di importanti affreschi rinascimentali. “Nell’équipe di restauratori che aveva ricevuto l’incarico di riportare in luce quei capolavori, mi colpì subito quella figura robusta, larga di spalle, profonda di sguardi. Nessuna posa o movenza da artista consapevole della sua importanza e della sua notorietà internazionale contribuì, allora, a suscitare il mio interesse. Gavazzi stava appunto preparando la sua mostra all’Art di Basilea, che doveva rivelarsi un grande successo; ma nei nostri primi contatti egli evitò accuratamente qualsiasi accenno alle sue attività di artista”.

Gavazzi ha una forza di volontà e un intuito straordinari. Quando gli altri sono ormai stanchi, lui continua a sondare con gli occhi le pareti, come se quello fosse uno dei dialoghi più importanti della vita.

Formatosi alla scuola di Leonetto Tintori, ha, come altri della sua generazione, il battesimo del fuoco durante l’alluvione di Firenze, quando la teoria e lo studio devono lasciare il campo all’urgenza e all’intelligenza del momento perché la forza corrosiva dell’acqua non aspetta. Si sperimentano così soluzioni che saranno replicate successivamente in altre occasioni. Ma alle radici ha la sapienza contadina e soprattutto carbonaia dei genitori che l’hanno avviato all’uso dei sensi necessari a condurre il processo alchemico il legno in carbone.

I suoi interventi di restauro formano un compendio di storia dell’arte, vanno da Giotto a Piero Della Francesca. La sua mano ha toccato anche uno dei capolavori dell’arte occidentale come l’Allegoria del Buon Governo e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti. E poi Andrea del Castagno, Paolo Uccello, Simone Martini, Taddeo Gaddi, Andrea del Sarto, Beccafumi, Gozzoli e tanti altri ancora. Ma la vastità del confronto non tragga a conclusioni affrettate. I critici più attenti della sua opera artistica, come Max Seidel, ci dicono come il dialogo con i classici abbia rafforzato la sua autonomia creativa e come Giuseppe Gavazzi abbia saputo astenersi “da qualsiasi imprestito o visibile ripresa di idee figurative di antichi maestri”.

Bisognava vederlo come si muoveva nella casa colonica, a Celle di Montagnana, trasformata in qualcosa che non era più lo spazio del contadino, ma neanche lo studio di un artista perché di fatto era un luogo unico.

“Io non potrei neanche immaginarmi in uno studio d’artista in città: non sarei riuscito a combinare niente”.

Dal camino, sempre acceso, al bosco dove andava a cercare le radici per i suoi colori. Al campo trasformato in galleria delle sue opere, senza affettazione da ingenuo. E sempre attento all’ospite. Solo Gavazzi poteva riuscirci. Perché era autentico. Un uomo antico e proprio questo più acuto, nel distanziarsi dal presente, a capire la contemporaneità.

Resta il rammarico di non aver potuto ammirarlo con i suoi cavalli e i suoi bambini, con le sue maternità e i legni non finiti, negli angoli ammattonati della Fortezza di Santa Barbara. Era un suo sogno e quello di tanti altri. Speriamo che si possa realizzare ora.

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