CUTIGLIANO – La nascita, lo sviluppo, la crisi e la rinascita di un impianto che non è un semplice capitolo di ingegneria civile o di tecnica dei trasporti, ma rispecchia in maniera esemplare l’evoluzione del turismo montano italiano nel secondo Novecento.
Una vicenda fatta di entusiasmo pionieristico, boom economico, difficoltà gestionali e la necessaria trasformazione di un’opera pubblica che ha dovuto reinventarsi per non rimanere schiacciata dal trascorrere del tempo.
Insieme alla vecchia ovovia dell’Abetone con le sue cabine colorate, la funivia Cutigliano-Doganaccia-Croce Arcana ha rappresentato per decenni il principale impianto a fune della Montagna pistoiese, trasportando generazioni diverse di sciatori ed escursionisti dal paese di Cutigliano nella valle della Lima, con il suo piccolo centro medievale, fin sul crinale appenninico presso il passo della Croce Arcana, a circa 1700 metri di quota. È questo un balcone naturale sul confine fra Emilia e Toscana, in inverno spazzato da forti venti ma dal quale si può godere, nelle giornate più limpide, di panorami mozzafiato sull’intero Appennino tosco-emiliano, fino alle Apuane e alla costa tirrenica.
Un valico raggiungibile anche attraverso una strada sterrata che si inerpica con ampi tornanti lungo il pendio della montagna, rievocando storie secolari di transiti di mercanti e pellegrini: il passo della Croce Arcana – il cui nome deriverebbe dal latino medievale e farebbe riferimento a una croce posta sulla sommità del valico con funzione di punto di riferimento per i viandanti, definita “arcana” perchè spesso nascosta dalla nebbia o dalle nuvole basse che anche in estate non è raro trovare sul crinale – fu per secoli il punto di valico dell’Appennino lungo la via Romea Nonantolana, uno dei tanti itinerari di collegamento tra Emilia e Toscana durante l’età medievale. Partendo dall’importante centro abbaziale nei pressi di Modena, il percorso risaliva la valle del Panaro fino a Fanano e da qui saliva verso la Croce Arcana – passando dalla località di Ospitale, toponimo che rivela l’esistenza di un antico ospizio per il ricovero e la sosta dei pellegrini – per poi ridiscendere verso Cutigliano e la valle della Lima per raggiungere i centri di Pistoia e Lucca.
Un passo dunque denso di storia, citato fin dall’XI secolo, che a partire dagli anni Cinquanta è stato testimone dei profondi mutamenti che hanno interessato la montagna in un’Italia sospinta dal boom economico, dalla voglia di riscatto del dopoguerra e dalla democratizzazione delle vacanze, non più appannaggio di una ristretta élite ma sempre più diffuse presso le classi popolari. Anche l’Appennino pistoiese, con le sue vette piuttosto accessibili, decise di puntare con decisione sullo sviluppo degli sport invernali e del turismo estivo, e se già l’Abetone rappresentava la destinazione più blasonata della zona – trascinata dalle imprese sportive del campione Zeno Colò – pure la frazione di Doganaccia e il valico della Croce Arcana possedevano un potenziale panoramico ed escursionistico di grande valore.
Tuttavia, raggiungere la Doganaccia via strada era complesso (lo è ancora adesso!), specialmente durante i rigidi inverni dell’epoca, caratterizzati da nevicate ben più abbondanti rispetto a quelle attuali. Nacque così l’idea di realizzare un impianto a fune in due tronchi, capace di compiere una doppia missione: da un lato fungere da collegamento rapido tra il centro abitato di Cutigliano e la frazione della Doganaccia, dall’altro favorirne lo sviluppo come località montana e di sport invernali proiettando gli sciatori e gli escursionisti fino sul crinale principale.

Dopo i necessari studi tecnici e di fattibilità infrastrutturale, l’ambizioso cantiere fu avviato alla metà degli anni Cinquanta e condusse all’inaugurazione del primo tratto fra Cutigliano e la Doganaccia nel 1959 e del secondo tronco fra la Doganaccia e la Croce Arcana (con la stazione a monte posta a circa 400 metri di distanza dal valico stradale) nel 1964, entrambi realizzati dalla celebre ditta altoatesina Holzl, all’epoca leader nella costruzione di impianti a fune.
L’opera venne concepita come un sistema di funivie bifuni “a va e vieni” diviso in due tratte distinte ma funzionalmente collegate: il primo tronco superava un dislivello di 785 metri, partendo dalla stazione a valle collocata ai margini del paese di Cutigliano (731 metri) per approdare al pianoro della Doganaccia (1516 metri), per una lunghezza di poco più di tre chilometri e una campata sostenuta da imponenti tralicci in carpenteria metallica piantati nel fitto dei boschi. Dal piazzale della Doganaccia un secondo impianto indipendente prendeva quota con una pendenza ancor più accentuata, risalendo le praterie d’alta quota fino alla stazione d’arrivo della Croce Arcana (1675 metri) per una lunghezza di circa un chilometro.
La scelta della tecnologia bifune – con una fune portante ancorata e tesa e una fune traente in movimento – garantiva un’elevata stabilità al vento e una notevole sicurezza d’esercizio. Le cabine originali, dalla caratteristica sagoma spigolosa in metallo e vetro, potevano ospitare una ventina di passeggeri per ciascuna corsa. L’impatto visivo era maestoso: il passeggero, librandosi sopra la chioma degli alberi, passava in pochi minuti dal microclima mite della valle alle atmosfere montane d’alta quota, e dai boschi di latifoglie del fondovalle della Lima ai paesaggi brulli e rocciosi del crinale appenninico.
L’entrata in funzione dell’intero complesso nel 1964 rappresentò un successo immediato. Negli anni Settanta e per gran parte degli anni Ottanta la funivia lavorò a pieno ritmo e la stazione climatica e sciistica della Doganaccia divenne un punto di riferimento per famiglie e sciatori dell’area fiorentina, pistoiese e pratese. Il secondo tronco fino alla Croce Arcana, in particolare, garantiva l’accesso immediato alle piste più impegnative e panoramiche, oltre a portare gli escursionisti direttamente sui sentieri che percorrono la linea di crinale verso il Libro Aperto da un lato e il Corno alle Scale con il lago Scaffaiolo dall’altro.
Tuttavia, l’operatività del secondo tratto rivelò fin da subito evidenti criticità strutturali e ambientali, legate principalmente alla posizione geografica della Croce Arcana. La zona del valico è infatti nota per essere uno dei punti più ventosi dell’intero Appennino: le correnti d’aria che scavalcano il crinale tosco-emiliano raggiungevano di frequente velocità incompatibili con la sicurezza d’esercizio della funivia, costringendo i manovratori a frequenti stop forzati dell’impianto superiore.
A queste difficoltà ambientali si sommarono l’usura progressiva delle componenti elettromeccaniche, i costi energetici crescenti e l’inevitabile scadenza della “vita tecnica” dell’impianto, che secondo la normativa italiana dell’epoca imponeva revisioni generali estremamente onerose o la totale sostituzione dei macchinari al compimento dei trent’anni di servizio.
Con l’approssimarsi del nuovo millennio, la gestione della funivia si trovò a un punto di svolta drammatico. Il primo tronco continuava a svolgere un ruolo strategico fondamentale, non soltanto per i turisti ma per l’intera economia di Cutigliano, garantendo un collegamento rapido ed ecologico con la frazione montana. Il secondo tronco, al contrario, soffriva di un forte calo di redditività, acuito dal progressivo ridimensionamento delle nevicate naturali alle quote medio-basse e dalla difficoltà di mantenere aperta la stazione della Croce Arcana nei giorni di bufera. Di fronte ai costi proibitivi necessari al rinnovo di entrambi i tratti, le amministrazioni locali e regionali presero una decisione drastica e selettiva: focalizzare le risorse sul primo tronco e dismettere definitivamente la tratta superiore.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila prese il via il profondo intervento di riqualificazione del tratto Cutigliano-Doganaccia, con la funivia che dopo ulteriori deroghe aveva già esaurito il proprio ciclo di vita operativa. L’impianto fu completamente ammodernato: le vecchie cabine lasciarono il posto a moderni vettori panoramici e capienti, le stazioni di valle e di monte vennero ristrutturate con criteri di accessibilità contemporanei, e la parte meccanica ed elettrica fu adeguata ai più severi standard di sicurezza e di efficienza energetica. Oggi questo primo tratto, riaperto nel 2004, continua a funzionare rappresentando una delle dorsali del turismo locale sia durante la stagione sciistica sia durante quella estiva, quando la Doganaccia si trasforma in un apprezzato parco avventura e centro per il downhill e la mountain bike.
Destino del tutto opposto spettò invece al secondo tronco Doganaccia-Croce Arcana. Nel 2007, dopo la scadenza dei quarant’anni di vita tecnica dell’impianto originario, la funivia fu chiusa e avviata alla dismissione definitiva. Per anni, i tralicci dismessi e le strutture in cemento armato della stazione della Croce Arcana sono rimasti sul crinale come testimoni muti di un’epoca passata, prima che si avviassero le complesse operazioni di smantellamento e bonifica ambientale volte a restituire al paesaggio montano la sua integrità originaria.
Negli anni seguenti sono state avanzate a più riprese e da più parti alcune proposte per la ricostruzione e la riapertura del tratto dalla Doganaccia alla Croce Arcana, ma gli studi condotti sul rapporto tra costi e benefici, i problemi di natura tecnica e, non ultimo, il cambiamento climatico che sta influenzando la vita e l’evoluzione futura dei comprensori sciistici a quote medio-basse, hanno fatto arenare sul nascere ogni progetto di ripristino del secondo tronco.










